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mercoledì 25 gennaio 2012

Una legge per l'oblio. Così ci si cancella dal web

 

Appunti da: Repubblica

 

Ogni giorno 4 milioni di dati sensibili finiscono in rete mettendo a rischio la nostra privacy. A strasburgo due provvedimenti del Parlamento europeo provano a tutelarci.




di RICCARDO LUNA

NON TI scorderò mai. Non è una promessa. È una minaccia. E non è nuovissima. Era il 1998 quando il blogger Joseph Daniel Lasica scrisse un post storico su Salon, una delle bibbie della cultura digitale: "Internet non dimentica niente", era il titolo. Aveva capito tutto, Lasica, e non aveva ancora visto il web 2.0, dove gli utenti della rete i contenuti li creano in continuazione aggiornando i propri "status", postando foto e video, twittando freneticamente. Parliamo di una quantità di dati personali impressionante che mettiamo in pubblico quasi senza pensarci: centomila tweet al minuto, un milione di commenti su Facebook ogni due minuti. Che teoricamente non spariranno mai. "Dio perdona e dimentica, la rete no", è andata dicendo il commissario europeo Viviane Reding in questi due anni in cui, assieme ai garanti della privacy europei, ha preparato un provvedimento monumentale.

Provvedimento che punta a cambiare per sempre quello che intendiamo per protezione dei dati personali e che prova a fare i conti una volta per tutte con il diritto all'oblio al tempo del web. Ovvero: abbiamo diritto a far sparire dalla rete le cose che ci riguardano, quelle che abbiamo postato noi, magari tanto tempo fa; ma anche quelle postate da altri, ma che ci creano imbarazzo? La risposta a questo interrogativo è in due complessi di norme e principi che oggi verranno presentati al Parlamento europeo ma che la Reding ha anticipato a "Digital Life Design",

una grande conferenza di cultura digitale a Monaco dove erano presenti i giganti del web, da Facebook a Google che sono in ansiosa attesa di conoscere la nuova disciplina che li coinvolge direttamente. E che potrebbe cambiare radicalmente il modo in cui usiamo Internet.

Vediamo di cosa si tratta. Il primo provvedimento è una direttiva, vuol dire che dopo l'approvazione andrà quindi recepita da ciascun paese, e riguarda la protezione dei dati dei cittadini per provvedimenti giudiziari, misure di sicurezza e polizia: "Prevede obblighi di comunicazione del trattamento dei dati molto tutelanti per chi è stato oggetto di attenzioni da parte delle autorità" racconta il Garante della privacy Francesco Pizzetti che ha svolto un ruolo centrale nel gruppo di lavoro europeo.

Il secondo provvedimento è un regolamento e riguarda tutti gli altri casi, in particolare Internet. Secondo Pizzetti, "aver scelto lo strumento del regolamento vuol dire che quando sarà approvato avremo una normativa immediatamente applicabile in Europa assicurando identica protezione dei dati in tutta l'Unione". Si tratta di una semplificazione che consentirà a chi vuole operare in Europa di avere un quadro di riferimento chiaro, e che al tempo stesso impedirà di scegliersi il paese europeo con la legislazione più morbida per aggirare i divieti. Questa semplificazione, secondo la Reding, porterà a regime a risparmi di oltre due miliardi di euro l'anno.

Le cose più notevoli del regolamento, secondo Pizzetti, sono: 1) non toccherà più al cittadino dimostrare illiceità dell'uso dei propri dati ma al titolare dei dati dimostrare la liceità; 2) il consenso all'utilizzo dei propri dati dovrà essere esplicito; 3) l'eventuale perdita dei dati per un attacco informatico dovrà essere comunicato subito (24 ore, secondo la Reding); 4) la pubblica amministrazione e le imprese con più di 50 dipendenti dovranno dotarsi di un "data protection officer" (nota: nuova professione in arrivo); 5) se viene fatto un uso illecito dei dati di qualcuno, il responsabile ne risponderà comunque; 6) ogni nuovo strumento tecnologico ma anche semplice applicazione dovrà valutare l'impatto che il suo utilizzo avrà sulla privacy (Pia, privacy impact assessment); 7) dovrà essere possibile avere la "data portability": ovvero così come possiamo portarci dietro il numero di telefono cambiando gestore, dobbiamo poterci portare gli amici di Facebook su un altro social network (bel principio ma di impervia attuazione).

Si tratta di una rivoluzione? Si tratta di norme importanti, che prevedono tra l'altro sanzioni notevoli: fino all'un per cento del fatturato, che nei casi di Google e Facebook sono somme gigantesche (per questo l'originaria previsione del cinque per cento è stata attenuata). Epperò va detto che su molte cose il web ha giocato d'anticipo. Facebook per esempio, che in passato ha avuto furiose polemiche per un atteggiamento molto disinvolto sui dati personali, oggi consente all'utente di verificare tutti i dati che ciascuno ha caricato; di modificare facilmente le previsioni di privacy e anche di cancellare il proprio profilo con due clic (dopo il primo appare una schermata struggente dove ti avvisano che i tuoi amici, evidenziati con nomi e foto, sentiranno la tua mancanza...). Quanto a Google, che pure è stato coinvolto in polemiche per il fatto di tenere traccia di tutte il nostre ricerche e navigazioni in rete, oggi mette a disposizione dell'utente un pannello per cancellare i propri dati e una modalità di navigazione completamente anonima.
Resta il problema della cancellazione delle cose che ci riguardano scritte o postate da altri. Per esempio una pagina di Wikipedia. Qualche anno fa fece scalpore il caso di due tedeschi, condannati per l'omicidio di un noto attore, che avevano chiesto che il loro nome fosse rimosso dalla pagina della vittima visto che avevano scontato la pena. "Questo argomento è esploso quando i giornali hanno messo online i loro archivi" racconta Pizzetti che se ne è occupato a lungo. "Allora grazie ai motori di ricerca divenne facilissimo per tutti andare a scavare nel passato di chiunque e in molti casi questo creò dei veri traumi familiari, per esempio quando il nipote scoprì del fallimento del nonno o dello stupro della nonna". Non si tratta di casi limite, secondo Pizzetti, che provò a individuare una soluzione consigliando i giornali di lasciare i contenuti in rete ma di renderli invisibili per i motori di ricerca. Ora intervengono le norme della Reding che sul punto ha chiarito: "Gli archivi dei giornali sono una eccezione, il diritto a essere dimenticati non può significare il diritto a cancellare la storia".

Questa eccezione, secondo alcuni, potrebbe non bastare, visto che oggi molta informazione non sta nei giornali ufficiali, ma nei blog e nei siti di citizen journalism. Il rischio di una strada simile sarebbe grosso. Spiega Guido Scorza, uno dei più noti giuristi della rete: "La disciplina europea unica proposta dalla Reding è apprezzabilissima, ma sul diritto all'oblio non ci siamo. Se consentiamo a chiunque di pretendere la rimozione di un contenuto sgradito che lo riguarda, tra cento anni quando guarderanno a questa epoca attraverso Internet sembreremo tutti bravi e buoni. Le storie di corrotti e delinquenti saranno sparite".

L'1 febbraio i due provvedimenti iniziano il loro cammino parlamentare che si annuncia problematico. Non solo per le reazioni di attesa diffidente del mondo del web: Google e Yahoo! si sono astenute dal commentare, da Microsoft filtra il timore che si tratti di norme troppo restrittive, mentre Facebook ha scelto la strada dell'ironia lodando l'auspicio della Reding sulla creazione di nuovi posti di lavoro e chiedendosi in che modo verranno davvero tutelati i diritti degli utenti di Internet.

In realtà qualche dubbio lo avrebbero gli stessi garanti della privacy europei, che pure dalle norme sono rafforzati enormemente (è previsto l'obbligo per i parlamenti di sentirli per ogni legge che riguardi i dati personali). Dice per esempio Pizzetti: "Siamo in presenza di una costruzione giuridica notevole, una normazione minuta di quasi cento articoli, ma come cittadino del mondo mi chiedo se questa renderà più facile o no la tutela della privacy su scala globale di fronte alle altre innovazioni che arriveranno sulla scena".


(25 gennaio 2012)

Appunti da: Repubblica

 

lunedì 14 novembre 2011

Google, il blogging e lo squadrismo




Cosa c'entrano Google e il blogging con lo squadrismo e la libertà di stampa? Forse c'è un nesso. Il discorso è un pò complesso, e parte da lontano.

Nel 2007 un impiegato di Roma, Nicola L., subisce un'aggressione apparentemente immotivata mentre si reca in auto al lavoro, in zona San Giovanni. Nicola L. si ritrova con una frattura al setto nasale (provocata da un calcio, una mossa di kick-boxing), un orecchio quasi staccato (l'aggressore ha usato probabilmente un tirapugni), danni all'articolazione temporo-mandibolare e 40 giorni di prognosi. Giacchè c'è, l'aggressore gli sfonda pure a calci il parabrezza dell'auto.

L'aggressore scappa, ma qualche mese dopo si fa ritrovare "casualmente"  diverse volte vicino casa dell'aggredito, sempre in zona San Giovani. Nicola L. riesce a fotografare l'aggressore, che, grazie anche alle foto scattate, viene identificato. In teoria le foto servirebbero a dimostrare che l'aggressore lo sta perseguitando, ma ottengono l'effetto opposto: proprio a causa delle foto, Mario B., l'aggressore, denuncia l'aggredito, Nicola L., per molestie e violazione della privacy.

Ovviamente le denunce fatte da Mario B. vengono archiviate.

Nel 2008 Mario B. riesce a patteggiare, prima ancora che abbia inizio il processo, sei mesi di reclusione, una pena insolitamente "soft" per quel  tipo di aggressione. Ma continua a perseguitare Nicola L., l'aggredito, con varie denunce e controdenunce, alcune con tanto di falsi testimoni.

Nicola L. comincia a "perdere colpi" e ad avere problemi sul lavoro. Si rende conto del fatto che l'aggressore non è una persona "qualunque", magari uno dei tanti automobilisti che "sbottano" mentre guidano sotto l'effetto della cocaina. Mario B. è un vero e proprio "picchiatore di quartiere", esperto di kickboxing, che frequenta ambienti di destra, ed ha "amici" (e testimoni) a destra e a sinistra.

Prima dell'aggressione del 2007, Nicola L. non aveva mai visto il "picchiatore" in vita sua. Ma forse aveva "dato fastidio" a un "bullo di quartiere", un negoziante che parcheggiava sistematicamente il furgoncino "in doppia fila" proprio sotto casa sua. Il negoziante l'aveva minacciato, e aveva anche tentato di aggredirlo. Due vicini di casa avevano detto a Nicola L. che mettersi contro persone del genere poteva essere molto rischioso. Nicola L. non ci aveva badato: cambiar casa solo per aver litigato col negoziante sotto casa gli sembrava una cosa francamente eccessiva. Forse aveva sbagliato.

Nicola L. era, anche prima dell'aggressione, una persona molto isolata socialmente. Dopo l'aggressione si è ritrovato ancora più isolato, e soprattutto più squattrinato, a causa delle spese mediche (psicoterapia compresa) sostenute dopo l'aggressione.

Nicola L. lavora nel settore dell'informatica (per essere precisi, è proprio laureato in informatica) e, sia per lavoro sia a tempo perso, si occupa di blogs e social networks. Come del resto fanno molte altre persone isolate socialmente. Quasi cercassero sulla Rete la socializzazione che gli manca nella vita reale.

Nel 2010, dopo l'ennesima controdenuncia falsa fatta da Mario B., Nicola L. decide di pubblicare tutta la storia, compreso il nome e le foto dell'aggressore, in un suo blog ("Il Contastorie").

La storia pubblicata da Nicola L. nel suo blog è una specie di messaggio in una bottiglia, una delle tante storie, più o meno attendibili, perse nei milioni di blogs della Rete. La maggior parte di questi blogs è solo spazzatura. Ma qui arriva Google. I sofisticati algoritmi del motore di ricerca indicizzano, nel giro di pochi mesi, tutta la storia pubblicata sull'anonimo blog di Nicola L. . Secondo Google, la storia pubblicata da Nicola L. non è affatto spazzatura, anzi. Al punto che Mario B., il "picchiatore", si ritrova etichettato e "sbattuto in prima pagina" da Google.

Mario B. reagisce denunciando il blogger, Nicola L., per stalking (una delle tante denunce false fatte con "amici" e testimoni compiacenti) ma soprattutto per diffamazione a mezzo stampa. A Mario B. non va di essere etichettato da Google come un "picchiatore di destra". Anche se non nega di esserlo. D'altra parte il blogger, Nicola L., ha raccontato la storia dell'aggressione solo sul suo anonimo blog, uno dei milioni di blogs sparsi nel Web. Nicola L. sostiene di aver raccontato la sua storia attenendosi ai limiti della netiquette. Tutto ciò che Nicola L. racconta (comprese le foto scattate a Mario B.) sembra decisamente vero. Anzi, di più: documentato. Con tanto di foto. Non è stato certo Nicola L. a dire a Google che la sua storia era interessante, al punto da portarla ai primi posti del motore di ricerca. Riuscire a "pilotare" le scelte di Google, il più sofisticato e complesso motore di ricerca del Web, è un obiettivo estremamente ambizioso per chiunque. Anche se esperto di informatica.

Il tipo di aggressione condotta nel 2007 da Mario B. (con tanto di "tirapugni" e parabrezza dell'auto sfondato) ricorda per alcuni aspetti (è stata completamente inaspettata ed estremamente violenta) una delle tante aggressioni fatte a Roma da "picchiatori di quartiere", soprattutto militanti di CasaPound, che picchiano e poi scappano. Ormai a Roma le aggressioni di questo tipo (vere e proprie incursioni) effettuate contro militanti di sinistra si contano a decine. Apparentemente queste aggressioni servono ad affermare una sorta di "supremazia territoriale" sui quartieri romani controllati dall'estrema destra.


Nicola L., un cinquantenne un pò sovrappeso, non è mai stato un militante di sinistra; al massimo, un simpatizzante. Le motivazioni dell'aggressione vanno cercato altrove. Infatti l'aggressione subita da Nicola L. nel 2007 ricorda per altri aspetti quella subita da un giovane musicista a Roma, nel Rione Monti, nell'estate 2011. Purtroppo questo ragazzo è stato ridotto in fin di vita da quattro "picchiatori", ed è ancora in coma, solo per aver litigato con uno degli abitanti del Rione Monti, che poi aveva chiesto l'"intervento" dei "picchiatori". Speriamo che questo ragazzo riesca a riprendersi. Il blogger, Nicola L., che era stato più volte minacciato da un "bullo" che aveva un negozio sotto casa sua, è stato molto più fortunato: ha speso migliaia di euro in spese mediche, ha paura di uscire di casa, e prende psicofarmaci per dormire. Ma dopotutto è ancora vivo, e per adesso va ancora al lavoro. E ogni tanto riesce anche a scrivere su qualche blog.

Il processo per "diffamazione a mezzo stampa" intentato nel 2011 dal picchiatore (Mario B.) contro il blogger (Nicola L.) che ha documentato l'aggressione dovrebbe stabilire se, a livello sociale,  prevale il "diritto all'oblio" e alla privacy del "picchiatore", o il diritto dell'aggredito (e del blogger) di documentare l'aggressione subita nel 2007.

Indipendentemente dal risultato del processo, sembra che Google abbia già deciso: la storia pubblicata su un anonimo blog nel 2010, come un messaggio in una bottiglia nell'immenso mare della rete, non è solo spamming, non è solo "spazzatura della rete". E' una storia che va raccontata. Non è certo una storia da pubblicare in prima pagina, ma è una storia che forse è meglio non dimenticare. 







Squadrismo: Temi di approfondimento



1919.




Lo squadrismo è un fenomeno nato in Italia, con il fascismo, a partire dal 1919. Le squadre di "picchiatori" fascisti, le cosiddette "camicie nere",  operavano soprattutto a livello di quartiere, picchiando comunisti o persone socialmente deboli (vagabondi, persone con problemi psichiatrici) in modo da dimostrare alla popolazione di avere il totale controllo sul territorio. Lo squadrismo era una sorta di "polizia" alternativa, controllata direttamente dal partito fascista. Che si insediò al governo tre anni più tardi, nel 1922.
Le spedizioni degli squadristi avvenivano con la tacita complicità della polizia, per cui denunciare era inutile. A volte gli squadristi esageravano, e ci scappava il morto. In questi casi, l'ordine era negare tutto, affermare che era stato solo un incidente, dovuto a una banale lite. Con la complicità della stampa, che, se anche riportava le aggressioni, le classificava come sfortunati incidenti. Nel 1922, dopo la presa del potere, il problema fu risolto alla fonte: Mussolini assunse il controllo totale sia della polizia sia dei mezzi d'informazione.


1921.

Hitler dichiarò  apertamente di essersi ispirato allo squadrismo fascista per le sue "camicie brune" (Sturmabteilungen), le squadre di "picchiatori" nazisti costituite nel 1921. Le "camicie brune" naziste operavano con la stessa tecnica dei "picchiatori" fascisti (azioni violente contro comunisti o soggetti socialmente deboli, emarginati, persone con problemi psichiatrici) ma avevano come principale obiettivo gli ebrei, che invece in Italia furono risparmiati dal fascismo fino al 1938.

2003.
 



Nel 2003, dopo l'insediamento del sindaco Alemanno a Roma, CasaPound, un'organizzazione di estrema destra, occupa uno stabile in Via Napoleone III.


2011.




Nel 2011 una organizzazione di estrema destra inglese, Blood & Honour, apre una sede a Roma.