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lunedì 2 gennaio 2012
Hitler è ancora tra noi? (The Gernsback Continuum)
Qualche settimana fa ho letto per caso un post di Wu Ming (L'Occhio del Purgatorio, la Rivolta e l'Utopia) che analizzava un racconto di William Gibson del 1981: The Gernsback Continuum. Il tema del racconto mi è sembrato interessante: è la storia di un fotografo che, dopo aver realizzato un servizio sull'architettura "futuristica" americana degli anni '30, si ritrova intrappolato in visioni di una sorta di "futuro parallelo", popolato da gigantesche autostrade a corsie multiple, enormi dirigibili Zeppelin, e biondi automobilisti ariani. Per salvarsi da queste visioni di una realtà parallela, il protagonista, su consiglio di un amico, si rifugia nella letteratura porno e nelle storie "pulp". Il testo completo del racconto di Gibson, in inglese, è reperibile qui.
Il tema di una realtà "parallela", una realtà in cui hanno vinto i nazisti, non mi sembra così fantascientifico. Dopotutto, fino alla Seconda Guerra Mondiale, i rapporti tra Hitler e l'IBM (guidata da Thomas J. Watson, ritratto nella foto precedente assieme ad Hitler) erano ottimi. L'IBM ha fornito, con la tecnologia delle schede perforate, un contributo determinante alla deportazione degli ebrei nei campi di concentramento. Fino alla Seconda Guerra Mondiale, la Germania di Hitler è stata il secondo maggior cliente dell'IBM, subito dopo gli USA. Dopo la guerra, il nazismo è stato sconfitto, ma l'IBM ha fatto ottimi progressi. Forse viviamo davvero in una realtà parallela. Forse bisogna imparare a leggere tanti piccoli segnali segnali. O imparare a non leggerli, per non esserne perseguitati. Un pò come ha fatto il protagonista del racconto di Gibson, The Gernsback Continuum.
A volte le nostre visioni possono essere veramente persecutorie, veramente difficili da ignorare. C'é stata la strage di senegalesi, a Firenze, nel dicembre 2011, ad opera di Gianluca Casseri, un militante di CasaPound. Gad Lerner ha pubblicato sul suo blog un post da titolo inquietante: "Un Natale che piacerebbe a Hitler?". Siamo sicuri di non vivere in una "realtà parallela", dove hanno vinto i nazisti? Una realtà simile a quella del racconto di Gibson? Possiamo fare qualcosa per difenderci? Forse sì. Dopotutto, ai tempi di Hitler Internet e il blogging non erano ancora stati inventati.
Sicuramente Internet e il blogging non sono la panacea per tutti i mali, ed è sbagliato contare troppo sulla tecnologia. Ma se Internet e il blogging ci fossero stati ai tempi dei nazisti, forse le cose sarebbero andate un pò meglio. Non voglio essere superficiale e semplicista. Forse sono solo un pò visionario. Ma le schede perforate e i computer mainframe dell'IBM mi sembrano molto "di destra". Invece Internet, il PC e il libero blogging mi sembrano molto "di sinistra". Finchè non ce li tolgono.
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domenica 27 novembre 2011
L'IBM e l'olocausto
E' ormai introvabile in Italia il libro di Edwin Black del 2001: "L'IBM e l'olocausto", che descrive il ruolo svolto dall'IBM nel censimento e nella deportazione degli ebrei durante il nazismo. Peccato, perchè i temi del libro (il ruolo che le tecnologie informatiche possono avere a supporto dei sistemi totalitari) sono sempre drammaticamente attuali: basti pensare al caso della Cina, che per diversi anni ha controllato direttamente Google.
Il libro di Edwin Black descrive in modo dettagliato e documentato il ruolo svolto dall'IBM, attraverso la sua sussidiaria tedesca Dehomag, nel censimento della popolazione tedesca del 1933, che portò alla schedatura di milioni di ebrei. All'epoca i computers elettronici non esistevano, e le informazioni del censimento venivano registrate su schede perforate, che poi venivano elaborate con selezionatrici elettromeccaniche. Tutta la tecnologia necessaria (schede perforate, macchine perforatrici, macchine selezionatrici) era stata fornita dall'IBM. All'epoca la Germania era il maggiore cliente IBM dopo gli USA. Thomas J. Watson, il fondatore dell'IBM, si recò più volte in Germania per seguire personalmente il lavoro della Dehomag durante il censimento organizzato dai nazisti.
Per ogni gruppo etnico (ebrei, zingari ecc.) sulle schede perforate IBM c'era un apposito codice numerico. Le informazioni registrate sulle schede, elaborate per mezzo delle selezionatrici elettromeccaniche IBM, permisero di individuare e deportare milioni di ebrei verso i campi di concentramento in tempi rapidissimi, impensabili per l'epoca senza la tecnologia fornita dall'IBM. In particolare, grazie alle selezionatrici IBM i nazisti riuscivano a individuare con estrema efficienza le persone con cognome tedesco ma discendenti da famiglie ebraiche.
Un poster pubblicitario Dehomag del 1934 rappresentava un occhio che, emettendo un raggio di luce, scrutava una città dal cielo. Sul poster c'era anche il profilo di una scheda perforata IBM. Nell'insieme, l'immagine era decisamente inquietante. Lo slogan del poster recitava più o meno: "Potete controllare tutto con le schede perforate Hollerith". Le schede perforate IBM all'epoca si chiamavano "schede Hollerith", dal nome del loro inventore, l'americano Hollerith.
I rapporti tra Thomas J. Watson, il "boss" dell'IBM, e Adolf Hitler, restarono ottimi fino allo scoppio della guerra tra USA e Germania. Nel 1937 Hitler assegnò addirittura a Watson un alto riconoscimento nazista, l'"Ordine dell'Aquila Tedesca", che Watson restituì ufficialmente alla Germania solo nel 1940, quando la guerra tra USA e Germania stava per essere dichiarata. Il riconoscimento era più che meritato: in quegli anni l'IBM deteneva il monopolio sulla tecnologia della schede perforate, e senza la tecnologia IBM difficilmente le idee deliranti di Hitler si sarebbero concretizzate in un sistema così efficiente per la deportazione e lo sterminio di milioni di ebrei tedeschi.
L'IBM mantenne il controllo della Dehomag fino al 1941, quando gli USA dichiararono guerra alla Germania. Dopo la seconda guerra mondiale, la Dehomag rientrò tra le sussidiarie dell'IBM.
Nel 2001, dopo la pubblicazione del libro di Edwin Black, l'IBM versò tre milioni di dollari a un fondo speciale tedesco creato per risarcire le vittime dell'Olocausto. Il libro di Edwin Black, esaurito in Italia, è comunque disponibile in inglese, in formato e-book.
Il filmato che segue, in inglese, riporta interviste ad alcuni intellettali americani (tra cui il filosofo Noam Chomsky, il regista Michael Moore e l'autore del libro, Edwin Black) sul rapporto tra nazismo e multinazionali americane nel periodo precedente la seconda guerra mondiale, e sul ruolo svolto dall'IBM durante l'Olocausto.
Il regista Michael Moore ricorda, nel filmato, che prima della seconda guerra mondiale diverse multinazionali americane (Standard Oil, Coca-Cola, Ford, IBM) erano in ottimi rapporti con il fascismo ed il nazismo. Questo era più che comprensibile: quale sistema migliore di una dittatura per incrementare la produttività aziendale? C'è però una differenza fondamentale tra le altre multinazionali e l'IBM. La Standard Oil produceva prodotti petroliferi, la Coca-Cola produceva bevande, la Ford produceva auto. L'IBM, invece, si occupava soprattutto di registrazione e controllo delle informazioni, un settore fondamentale per ogni dittatura degna di questo nome. Ed oggi la tecnologia ha fatto enormi progressi. L'immagine qui sotto è tratta da una pagina Web dell'IBM USA, per il settore "Public Safety".
Due elementi ricordano quelli del poster Dehomag del 1934: una città vista dal cielo, un raggio di luce. Ma invece della scheda perforata c'è un'impronta digitale. Qualcosa è cambiato.
Per approfondire:
http://www.guardian.co.uk/books/2001/feb/18/historybooks.features
lunedì 20 giugno 2011
Caos Poste: l'ordine dei capi è negare tutto
Il blocco informatico delle Poste Italiane della prima settimana di giugno sembra ormai superato. Secondo le dichiarazioni dei vertici delle Poste, ora gli sportelli vanno a gonfie vele, e hanno superato il record di 10 milioni di operazioni al giorno, invece delle cifra "standard" di 8 milioni. Durante il blocco, si era scesi a 6 milioni di operazioni al giorno, ovvero due milioni di operazioni "arretrate" rispetto alla media giornaliera. Ovvero, milioni di italiani rimasti in coda.
Le nubi ormai si sono schiarite. Il futuro sembra roseo. Ma il passato è decisamente oscuro. Per diversi giorni, il caos delle Poste è stato "sulla bocca di tutti". Ne ha parlato perfino un periodico postale online americano. Se le Poste o l'IBM (responsabile dei servizi informatici delle Poste) dovessero risarcire anche solo 10 euro per ogni operazione "saltata" durante il blocco, dovrebbero gestire richieste complessive di decine di milioni di euro. Troppo per le Poste. Troppo per l'IBM. Dopotutto, il nuovo sistema informativo delle Poste è costato "solo" 40 milioni di euro.
Il futuro è da "pizza e fichi". Ma bisogna fare i conti con il passato, con le richieste di risarcimento di migliaia di clienti imbufaliti, spalleggiati dalle associazioni dei consumatori. Bisogna fare i conti con gli ispettori inviati dal Ministero. Qualcosa bisogna pur inventarsi. Secondo un articolo di Daniele Martini, su "Il Fatto Quotidiano", i capi delle Poste avrebbero diramato una circolare interna che dà un ordine molto semplice: negare tutto. Non c'è mai stato nessun blocco alle Poste. Al massimo, c'è stato qualche rallentamento. Negare sempre, anche di fronte all'evidenza. Come faceva il generale Buttiglione. L'articolo completo è su questo link.
Cambiare il passato, riscrivere la storia ... queste cose mi sembra di averle già lette da qualche parte. Ah sì, ora ricordo. Le avevo lette su 1984, un vecchio romanzo di George Orwell. Questa "circolare negazionista" delle Poste potrebbe ispirare un remake del romanzo. Ovviamente, in versione amatriciana.
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domenica 19 giugno 2011
Blocco Poste: quando il mainframe IBM va in tilt ...
Sarmi non fa più causa a IBM
Sembra che Massimo Sarmi, l'AD delle Poste, non voglia più fare causa a IBM per il blocco dei computers delle Poste della prima settimana di giugno. Stando alle ultime dichiarazioni su L'Espresso, il blocco dei computers non sarebbe una cosa poi tanto grave. Cose che succedono ... E i battaglieri propositi di far causa a Big Blue, che ha fornito il computer mainframe del nuovo sistema informativo delle Poste, sembrano ormai dimenticati.
Nel frattempo, ogni tanto i computers di qualche ufficio postale vanno in tilt, ma non si vedono più le code chilometriche di inizio giugno. Stando alle dichiarazioni dello stesso Sarmi, nella prima settimana di giugno c'è stata un'ecatombe: si è passati dagli abituali 8 milioni di pratiche giornaliere sbrigate dagli uffici postali di tutta Italia, ad appena 6 milioni. Questo vorrebbe dire, ipotizzando due pratiche (pensioni, bollettini, ecc.) per ogni utente, che nella prima settimana di giugno ogni giorno almeno un milione di utenti è stato "respinto" dalle Poste, quasi sempre dopo aver fatto lunghissime file. Stando ai numeri dettati da Sarmi, per i cinque giorni lavorativi della prima settimana di giugno si possono ipotizzare almeno 5 milioni di utenti insoddisfatti. Alcuni, probabilmente, proprio imbufaliti. Un record nazionale!
Il balletto per lo scarico delle responsabilità
Intanto, il balletto per lo scarico delle responsabilità del blocco delle Poste continua. I protagonisti sono: l'IBM, che ha vinto, come capo commessa, la mega gara da 33 milioni di euro per il nuovo sistema informatico delle Poste; la HP, che ha fornito i servers per il database; e la Gepin, che ha prodotto il sofware SDP che gira sui 60mila PC delle Poste. IBM, HP e Gepin si sono consorziati per vincere la mega gara delle Poste, e non ci sono stati altri partecipanti. Praticamente, una gara vinta in regime di monopolio. Apparentemente, l'anello debole del nuovo sistema informativo delle Poste è l'architettura centralizzata fornita dall'IBM: al centro del nuovo sistema c'è un solo, costosissimo computer mainframe IBM con ben 200 CPU.
Nella nuova architettura informatica delle Poste, su ognuno dei 60 mila PC degli uffici postali gira il software SDP della Gepin, ma il mainframe IBM del datacenter di Roma controlla tutto: nessun terminale può far nulla se prima non si collega in rete con il mainframe romano. Dopo aver ricevuto la richiesta di effettuare un'operazione da un terminale di un ufficio postale, il mainframe IBM recupera i dati necessari (dati anagrafici, dati del conto, ecc.) dal database DB2 installato sui server HP e poi, se tutto va bene, esegue l'operazione. Sottolineiamo il "se tutto va bene". Gli intoppi possono essere tanti: il PC che va in tilt, la rete che va a singhiozzo, il mainframe IBM che non ce la fa, i server HP che litigano con il mainframe IBM. Ma è chiaro che il vero "collo di bottiglia" è il mainframe: unico, insostituibile. Tutto gira intorno al mainframe. Un pò come tutto girava intorno alla Terra nell'antico sistema cosmologico tolemaico.
E' paradossale pensare che i 60 mila computers delle Poste potrebbero comunicare direttamente tra loro, potrebbero comunicare su Internet con tutto il mondo (durante il blocco alcuni dipendenti delle Poste hanno anche comunicato su Facebook per cercare di capire cosa stava succedendo) ma non possono fare nulla di "postale" (pagamento pensioni, bollettini ecc.) se il computer centrale di Roma è bloccato. Internet (la "rete delle reti") è stata inventata, negli anni '60, proprio per prevenire questo tipo di problemi. E nel 2011, quando ormai tutti gli italiani hanno Internet a casa, si scopre che tutto il sistema informativo delle Poste dipende da un unico computer mainframe IBM!
Ipotesi sulle cause del blocco
Al di là delle considerazioni cosmologiche, secondo un articolo di L'Espresso la colpa del blocco dei computers sarebbe delle Poste, che avrebbero imposto a IBM, HP e Gepin di installare per il primo giugno una nuova versione del software di sportello SDP. Questo nuovo software non era stato collaudato a sufficienza, e così si è bloccato tutto. Per una settimana.
In realtà sembra sia andata in tilt una delle componenti più "antiche", e finora ritenute più affidabili, del software di sistema del mainframe IBM: il VTAM (Virtual Telecommunication Access Method). Il VTAM serve a far dialogare il mainframe IBM con i 60 mila terminali delle Poste e con i server HP Superdome del datacenter di Roma, dove sono memorizzati i dati del database DB2. Per risolvere il blocco, l'IBM ha addirittura coinvolto un centinaio di super esperti VTAM degli USA e del Canada. Al momento, non è ancora chiaro se il rallentamento del VTAM sia dovuto a limitazioni intrinseche o alla scelta, apparentemente infelice, di sovraccaricare il mainframe IBM obbligandolo a uno strettissimo colloquio con i server HP per gestire il database DB2. In teoria, visto che IBM e HP si sono consorziate quando hanno offerto alle Poste il nuovo sistema informativo, i loro computers dovevano andare d'amore e d'accordo. Ma qualcosa non ha funzionato.
Sui motivi del malfunzionamento del VTAM IBM c'è un'ipotesi "pierinesca" ma credibile: i computers IBM e HP comunicavano con uno standard di rete, il TCP/IP, che limita a 65 mila il numero di "porte" disponibili per il colloquio tra due computers. Se si superano le 65 mila "porte" TCP/IP, uno, o tutti e due, i computers che si stanno scambiano i dati vanno in tilt, o chiudono la comunicazione.
Nel caso delle Poste, sembra che sia stato il VTAM, il software che gestisce le comunicazioni del mainframe IBM, ad andare in tilt. Tenendo conto del gran numero di terminali delle Poste (60 mila) e del fatto che per ogni operazione il mainframe IBM potrebbe aver usato più di una "porta" TCP/IP per comunicare con i server HP, è possibile che il limite delle 65 mila "porte" TCP/IP sia stato superato. In questo caso, sia il mainframe IBM, sia i servers HP, avrebbero potuto andare in tilt, o interrompere le comunicazioni.
Il limite delle 65 mila "porte" TCP/IP può comunque essere aggirato in vari modi. Sempre a pensarci prima. Infatti si ipotizza che il blocco di un'intera settimana delle Poste sia dovuto soprattutto alle modifiche software necessarie per "aggirare" il limite delle 65 mila porte TCP/IP.
Secondo l'ineffabile Dagospia (una fonte "di basso livello" e quindi intrinsecamente credibile) il problema del mainframe IBM delle Poste sarebbe stato il "running bag". Nei computers, i "running bag" sono, in parole semplici, liste di cose da fare (task list). Ad esempio, sui PC con Windows la "gestione attività" ("task list") è un esempio di "running bag". Stando alla voce riportata da Dagospia, il mainframe IBM delle Poste si sarebbe "impallato" perchè il "running bag" VTAM si è riempito fino al limite, probabilmente a causa dello stress per i continui colloqui con i server HP che gestiscono il database DB2. Un pò come se un PC si "impallasse" quando uno gli collega l'hard disk esterno.
E' interessante osservare che l'IBM produce dei server simili ai Superdome HP attualmente usati dalle Poste, ma più costosi: gli IBM Power Systems. Ovviamente i servers IBM Power Systems comunicano a meraviglia con i mainframe IBM, visto che sono della stessa marca. Se le Poste avessero acquistato i servers IBM Power System, spendendo e preparandosi a spendere ovviamente di più, probabilmente il VTAM del mainframe IBM non si sarebbe bloccato, e il tilt della prima settimana di giugno non ci sarebbe stato. Il rovescio della medaglia è che le Poste si sarebbero trovate con un datacenter completamente "colonizzato" dall'IBM. Insomma, una sorta di "Banana Republic" dell'informatica (dopotutto, l'IBM è una multinazionale americana).
In ogni caso, sulla carta IBM sostiene a spada tratta che i suoi prodotti hardware e software sono pienamente compatibili con le marche concorrenti, come HP. Tant'è vero che il database DB2 installato sui server HP delle Poste, che pare abbia "stressato" il VTAM del mainframe IBM, è un software prodotto dall'IBM.
Se fossero confermate le voci sul "matrimonio forzato" tra il mainframe IBM e i server HP delle Poste, che a giugno ha provocato il blocco del mainframe, l'Italia si aggiudicherebbe il poco invidiabile primato mondiale di aver collaudato una nuova architettura informatica delicata e impegnativa (60 mila terminali, mainframe IBM, database DB2 su server HP) non nelle asettiche stanze di un laboratorio di sviluppo software, ma direttamente negli uffici postali, a spese dei milioni di italiani che hanno fatto la fila nella prima settimana di giugno. E tutto questo con il beneplacito di IBM e HP, che si sono consorziate nella mega-offerta da 33 milioni di euro per il nuovo sistema informativo postale. Garantendo implicitamente la piena compatibilità tra i loro sistemi.
Le Poste e la crisi dell'architettura mainframe centrica
Credo che dal blocco delle Poste della prima settimana di giugno si possano trarre due lezioni:
- l'architettura dei computer mainframe IBM è ormai al tramonto, perchè è poco affidabile (un solo mainframe per gestire migliaia di terminali) e non garantisce più abbastanza potenza di calcolo per i software attuali, sempre più affamati di CPU; per fare un esempio "terra terra", basti pensare che il mainframe IBM delle Poste che si è bloccato aveva 200 CPU per 60 mila terminali (una CPU ogni 300 terminali); il mio PC ha 4 CPU (che lavorano tutte per me); i cellulari più potenti hanno 2 CPU;
- con il nuovo sistema informativo, le Poste sono andate "al risparmio", perchè l'architettura basata su un solo mainframe è molto più economica di un'architettura basata su diversi server locali (nel vecchio sistema informativo, le Poste avevano addirittura 14 mila server locali, uno per ogni ufficio); i disagi per le scelte, "risparmiose" ma per certi versi discutibili, delle Poste sono stati subiti dai poveri italiani in coda negli uffici postali: stando alle dichiarazioni dello stesso Sarmi, nella prima settimana di giugno le Poste avrebbero "saltato" addirittura due milioni di operazioni al giorno.
Su tutta la vicenda aleggia il quadro desolante dello sfruttamento che la Pubblica Amministrazione ottiene facendo gare di appalto al ribasso senza adeguate verifiche della qualità dei servizi; infatti, al di là delle cifre milionarie pagate per il mega appalto informatico delle Poste, sembra che il software di sportello SDP, realizzato dall'italiana Gepin, ed i servizi informatici di più basso livello nella gestione del sistema informativo siano stati spesso subappaltati a società che sfruttano lavoratori precari pagati poco più di una colf; insomma, quelli che il ministro Brunetta ha recentemente definito come "l'Italia peggiore".
Gli ipotetici rimborsi delle Poste
L'AD di Poste, Massimo Sarmi, ha promesso rimborsi per i clienti danneggiati.
All'inizio, il CODACONS avrebbe chiesto addirittura 50 euro per ogni attesa superiore alle due ore. Esagerati!
Proviamo a fare un esercizio di semplice aritmetica, ipotizzando un rimborso medio di 10 euro per ognuna delle operazioni (due milioni al giorno, quindi dieci milioni in cinque giorni) "saltate" durante il tilt dei computers nella prima settimana di giugno. 10 euro a operazione sono un valore puramente indicativo, una media ipotetica tra i danni al pensionato che è rimasto in fila una giornata intera per avere i suoi 500 euro di pensione che gli servivano per sopravvivere (e credo abbia diritto ad almeno 100 euro) e il ragazzotto "smart" che, quando ha visto l'interminabile fila fuori dall'ufficio postale, è andato subito a pagare il suo bollettino dal tabaccaio (cioè non gli è cambiato niente).
Applicando questo semplice esercizio aritmetico, con 10 euro di rimborso per ogni operazione saltata si arriverebbe a un totale di 100 milioni di euro di rimborso. Soldi che le Poste, o l'IBM (questo è ancora da capire) dovrebbero in teoria restituire agli italiani rimasti in coda davanti agli sportelli bloccati. Mica male! Se avessero ipotizzato il rischio di dover rimborsare 100 milioni di euro per danni, forse le Poste avrebbero realizzato un sistema informativo più costoso ma decentrato, veloce e (soprattutto) funzionante!
O forse no? Dopotutto, la mega gara d'appalto delle Poste per la realizzazione del nuovo sistema informativo ha avuto un'unica offerta, quella dell'IBM. A voler essere cattivi, si potrebbe pensare che con 100 milioni di euro in più le Poste avrebbero ottenuto esattamente lo stesso sistema attuale. Ma pagandolo 100 milioni di euro in più.
Ormai è troppo tardi per verificare queste ipotesi, e gli ipotetici 100 milioni di euro sono comunque andati in fumo. Temo che dovremo sorbirci ancora lunghe, lunghe code alle Poste. E temo che pochi dei poveretti rimasti in coda alle Poste vedranno mai una lira di rimborso. Sono pessimista?
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martedì 14 giugno 2011
Computers bloccati alle Poste: potrebbe succedere di nuovo?

Dal 1 al 7 giugno 2011 i computers di centinaia di filiali delle Poste Italiane sono andati in tilt, facendo perdere ore e ore in coda a migliaia di persone (in particolare, anziani in attesa di riscuotere la pensione). E' stata una settimana di passione, soprattutto per le persone anziane più indigenti, che vivono con pensioni basse, e che se non riscuotono la pensione magari non riescono neanche a pagare l'affitto.

All'inizio le Poste hanno tentato di minimizzare il problema in maniera piuttosto goffa. Ad esempio hanno suggerito ai pensionati di farsi accreditare la pensione in una banca. Forse facendo finta di non sapere che per un anziano che prende 400-500 euro al mese anche l'apertura di un conto in banca può essere una spesa eccessiva. Dopo le proteste di tutte le associazioni dei consumatori, dopo un'interrogazione parlamentare del PD, e dopo che anche la Procura di Roma ha aperto un'inchiesta sui disservizi, le Poste hanno ceduto, e hanno promesso rimborsi ai clienti danneggiati (ma solo, a quanto sembra, in caso di code documentate e inevitabili). La prima settimana di giugno 2011 è stata terrificante non solo per quelli che erano in coda alle Poste, ma anche per i poveri impiegati che erano dietro gli sportelli. In questo forum ci sono alcune delle loro impressioni "a caldo".
La Posta e l'IBM. Un feeling destinato a finire?

Fin qui, in fondo niente di nuovo. Molti penseranno: "I postali sono i classici statali. La colpa del blocco dei computers delle poste è tutta loro". Ma non è esattamente così. Infatti il sistema informativo delle Poste è stato assegnato, con un appalto milionario, a un big dell'informatica mondiale: l'IBM. Solo l'anno scorso, le Poste hanno pagato all'IBM, per i servizi informatici, oltre 30 milioni di euro. E dopo il crash dei computers postali, Massimo Sarmi, l'AD delle Poste, annuncia di voler far causa all'IBM.
In effetti l'IBM ha vinto, nel 2005, la gara europea multimilionaria per il rifacimento dell'intero sistema informativo delle Poste. Secondo Dagospia (una fonte intrinsecamente affidabile, tant'è vero che pare Sarmi voglia fare causa pure a loro) fino al 2010 Poste hanno versato all'IBM 90 milioni di euro per servizi informatici. E ... ciliegina sulla torta ... quest'anno IBM si è aggiudicata un altro mega-appalto da 150 milioni di euro. Peccato che, dopo questo grande feeling, ora Sarmi voglia far causa all'IBM per il crash del mega computer delle Poste.
Veniamo al dunque ... che cosa ha bloccato le filiali delle Poste per la prima settimana di giugno? Sembra proprio che sia stato il mega cervellone del datacenter di Roma delle Poste, un costosissimo mainframe IBM, che da inizio giugno ha cominciato a fare le bizze, mettendo in crisi i terminali delle Poste di mezza Italia.
Qualcuno dirà: "Ma è possibile che nel 2011 un pensionato di uno sperduto paese della Sardegna non possa incassare sua la pensione se il computer centrale di Roma è rotto?". La risposta é: "Purtroppo ora è così". Nel vecchio sistema informativo delle Poste, ogni ufficio aveva un suo computer di riferimento (il cosiddetto "server"), e poteva svolgere parecchie operazioni in autonomia anche se il "cervellone" di Roma era guasto. Nel nuovo sistema informativo delle Poste, per risparmiare sui costi si è deciso di eliminare i "server" che permettevano ai vari uffici di operare in autonomia. Ora tutti i PC delle Poste, anche quelli del più sperduto paesino della Val d'Aosta, non possono fare più nulla (pensioni, incassi, ecc.) se prima non comunicano con il computer centrale, il "cervellone" IBM di Roma. E se non c'è la linea, oppure se il "cervellone" fa le bizze ... non c'è niente da fare, si blocca tutto.
E' chiaro che la soluzione di centralizzare tutto il database delle Poste in un unico mainframe IBM è molto più economica rispetto a quella di avere un server per ogni sede delle Poste. Ma è una soluzione vecchia, in stile anni '70, che presenta parecchie fragilità. Nel precedente sistema informativo, ogni ufficio delle Poste, con il suo "server", era un'isola a sè stante, e per molti aspetti poteva operare in autonomia.
L'architettura del nuovo sistema informativo delle Poste.
Il nuovo sistema informativo delle Poste, realizzato dopo la mega-commessa vinta da IBM, ha un'architettura molto (troppo) semplice. Al centro c'è un potentissimo mainframe dell'IBM, il classico "cervellone"; sui terminali (personal computers) dei vari uffici delle Poste gira una "piattaforma" di programmi applicativi, l'SDP (Service Delivery Platform), realizzato dall'italiana GEPIN.
I 60 mila PC degli uffici delle Poste comunicano con il computer centrale di Roma via rete, con lo standard MPLS. MPLS è uno standard di rete molto usato, che permette di connettere tra di loro i computers di un'azienda usando una rete pubblica (ad esempio, la rete Telecom).
Infine, il database centralizzato delle Poste è realizzato con software IBM (il DB2) con una particolarità: i servers su cui "poggia" il database sono prodotti dalla HP. In parole molto povere, i dati del database DB2 delle Poste sono memorizzati su hard disks dell'HP e non dell'IBM.
Dopo il 1° giugno, quando i PC di molte filiali delle Poste hanno cominciato a bloccarsi, è iniziato subito il balletto per lo scarico delle responsabilità tra i fornitori del nuovo sistema informativo: l'IBM, la HP e la GEPIN.
All'inizio, quando i computers delle filiali hanno cominciato a bloccarsi, la colpa del crash è stata attribuita a una nuova versione del software SDP, appena realizzata della GEPIN. In effetti forse SDP qualche problemino la aveva: basta dare un'occhiata ai messaggi scritti su questo forum già nel 2010 dai poveri impiegati postali alle prese con il nuovo programma. In retrospettiva, leggendo i pensieri dei poveri impiegati postali, il blocco del sistema delle Poste sembrava un disastro annunciato già nel 2010. Ma la "goccia che ha fatto traboccare il vaso" è stata la nuova versione del software SDP, rilasciata il 1° giugno 2011. Forse questa nuova versione di SDP non era stata collaudata a sufficienza prima di essere spedita via rete sui PC dei poveri impiegati delle Poste. Ma questo succede quasi sempre (anzi sempre) nel settore del software, quindi non c'è niente di strano.
A inizio giugno 2011, dopo i problemi con SDP è cominciato uno strano "effetto domino". La storia è stata raccontata in un interessante articolo di Daniele Lepido sul Sole 24 Ore; altri interessanti dettagli tecnici sono stati raccontati da Alessandro Longo in un suo post sul Corriere Comunicazioni. A quanto sembra, dopo i problemi con SDP ci sono stati problemi al software di rete del computer centrale IBM, il VTAM, che è rimasto fermo per circa un'ora, interrompendo le connessioni con i circa 60 mila PC delle Poste. Un blocco della rete per circa un'ora non è poi così grave, può succedere. Ma, dopo il riavvio della rete, si è verificato un sovraccarico sul database DB2 dell'IBM, e sui server HP che memorizzano i dati. Secondo alcune voci di corridoio, il software DB2 dell'IBM e i server dell'HP, pur essendo in teoria compatibili, in realtà non andavano molto d'accordo. Dopotutto, IBM e HP sono ditte concorrenti. In ogni caso, sembra che i server dell'HP siano sottodimensionati rispetto al carico di lavoro: forse le Poste abbiano risparmiato anche su questo.
Vabbè, diciamolo: in pratica si è bloccato quasi tutto, per circa una settimana. Costringendo i poveri pensionati ad ore ed ore di fila agli sportelli delle Poste. Per essere precisi, il bilancio attuale sembra essere il seguente: il software SDP della GEPIN ha avuto (e forse ha ancora) dei difetti; il software di rete del mainframe IBM (il VTAM) ha avuto dei rallentamenti (per risolverli, l'IBM ha fatto anche la classica "mossa ad effetto", facendo arrivare in aereo alcuni super-esperti dagli USA); il database DB2 dell'IBM non sembra andare molto d'accordo con i server dell'HP; i server dell'HP sono sottodimensionati per il carico di lavoro.
Sì, i computers delle Poste potrebbero andare ancora in tilt. Il fatto che tutti i PC dei più sperduti uffici postali di tutta Italia debbano comunicare con il "cervellone" IBM di Roma per tutte le operazioni da effettuare agli sportelli potrebbe esporre il sistema informativo delle Poste a nuovi blocchi in caso di problemi al datacenter di Roma.
Con il nuovo sistema informativo le Poste hanno voluto risparmiare, eliminando i server intermedi che avrebbero dato più stabilità e più flessibilità al sistema. E' stata una scelta praticamente obbligata: un sistema informativo con server intermedi é molto più complesso, più costoso da realizzare a da gestire, rispetto a un sistema con un solo computer mainframe al centro. In questi tempi di "vacche magre", nessuno si sarebbe preso la responsabilità di approvare altre scelte, molto più costose e anche più difficili da realizzare rispetto alla soluzione del mainframe IBM centralizzato. Il risvolto della medaglia è che il mainframe IBM, che ha un'architettura ormai "datata", potrebbe di nuovo stentare a sopportare il carico di lavoro dei 60 mila terminali delle Poste, e "fare i capricci", bloccando gli uffici postali di mezza Italia.
A inizio giugno 2011, dopo i problemi con SDP è cominciato uno strano "effetto domino". La storia è stata raccontata in un interessante articolo di Daniele Lepido sul Sole 24 Ore; altri interessanti dettagli tecnici sono stati raccontati da Alessandro Longo in un suo post sul Corriere Comunicazioni. A quanto sembra, dopo i problemi con SDP ci sono stati problemi al software di rete del computer centrale IBM, il VTAM, che è rimasto fermo per circa un'ora, interrompendo le connessioni con i circa 60 mila PC delle Poste. Un blocco della rete per circa un'ora non è poi così grave, può succedere. Ma, dopo il riavvio della rete, si è verificato un sovraccarico sul database DB2 dell'IBM, e sui server HP che memorizzano i dati. Secondo alcune voci di corridoio, il software DB2 dell'IBM e i server dell'HP, pur essendo in teoria compatibili, in realtà non andavano molto d'accordo. Dopotutto, IBM e HP sono ditte concorrenti. In ogni caso, sembra che i server dell'HP siano sottodimensionati rispetto al carico di lavoro: forse le Poste abbiano risparmiato anche su questo.
Vabbè, diciamolo: in pratica si è bloccato quasi tutto, per circa una settimana. Costringendo i poveri pensionati ad ore ed ore di fila agli sportelli delle Poste. Per essere precisi, il bilancio attuale sembra essere il seguente: il software SDP della GEPIN ha avuto (e forse ha ancora) dei difetti; il software di rete del mainframe IBM (il VTAM) ha avuto dei rallentamenti (per risolverli, l'IBM ha fatto anche la classica "mossa ad effetto", facendo arrivare in aereo alcuni super-esperti dagli USA); il database DB2 dell'IBM non sembra andare molto d'accordo con i server dell'HP; i server dell'HP sono sottodimensionati per il carico di lavoro.
I computers delle Poste potrebbero andare ancora in tilt?
Sì, i computers delle Poste potrebbero andare ancora in tilt. Il fatto che tutti i PC dei più sperduti uffici postali di tutta Italia debbano comunicare con il "cervellone" IBM di Roma per tutte le operazioni da effettuare agli sportelli potrebbe esporre il sistema informativo delle Poste a nuovi blocchi in caso di problemi al datacenter di Roma.
Con il nuovo sistema informativo le Poste hanno voluto risparmiare, eliminando i server intermedi che avrebbero dato più stabilità e più flessibilità al sistema. E' stata una scelta praticamente obbligata: un sistema informativo con server intermedi é molto più complesso, più costoso da realizzare a da gestire, rispetto a un sistema con un solo computer mainframe al centro. In questi tempi di "vacche magre", nessuno si sarebbe preso la responsabilità di approvare altre scelte, molto più costose e anche più difficili da realizzare rispetto alla soluzione del mainframe IBM centralizzato. Il risvolto della medaglia è che il mainframe IBM, che ha un'architettura ormai "datata", potrebbe di nuovo stentare a sopportare il carico di lavoro dei 60 mila terminali delle Poste, e "fare i capricci", bloccando gli uffici postali di mezza Italia.
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