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sabato 21 gennaio 2012

Cronache dal Sottosuolo. Io, Roma e le puttane




(Estratto da: Confessioni di un puttaniere)


Lo so, è più forte di me, ma a volte non so resistere. Dopo aver preso una "pasticchetta" per evitare brutte figure (ormai ho superato i cinquanta, e le mie performance a livello andrologico non sono più quelle di una volta) mi avventuro nel buio della Salaria, squarciato solo dalle luci livide dei lampioni stradali, in cerca di una ragazza.

Stasera vado in cerca di ragazze che conosco, ragazze delle quali mi fido. Stasera non voglio nessuna "avventura", voglio solo ripercorrere sensazioni già vissute. Mi fermo in uno dei soliti posti, al margine della strada. C'è una ragazza alta, bruna, che mi sembra di conoscere. Quando mi avvicino capisco che non è quella che cercavo, ma ormai è troppo tardi, preferisco caricarla in auto dopo una breve trattativa.

M. è molto infreddolita, dopo che siamo ripartiti mette al massimo il riscaldamento dell'auto e resta con le mani sulle bocchette dell'aria. In questi giorni fa un freddo polare. Stando in auto non ci si rende conto di quanto queste ragazze soffrano il freddo restando seminude per ore in mezzo alla strada.

M. è dell'est, ed è arrivata da poco in Italia. Prima ha lavorato in un altro paese, dove viveva a due passi dal mare. Passare da una casa a due passi dal mare al freddo della Salaria mi sembra una vera condanna. M. continua a tremare nonostante il riscaldamento dell'auto sia al massimo. Io sono il suo primo cliente di stasera.

Mentre si spoglia, M. mi parla del posto dove viveva prima, a due passi dal mare. M. è davvero una bella ragazza, alta, nè troppo in carne nè troppo magra. Ha poco più di vent'anni. Impiega molto tempo a spogliarsi, perchè è vestita a strati per ripararsi dal freddo. E intanto mi racconta di sè, della sua vita precedente, del fatto che rimpiange di essere venuta in Italia. Quando si toglie il reggiseno esibisce un seno perfetto, nè troppo grande nè troppo piccolo. Perfetto. E poi i capezzoli sono duri, eretti sotto le mie dita e sotto le mie labbra. Glielo dico mentre li accarezzo e li succhio. Dev'essere il freddo. A tutte le donne piace sentirsi dire che hanno un bel seno, anche se lo espongono solo per lavoro. M. mi piace sempre di più. Secondo me dentro è un pò bambina, come molte donne.

(...)


Quando abbiamo finito, M. mi chiede di accompagnarla ad un distributore automatico per acquistare dei profilattici. Mentre guido, M. mi racconta della sua vita precedente, in un paese caldo, in una casa a due passi dal mare. Mi racconta di come ha pianto quando è arrivata nel freddo dell'Italia. Io sono sempre più trasognato, guido quasi a passo d'uomo. Quando arriviamo al distributore di profilattici, la guardo scendere dall'auto con il suo passo sicuro e felpato. Mi piace sempre di più. E' alta solo qualche centimetro in meno di me: sarebbe perfetta per la mia statura. Mi piace come si muove. Fuori è una pantera, dentro una bambina. Comincio a sognare una vita con lei in una casa a due passi dal mare. Impossibile: ho cinquan'anni e sono già pieno di acciacchi. Nessuna mi sopporterebbe. Comincio a sognare la vita di M. in una casa comprata per lei a due passi dal mare. M. sarebbe un'amante perfetta. Comincio a sognare. Se fossi ricco, se non avessi avessi il conto in rosso ... E' ora di tornare alla realtà. Anche se non è mai detto, ci sono stati dei casi simili precedenti. Ad esempio in due film di Salvatores: Puerto Escondido e Mediterraneo.

M. approfitta della sosta a un semaforo per sollevare leggermente il suo giubbotto sulla schiena e mostrarmi il suo tatuaggio. Non ho tempo di vedere bene il tatuaggio, ma lei è bellissima. La accarezzo sulla pelle morbida, vellutata. Mi rendo conto del fatto che nella fretta ho completamente trascurato il suo lato B. Le dico che la prossima volta dovrò assolutamente rimediare. M. mi guarda, sorride. E' una bambina. Io non vorrei mai staccare le mani dalla sua pelle.

Riaccompagno M. sui margini della Salaria, la bacio e l'abbraccio. Penso che non ci rivedremo più, ma incontrarti è stato molto bello.

Mentre ripasso sulla Salaria per tornare a casa, vedo un'auto con il lampeggiante sul tetto che si infila in una via secondaria. Probabilmente sono i Vigili Urbani che Alemanno manda in giro, su delle auto civetta, per multare di 200 euro prostitute e clienti. Non credo che questi soldi possano servire a combattere la prostituzione, ma al Comune di Roma fanno sicuramente molto comodo.

Mentre mi allontano vedo che la Salaria è piena di ragazze. Nella luce livida delle lampade al sodio, ne vedo tre che agitano il sedere sul bordo della strada. Una ha i jeans, è molto giovane, e sculetta in modo un pò meccanico. Ha lo sguardo vuoto, si avvicina troppo alla strada. Non mi piace molto, ma la Salaria non è posto per lei. Ci sarà posto per tutti in quella casetta in riva al mare?


(Roma, via Salaria, gennaio 2012)

Mauthausen la "musica" di noi maiali


Appunti da: La Stampa
18/01/2012


Dal libro-testimonianza di Gianfranco Maris: una scodella di zuppa ogni due deportati, ricordo come fosse ora il rumore di quelle sorsate

GIANFRANCO MARIS
Gianfranco Maris (nella foto a sinistra), noto avvocato penalista, senatore del Pci dal 1963 al 1972, membro del Csm dal ’72 al ’76, attuale presidente dell’Aned (Associazione nazionale ex deportati politici) ha oggi 91 anni. Militante nelle file del partito comunista clandestino e poi della Resistenza milanese, ne aveva 23 quando da Fossoli, dove la Repubblica Sociale Italiana aveva allestito un campo di prigionia, venne trasferito in Austria, a Mauthausen. Ora ha affidato i suoi ricordi di quel periodo a un libro scritto con l’inviato-editorialista della Stampa Michele Brambilla, Per ogni pidocchio cinque bastonate (lo stesso titolo dell’intervista pubblicata un anno fa su queste colonne, per il Giorno della Memoria), edito da Mondadori (pp. 151, 17,50). Ne anticipiamo uno stralcio.

E’ la notte del 7 agosto 1944. Il treno si ferma davanti a una baracca illuminata con una luce gialla. È la stazione di Mauthausen. […] Facciamo così la nostra conoscenza con una nuova figura: i kapò. Sono loro, schiavi delle SS e feroci custodi del campo, che ci circondano brutalmente e ci ordinano di ammucchiare a terra i nostri abiti. Ci dicono che dobbiamo lavarci e che ci debbono tagliare i capelli: poi ritorneremo in possesso dei nostri indumenti, che ora dobbiamo raccogliere in ordine e posare ai nostri piedi, restando tutti completamente nudi. […] Torniamo in cortile e non troviamo più nulla dei nostri abiti, che ci avevano ordinato di piegare e di lasciare per terra. I kapò ci inquadrano con violenza, il cammino ora è celere, non c’è più nessuno che possa ritardare la marcia. Velocemente, con furore, ci portano dall’altra parte del campo, oltre un muro. Ci viene detto che stiamo per raggiungere la baracca di quarantena, dove impareremo a essere prigionieri.

Capiamo ben presto che i nostri amici non hanno passato la selezione degli idonei al lavoro e sono stati avviati all’eliminazione. Tutti noi altri veniamo portati nel reparto quarantena di Mauthausen. Siamo nudi, in una baracca completamente vuota, senza letti a castello. Di notte dormiamo sdraiandoci sul pavimento uno accanto all’altro, come sardine in scatola.

Non abbiamo più nulla, non ci è rimasto neppure lo spazzolino per i denti e sicuramente non abbiamo neppure un cucchiaio. Perché mi viene in mente il cucchiaio? Nella tarda mattinata ci viene distribuita una zuppa in una gamella per ogni due deportati: per cui la zuppa, un brodo di barbabietola da foraggio, deve essere bevuto a sorsi alternati. Ricordo come fosse adesso che in quel momento una cosa soltanto dominava su tutto: il rumore. Il rumore di queste sorsate, che sembravano la musica di tanti maiali gettati contemporaneamente nel truogolo.

Perché ci trattano cosi? Non ci sono nel campo gamelle sufficienti per somministrare a ciascuno la parte che gli compete di quella brodaglia? E non ci sono cucchiai di cui i prigionieri possano usufruire nonostante la loro spregevole condizione di nemici del Terzo Reich?
Finito il «pranzo», a ciascuno di noi viene distribuito un berretto. Cosi non siamo più tutti nudi: insomma siamo sì nudi, ma con un berretto. Ci chiamano subito fuori dalla baracca, ci inquadrano. Arriva un kapò e comincia a impartirci il suo nuovo ordine: «Mützen ab! Mützen auf!» (Berretto giù! Berretto su!). Va avanti così per ore. «Mützen ab! Mützen auf!» E noi per ore, nudi in un cortile, a tirarci su e giù il berretto. Poi entriamo nella baracca e passiamo la notte sdraiati uno accanto all’altro sul pavimento, nudi, senza nessuna coperta o riparo. La mattina dopo, di nuovo nudi in cortile e altre ore di "Mützen ab! Mützen auf!". Poi la broda in una sola gamella per due persone e la "musica" del truogolo. Il giorno dopo ancora, l’assurdo rituale si ripete.

E così lo stesso per giorni e giorni. Di nuovo mi trovo a domandarmi: perché? Nessuno di noi conosceva a quel tempo le teorie di Pavlov e dei riflessi condizionati indotti nell’animale per ridurlo all’obbedienza assoluta. Obbedire, soltanto obbedire, immediatamente obbedire al suono di un comando. Come cani ammaestrati. E’ per questo che per settimane veniamo istruiti così, fino a quando non decideranno di trasferirci in un altro blocco di quarantena, quello di Gusen: primo campo contiguo a Mauthausen.Il blocco di quarantena del campo di Mauthausen era chiuso tra alte mura. Ma al di là delle mura c’era un’altra baracca nella quale erano chiusi in isolamento gli ufficiali sovietici prigionieri di guerra che si erano rifiutati, in base alle convenzioni di Ginevra, di lavorare nell’industria bellica del Reich e che per questo rifiuto erano già stati condannati dalla Gestapo al «trattamento kappa». Ossia Kugel, proiettile.

Questi uomini potevano quindi essere uccisi, in qualsiasi momento, con un colpo alla nuca. Ma li si lasciava lì, nella baracca, con l’intento di farli morire in un altro modo, più lento e più atroce: di fame. Non venivano lasciati completamente senza cibo: li si alimentava a gocce, per rendere più straziante l’agonia. Era la "sapienza" nazista nel trattare i nemici. Ogni giorno ne morivano venti o trenta.
All’alba, alla sveglia, dovevano uscire dalla baracca e a gruppi di cento, scalzi, coperti di piaghe, si dovevano sdraiare per terra all’ordine «Nieder» (giù, abbasso). Così veniva fatto l’appello.

Poi, in fila indiana, dovevano strisciare carponi. Quindi dovevano alzarsi e restare fermi in piedi nel cortile davanti alla baracca, al caldo dell’estate o al gelo dell’inverno. Quando faceva freddo questi poveri uomini si appallottolavano tra di loro, formando, come le vespe, una palla, un fornello. Chi era all’interno della «palla» si riscaldava mentre il resto della «palla», con un movimento continuo, spostava quelli che stavano al centro verso l’esterno e viceversa.

Nel gennaio 1945 arrivò un nuovo gruppo di ufficiali sovietici. Avevano tentato la fuga ed erano stati condannati al trattamento Kugel.

I componenti di questo gruppo capirono perfettamente a che cosa andavano incontro e decisero di fare una cosa coraggiosissima per chi è chiuso in un inferno simile: scegliere essi stessi come morire. Non lasciare i nazisti padroni del loro destino. Decisero quindi di tentare la fuga, ben sapendo che anche solo il tentativo di scappare li avrebbe portati a una morte immediata.

Scavarono con le mani il terreno attorno alla baracca, si procurarono delle pietre, presero due estintori e una notte, in cinquecento, provarono a fuggire. Fecero saltare la corrente ad alta tensione che percorreva il filo spinato sulla sommità del muro di cinta gettandovi sopra coperte bagnate. Aggredirono i militari di guardia sulla prima torretta con delle tavole. E si misero a correre. Lasciarono sul terreno innevato una scia ininterrotta di morti e di sangue.

In pochi riuscirono ad allontanarsi dal campo. E per quei pochi si scatenò subito una caccia all’uomo alla quale parteciparono tutti i soldati delle SS e tutti i civili della zona: alcuni erano volontari, altri costretti a collaborare. La caccia all’uomo finì dopo molti giorni con l’annientamento di quasi tutti i cinquecento ufficiali sovietici che avevano tentato questa loro ultima spaventosa avventura. Spaventosa, ma forse non folle come potrebbe apparire. Undici di questi ufficiali riuscirono a sopravvivere. Liberi. Famiglie di contadini austriaci, come si seppe poi, li avevano ospitati e tenuti nascosti. E tanto basta per continuare a credere nell’uomo.



Appunti da: La Stampa

Anonymous, la protesta ai tempi del Web 2.0

Appunti da: Repubblica


Gli hacker attivisti fanno paura al potere. Così stanno protestando per la chiusura di Megaupload

di TIZIANO TONIUTTI






PER ORA è cronaca: la chiusura 1 della piattaforma di condivisione Megaupload/Megavideo da parte dell’Fbi ha provocato una contromossa di Anonymous, la legione di hacker senza volto e senza nome, che ha sferrato un attacco verso importanti siti istituzionali e commerciali statunitensi. Giù le homepage del dipartimento di Giustizia, della Riaa e della Mpaa, le potentissime associazioni delle industrie discografiche e cinematografiche Usa. In Rete perfino i dati personali del capo della Fbi, Robert Muller: una beffa atroce: E giù anche il sito della Universal, tanto per gradire. Certo azioni illegali, a fronte della legalità dell'intervento federale su Megavideo. Ma che hanno un peso di rilievo assoluto nella ridefinizione della bilancia dei poteri nell'epoca digitale, e sono il tornasole dell'esistenza di categorie nuove, e della necessità di codificarle nella legalità e nella società.

Per ora è cronaca, in realtà è epica contemporanea. Hacker contro le decisioni del Federal Bureau e le pressioni delle lobby sulla politica, che per la prima volta nella Storia portano una reazione che parte dalla base della società digitale allo stesso livello di quella calata dall’alto dal potere delle amministrazioni. La web-war tra gli Usa e Anonymous è l’attualizzazione dei moti popolari. Perché la tecnologia è lo strumento principale che l’uomo contemporaneo ha per avvicinarsi alla libertà. E questo lo sa bene il potere, quanto la società. Che nelle avanguardie delle democrazie più compiute è istruita, formata ed è uscita dal tunnel dell’ipnosi televisiva e conosce mezzi e strumenti di intervento sulla realtà. Lo sa bene l’industria, consapevole di essere superata nei prodotti e negli strumenti di produzione, nell’utilizzo delle risorse umane e tecnologiche, nell’individuazione delle sorgenti di reddito e guadagno. Un ancien regime che come sempre è accaduto nella storia resisterà fino all’inevitabile travolgimento, con molte più perdite di quelle che porterebbe un’evoluzione pilotata e ragionata. Che magari potrebbe anche riconvertire al rialzo e con successo le professioni e le professionalità.
Anonymous dice al mondo e ai poteri, “come tu chiudi questo, io posso chiudere te”. Se le cronache mostrano un popolo nuovo fatto anche di gente che occupa Wall Street, le azioni di Anonymous sono dimostrazioni pratiche della ridistribuzione del potere che l’avanzamento tecnologico porta in dote. Perché è questo il denominatore della questione e non, come appare alla prima occhiata, il duello delle industrie buone e degli sceriffi contro i cattivi pirati che vogliono rubare musica e film, o almeno goderne senza pagare.

Il motto di Anonymous è un’epigrafe elegante e a suo modo poetica, in cui il concetto di divisione per zero serve a chiarire come l’unità della struttura sia indivisibile: “United as one, divided by zero”, liberamente tradotto, “Uniti siamo uno, divisi da nessuno”. Anonymous adotta uno slogan che nel tempo si è ripetuto molte volte e in molte forme. Dai moschettieri di Dumas agli Sham 69 di “If the kids are united they will never be divided”, dal romanzo d’appendice al punk degli anni 70. Ma sempre nella cultura popolare. E questo è Anonymous: cultura popolare contemporanea, agglomerato dei concetti fondativi degli ultimi decenni di mercato, di scienza, spettacolo, letteratura, musica. E’ il frutto maturo della generazione multimediale, che per la prima volta ha la consapevolezza di un potere e lo usa per insorgere contro un mondo che vede antico e che ostacola la nascita di nuove categorie. Di pensiero, di mercato, di società.

E così, è la nascita e l’esistenza di Megavideo-Megaupload, e non la sua chiusura con la forza bruta, a evidenziare la crisi di tutto un sistema industriale e sociale. Che nonostante tutto, guadagna e distribuisce dividendi: come ricorda forse involontariamente Enzo Mazza della Fimi, la federazione dell’industria musicale italiana: “La chiusura di Megaupload rappresenta un segnale forte e lancia un messaggio chiaro ed inequivocabile alle altre piattaforme che offrono servizi simili”, scrive Mazza in un comunicato ufficiale. E aggiunge: “In Italia il mercato della musica digitale legale nei primi 9 mesi del 2011, ha raggiunto il 23% con un fatturato di quasi 19 milioni di euro ed una crescita, rispetto allo stesso periodo dall’anno precedente, del 17%”. Una crescita del 17% in un anno, con la crisi che morde. E soprattutto, con Megaupload e decine di altri servizi analoghi, i cosiddetti “cyberlocker”, attivi e prosperi.

L’uomo di oggi nella migliore delle ipotesi nasce connesso a un mondo nuovo che spinge per fiorire, concimato da un mondo vecchio in crisi di evoluzione. Uno scenario che qualcuno, come Apple, ha saputo trasformare in opportunità. Chiudendo il suo ecosistema per rimanere protetti, ma anche, molto oculatamente, per non calpestare le aiuole altrui. E diventando in breve tempo leader dei nuovi mercati.

Anonymous non è quindi il Robin Hood che ridà ai poveri quello che lo sceriffo di Nottingham vuole togliere. E’ una struttura sociale determinata dalla tecnologia, con la capacità di intervenire sulle infrastrutture digitali che reggono il modo di oggi. E’ uno strumento di potere del popolo di oggi, che il popolo non ha mai avuto in questa forma e con questa forza.
Le menti di Anonymous sono potenzialmente in grado di compromettere la stabilità dei sistemi mondiali. E allo stesso tempo, di ricostruirne altri. Quello dell’elite hacker è un asse di potere globale, e assieme una rappresentanza, benché senza nome, dei nuovi popoli, mescolati e globalizzati tanto quanto le multinazionali. Dall’ultima generazione analogica, quella dei quarantenni di oggi, ai nativi digitali che usano la tecnologia d’istinto.

Il potentissimo controattacco di Anonymous ai “powers-that-be” dell’industria e della politica dimostra l’esistenza di un soggetto sociale e quindi politico che incarna un’evoluzione avvenuta. E che rende palese come una road map fatta di chiusure di siti e di server non porti da nessuna parte. Sicuramente non verso le possibili idee di futuro e di progresso che nonostante la complessità degli scenari, è possibile e doveroso tracciare.
(20 gennaio 2012)


Appunti da: Repubblica

lunedì 2 gennaio 2012

Hitler è ancora tra noi? (The Gernsback Continuum)



Qualche settimana fa ho letto per caso un post di Wu Ming (L'Occhio del Purgatorio, la Rivolta e l'Utopia) che analizzava un racconto di William Gibson del 1981: The Gernsback Continuum. Il tema del racconto mi è sembrato interessante: è la storia di un fotografo che, dopo aver realizzato un servizio sull'architettura "futuristica" americana degli anni '30, si ritrova intrappolato in visioni di una sorta di "futuro parallelo", popolato da gigantesche autostrade a corsie multiple, enormi dirigibili Zeppelin, e biondi automobilisti ariani. Per salvarsi da queste visioni di una realtà parallela, il protagonista, su consiglio di un amico, si rifugia nella letteratura porno e nelle storie "pulp". Il testo completo del racconto di Gibson, in inglese, è reperibile qui.

Il tema di una realtà "parallela", una realtà in cui hanno vinto i nazisti, non mi sembra così fantascientifico. Dopotutto, fino alla Seconda Guerra Mondiale, i rapporti tra Hitler e l'IBM (guidata da Thomas J. Watson, ritratto nella foto precedente assieme ad Hitler) erano ottimi. L'IBM ha fornito, con la tecnologia delle schede perforate, un contributo determinante alla deportazione degli ebrei nei campi di concentramento. Fino alla Seconda Guerra Mondiale, la Germania di Hitler è stata il secondo maggior cliente dell'IBM, subito dopo gli USA. Dopo la guerra, il nazismo è stato sconfitto, ma l'IBM ha fatto ottimi progressi. Forse viviamo davvero in una realtà parallela. Forse bisogna imparare a leggere tanti piccoli segnali segnali. O imparare a non leggerli, per non esserne perseguitati. Un pò come ha fatto il protagonista del racconto di Gibson, The Gernsback Continuum.

A volte le nostre visioni possono essere veramente persecutorie, veramente difficili da ignorare. C'é stata la strage di senegalesi, a Firenze, nel dicembre 2011, ad opera di Gianluca Casseri, un militante di CasaPound. Gad Lerner ha pubblicato sul suo blog un post da titolo inquietante: "Un Natale che piacerebbe a Hitler?". Siamo sicuri di non vivere in una "realtà parallela", dove hanno vinto i nazisti? Una realtà simile a quella del racconto di Gibson? Possiamo fare qualcosa per difenderci? Forse sì. Dopotutto, ai tempi di Hitler Internet e il blogging non erano ancora stati inventati.

Sicuramente Internet e il blogging non sono la panacea per tutti i mali, ed è sbagliato contare troppo sulla tecnologia. Ma se Internet e il blogging ci fossero stati ai tempi dei nazisti, forse le cose sarebbero andate un pò meglio. Non voglio essere superficiale e semplicista. Forse sono solo un pò visionario. Ma le schede perforate e i computer mainframe dell'IBM mi sembrano molto "di destra". Invece Internet, il PC e il libero blogging mi sembrano molto "di sinistra". Finchè non ce li tolgono.

Monta la protesta contro i caccia F35: "Costano troppo, il governo non li compri"

 

Appunti da: Repubblica

 

Si allarga lo schieramento di chi dice no all'acquisto di 131 cacciabombardieri. Di Pietro: "Scandalo insopportabile". Raisi: "Costano quanto una Finanziaria". Bonelli: "Il governo tace". E il Pd chiede a Monti un "ripensamento". Vendola attacca il ministro: "Tagli del personale per avere più risorse da destinare agli armamenti e alle missioni. Il rischio è questo e va contrastato"

 



ROMA - Meno spese militari, c'è la crisi. Le difficoltà economiche del nostro Paese si portano dietro l'allargamento del fronte "pacifista" che una volta reclamava a gran voce il taglio delle spese militari. Ebbene quello schieramento, un tempo terreno di militanza della sinistra, si estende adesso a insospettabili sostenitori. Da Fli all'Idv è un coro: c'è la crisi, stop alle spese militari. Ed è una protesta basata su ragioni prettamente "economiche". A farne le spese soprattutto il recente acquisto dei 131 caccia F35 da parte dell'esecito italiano 1. Una spesa non da poco: più di 200 milioni ad aereo. Troppo, in tempi di magra. Tanto che persino Israele e il Regno Unito hanno dovuto tagliarne i programmi e il Pentagono ha ridimensionato le richieste.

Ed ecco che il fronte degli oppositori trova nuovi seguaci. "E' giunto il momento - scrive l'esponente di Fli Enzo Raisi - di rompere un tabù, o almeno di rimetterlo in discussione. E' quello degli sperperi in spese militari legate ancora al vecchio schema degli anni della guerra fredda. Ad esempio, il recente acquisto dei caccia F35, per un valore analogo a quello di una manovra finanziaria". Secondo Raisi, "il governo Monti dovrebbe riflettere e riaprire anche il capitolo della dismissione dell'enorme patrimonio di ex caserme e strutture abbandonati dalla difesa: si individuino procedure-lampo per immetterli
sul mercato visto che quelle esistenti sono lunghissime e inefficaci".

Il tema è da tempo nel mirino dell'Idv. Per questo Di Pietro ne rivendica la primogenitura: "Meglio tardi che mai. Alla fine anche la grande stampa e qualcun altro si sono accorti che scandalo insopportabile siano i miliardi di euro che buttiamo in spese militari. Soprattutto se si pensa che per il Servizio civile nazionale, invece, i fondi sono precipitati dai circa 170 milioni del 2010 ai 68 del 2012. Quando il ministro della Difesa ammiraglio De Paola ha detto che a tagliare le spese militari non ci pensava proprio, nessuno tranne noi aveva fiatato".

Incalzano anche i Verdi: "Dal governo non è ancora arrivata nessuna risposta sul taglio delle spese per gli armamenti che in Italia hanno raggiunto cifre da capogiro - dichiara il presidente Angelo Bonelli - Ognuno di questi aerei da guerra costa più di 120 milioni, ossia l'equivalente di quanto è necessario per costruire e far funzionare 83 asili nido".

E Nichi Vendola, su Twitter, che chiama in causa il ministro della Difesa: "Le Forze Armate sono sovradimensionate, costano troppo, ci sono troppi soldati e soprattutto troppi ufficiali e sottoufficiali: così più o meno il ministro Di Paola nel suo messaggio di fine anno. In tutto180 mila militari, spese record, sprechi, inefficienze, privilegi ingiustificati. Ridurre e modernizzare il personale? L’idea del ministro è questa, insieme salvando, ovviamente, i sistemi d’arma, gli F35, la missione in Afghanistan. Tagliare da una parte – se si taglierà – per avere più risorse da destinare agli armamenti e alle missioni. Il rischio è questo. Da contrastare".

Dal Pd si alza la voce critica della senatrice Roberta Pinotti, ex responsabile nazionale Difesa: "Non servono 131 caccia, il governo potrebbe ridurre l'acquisto a 40-50''. Il collega di partito Ignazio Marino chiede un deciso taglio degli armamenti: "Con il solo costo di due cacciabombardieri F-35 si potrebbero trovare fondi per il sostegno dei giovani precari oppure sostenere investimenti per la ricerca e l'innovazione". Uno stop lo chiede, anche se con parecchie sfumature e distinguo anche il dipartimento esteri dei democratici che suggerisce a Monti una fase di  "sospensione" e "ripensamento".


(02 gennaio 2012)

Appunti da: Repubblica

 

 

No all'incarcerazione di Christa Eckes!




Il 1. dicembre 2011 la Corte d'appello di Stoccarda (Oberlandsgericht Stuttgart) ha deciso che l'ex militante della Rote Armee Fraktion (RAF) Christa Eckes deve essere imprigionata per 6 mesi poiché si rifiuta di testimoniare.

La 'Beugehaft' è la carcerazione coercitiva prevista dal codice tedesco per costringere un testimone a rivelare quanto di sua conoscenza. Christa è gravemente malata, in cura per leucemia, e questo ordine di carcerazione potrebbe essere la sua condanna a morte.


Continua a leggere su: Damnatio Memoriae

"Da qui truffiamo il mondo"


Appunti da: La Stampa


Viaggio a Ramnicu Valcea, la capitale romena degli hacker.
Diventata florida grazie a Internet

PIERANGELO SAPEGNO

 













Di là dal fiume ci stanno tutti quei palazzi grigi e squadrati da edilizia popolare degli anni comunisti. Ma all’ingresso della città, nel quartiere di Budest, la Mercedes Benz ha aperto proprio qui una delle più grandi concessionarie della Romania. È una strana città, Ramnicu Valcea. Fra le sue vie coperte da queste edifici in stile caserma e attraversate da una miriade di Bmw e Audi nuove di zecca, ci sono tanti di quei bar e club privati come se li sognano a Bucarest. Stanno sempre aperti, tutte le notti: è che qui ci lavorano gli hacker, giovanissimi maghi dei computer che organizzano false vendite in rete e furti di carte di credito. Questa è la capitale della truffa su Internet. Lo è dal 2000: solo che prima erano dei principianti e li beccavano tutti. Adesso si sono fatti furbi, hanno creato una rete con strutture fantasma nei vari Paesi del mondo (Stati Uniti soprattutto, ma anche Germania, Olanda, Francia, Svizzera) che riescono a far girare i soldi truffati e farli sparire in questo grande mare. Così non li beccano più, e in America non sanno come fare. L’ultimo colpo, luglio 2011, ha portato via 20 milioni di dollari a cittadini statunitensi.

Così, il direttore dell’Fbi Robert Mueller se n’è venuto da New York apposta, ha fatto visita al presidente Traian Basescu, e poi ha messo su in fretta e furia una squadra speciale di 600 poliziotti rumeni da addestrare bene, «perché questa storia è diventata una minaccia per il mondo», ha detto. Tutta colpa di questa città, che sta ai piedi dei Carpazi, 110 mila abitanti con i suoi caseggiati popolari anni Cinquanta, 175 km da Bucarest e 123 da Craiova, la «Silicon Valley del furto su Internet», come l’hanno chiamata i giornali americani. Anche «Le Monde» ha mandato qui un suo inviato per un lungo reportage. Il procuratore Danusia Boicean ha spiegato come questa rete di truffatori organizzi finte vendite e aste truccate su eBay di prodotti elettronici, macchine, vestiti, e riesca pure a inserirsi sui conti bancari.

L’80 per cento delle vittime è negli Stati Uniti, ma negli ultimi tempi gli hacker di Ramnicu Valcea hanno allargato il loro giro d’affari anche in Europa. Ora che si è mossa anche l’Fbi, la Polizia ha ottenuto qualche risultato e gli agenti hanno appena arrestato «25 persone, tutte dai 18 ai 35 anni, che avevano sottratto 120 mila euro a cittadini americani, svizzeri, francesi, austriaci e tedeschi», come racconta Danusia Boicean. Ma tutto questo è una goccia nel mare. Il fatto è che questa città è davvero uno strano posto. L’unica industria che funziona - si fa per dire - è quella degli hacker. Non ci sono altre attività, non c’è altro lavoro. E tutto il resto, che produce qualche entrata, sembra girare attorno a questo mondo.

Eppure, questo è un luogo storico, come testimoniano qualche antico palazzo sopravvissuto alle piene del fiume Olt e il suo giardino pubblico, una sorta di piccolo parco tirato su per festeggiare la vittoria della Rivoluzione. C’è qualche hotel pretenzioso, come il Central Calimanesti, ci sono pensioni e alberghetti sulla prima collina, immersi nel verde. La città è stata quasi tutta ricostruita a mezza costa, perché quella originaria, era stata più volte distrutta dalle piene.

Ma entrando dal ponte sulla strada che viene dalla Statale 64, quello che colpisce è questo vento di benessere che soffia su una città dall’immagine comunque popolare, da regime comunista: nel centro e in periferia, come ha raccontato anche «Le Monde», in questo viavai di Audi e Bmw, macchine simbolo del successo da arricchimento, la società Western Union, specializzata nel trasferimento di soldi e capitali, ha aperto una ventina di uffici. Di notte, poi, i bar e i club si riempiono di questi maghi del computer, ragazzotti attaccati a un mouse e a una pinta di birra, per inventarsi vendite sperdute nel mondo in collegamento con i loro complici fantasma. Fra di loro non si conoscono e il passaggio di soldi è lungo e complicato, da un fantasma all’altro. Fino alla capitale, nella terra di Dracula, dove dietro allo schermo c’è solo una faccia coi brufoli con una maglietta da mercato. L’ultimo dei fantasmi è questo qui.



Appunti da: La Stampa 

Caccia, portaerei e organici record ora la parola d'ordine è 'tagliare'

 

Appunti da: Repubblica

 

Il nuovo ministro ha debuttato davanti al Parlamento annunciando che anche le Forze armate sono pronte a fare austerità. Ma l'Italia ha ordinato 131 F-35: costeranno quanto una manovra finanziaria. Gli stipendi valgono il 62 per cento del bilancio della Difesa, 23 miliardi di euro più 1,4 miliardi per le missioni all'estero. L'affondo del Pd: "Scandaloso" di 

GIAMPAOLO CADALANU 

 



LA MIGLIOR DIFESA è l'attacco: doveva esserne convinto il ministro Giampaolo Di Paola, quando ha debuttato davanti al Parlamento annunciando da subito che anche le Forze armate erano pronte a fare voto di austerità. Ma il problema, naturalmente, è "come" imporre risparmi e rinunce, a fronte di impegni internazionali e persino interni sempre più estesi.

La strada suggerita dal ministro, in realtà accolta senza entusiasmi in Commissione, è ridurre gli organici, visto che gli stipendi valgono il 62 per cento del bilancio della Difesa, equivalente a 23 miliardi di euro più 1,4 miliardi per le missioni all'estero. Oggi i militari sono circa 180 mila, meno di quelli previsti dall'attuale modello di Difesa, per Di Paola l'ideale sarebbe molto meno, 130-140 mila, se non addirittura 90 mila. Non possiamo licenziare, si è rammaricato il ministro, e dicono che abbia scherzato: "Ci vorrebbe una guerra, o un terremoto".

Lo scontro sul cacciabombardiere
Sulla struttura delle Forze armate del futuro si confrontano in Parlamento due ipotesi principali. La prima è quella suggerita dal ministro: tagli robusti sul personale, attraverso il blocco del turn-over, e investimenti sulla tecnologia. È una strada che piace alle industrie, alla Marina e all'Aeronautica.

C'è spazio pure per il controverso Joint Strike Fighter, o F-35, il cacciabombardiere più costoso della storia. Fra ritardi, errori e rinvii, lo sfortunato progetto della Lockheed
ha subito tanti ritocchi nel preventivo che oggi ogni esemplare dovrebbe costare 200 milioni di euro. L'Italia ne voleva 131, il programma prevede una spesa di almeno 15 miliardi in dodici anni, ma gli aumenti saranno inevitabili, vista la necessità di modifiche al progetto originale: solo il mese scorso la commissione del Pentagono che sta esaminando i prototipi dell'F-35 ha chiesto 725 correzioni, dal casco del pilota al sistema di aggancio in atterraggio, che ha fallito tutti i test sul campo.

Insomma, se l'ordine resterà questo, l'F-35 costerà quanto una manovra finanziaria. E' talmente caro che tutti i paesi interessati ci stanno ripensando, persino Israele e il Regno Unito hanno dovuto tagliarne i programmi e il Pentagono ha ridimensionato le richieste.

In America il dibattito è aperto, i pregi e soprattutto i difetti del cacciabombardiere sono resi pubblici spietatamente: per John McCain, eroe del Vietnam ed ex candidato repubblicano alla presidenza, il progetto F-35 è "un disastro", mentre il Washington Post lo ha definito nei giorni scorsi "un preoccupante esempio delle spese del Pentagono".

In Italia la prima a contestare la scelta è stata "Famiglia Cristiana", poi è partita una campagna massiccia, ma senza grandi risultati. Per Gian Piero Scanu, capogruppo Pd alla commissione Difesa del Senato, "è scandaloso che si sottraggano risorse così ingenti per strumenti di guerra, agli antipodi con le necessità dell'Italia". Ma Di Paola si è limitato ad annunciare che "dovrà rivedere" la lista della spesa.

La beffa della manutenzione
Anche gli esperti sono molto critici: l'F-35 è un aereo progettato per le esigenze della Guerra fredda, quasi inutile in teatri come l'Afghanistan e inferiore, secondo molti generali, al J-20 Stealth di produzione cinese. In più, del fiume di denaro necessario, in Italia resteranno solo poche gocce. Anzi, gli operai destinati a montare le ali nello stabilimento di Cameri saranno solo 600, meno dei mille impegnati oggi nella lavorazione del vecchio Eurofighter.

Ed è difficile non considerare una beffa che persino una parte della manutenzione sarà fatta all'estero: gli alleati concedono al nostro paese di usare la tecnologia antiradar Stealth, ma non si fidano tanto da rivelarne i dettagli e permetterne quindi aggiornamento e riparazioni.

La portaerei da un miliardo e mezzo
Di cancellare del tutto il programma, Di Paola non ne vuol sentire: è stato lui stesso a firmare i primi protocolli d'intesa, nel 2002, come capo di Stato maggiore. Ma soprattutto la versione B a decollo corto dell'F-35 è destinata alla Cavour, portaerei da un miliardo e mezzo di euro, fiore all'occhiello della sua amatissima Marina.

La nave è un gioiello progettato in tempi meno austeri e fortemente voluto dall'ammiraglio: se non potrà schierare sul ponte gli Jsf, rischia di svelarsi come un monumento allo spreco. Resta da vedere, dicono molti parlamentari, se non sia uno spreco comunque, visto che la politica estera italiana non sembra prevedere tentazioni imperiali. "Costruirla è stata un'assurdità, visto che c'era già la Garibaldi", dice l'esperto Massimo Paolicelli, "tanto più che le spese non finiscono mai: la nave costa duecentomila euro al giorno in navigazione, centomila quando resta in porto".

Le fregate di lusso
Ma la Cavour non basta all'arma prediletta dell'ammiraglio Di Paola, che ha ordinato dieci fregate della classe "Fremm", per 6 miliardi di euro. Anche qui gli esperti sollevano perplessità: non solo dieci navi sono tante, ma per qualche misterioso motivo costano alla Marina molto di più di quanto le paghi la Marine nationale francese.

I blindati e le basi
La seconda ipotesi prevede il mantenimento di un numero robusto di militari, con investimenti adatti per il profilo internazionale dell'Italia. In questa direzione va la spesa di 600 milioni, già autorizzata in Commissione, per blindati Lince, mezzi logistici protetti, sensori e protezioni passive per le basi avanzate. È un ordine che "vale" tre F-35, ma darà lavoro a duemila persone per tre anni.

Quest'ultimo scenario, gradito all'Esercito e all'industria italiana, appare più ragionevole e adatto ai tempi, ma richiede un cambio di rotta. E la capacità di convincimento messa in campo da chi ha interesse nei progetti più costosi sembra realmente immensa.
 
(02 gennaio 2012)


Appunti da: Repubblica



 

Un pugno di società controlla il mondo. Ecco la rete globale del potere finanziario

 


Appunti da: Repubblica

 

 

Una ricerca svizzera traccia il quadro delle relazioni tra grandi gruppi: meno di 150 multinazionali dettano le regole del mercato e strozzano la concorrenza: "Controllo sproporzionato, si rischiano ripercussioni disastrose". Unicredit nella top 50 di LIVIA ERMINI

 





ideologici, ma si basa esclusivamente su dati statistici. Lo studio, infatti, intreccia modelli matematici con un database delle aziende mondiali (Orbis 2007) ricostruendo reti di relazioni e partecipazione che costituiscono nodi di potere sui mercati globali, senza essere frutto di accordi sottobanco.

I tre autori (Stefania Vitali, James B. Glattfelder e Stefano Battiston)  infatti hanno precisato che tali collegamenti tra compagnie, in una prima fase di crescita economica, possono risultare vantaggiosi per la stabilità dell'intero sistema. In tempi di crisi come quelli che stiamo attraversando, però, queste correlazioni potrebbero risultare molto pericolose perché, come in tutte le concentrazioni di potere, il collasso di una compagnia può avere ripercussioni disastrose sul resto dell'economia del pianeta.

"Quali sono le implicazioni per la stabilità mondiale?", si chiedono gli autori. "Si sa che le istituzioni costituiscono contratti finanziari, con diverse altre istituzioni. Questo permette loro di diversificare il rischio, ma, allo stesso tempo, li espone al contagio. In una situazione così interrelata, connotata da forti rapporti di proprietà, perciò il rischio di una contaminazione a catena è dietro l'angolo".

Per quanto riguarda l'Italia, oltre a Unicredito Italiano Spa tra i primi 50 gruppi di controllo, lo studio effettua uno screening della struttura del gruppo Benetton (GUARDA 2) che mostra le diramazioni del controllo della capogruppo alle subsidiaries, alle consociate a livello internazionale.



 
(02 gennaio 2012)


Appunti da: Repubblica
 

sabato 31 dicembre 2011

Il ministro Terzi deferisce il console fasciorock

 

Appunti da: Corriere della Sera


Mario Vattani, attuale console a Osaka, leader di una band che inneggia a Salò. E' stato consigliere di Alemanno


FARNESINA
Il ministro Terzi deferisce il console fasciorock
Mario Vattani, attuale console a Osaka, leader di una band che inneggia a Salò. E' stato consigliere di Alemanno
ROMA - Deferito alla Commissione di disciplina del Ministero degli esteri. E' stato un articolo comparso il 29 dicembre sul quotidiano l'Unità a convincere il ministro Terzi dell'urgenza di un intervento sul caso di Mario Vattani, console italiano a Osaka e figlio d'arte (suo padre, Umberto, ex segretario generale della Farnesina, è tra i diplomatici più conosciuti d'Italia). Il console, però, risulta essere anche il leader del gruppo fasciorock «Sotto fascia semplice», noto negli ambienti neofascisti vicini a Casapound con il nome di Katanga.
CASAPOUND - Proprio durante un'esibizione con il gruppo, lo scorso maggio a Roma, in occasione di un raduno organizzato da Casapound, Vattani è stato immortalato in alcuni video mentre duetta con Gianluca Iannone, leader degli Zeta Zero Alfa. I filmati, finiti su youtube, mostrano il diplomatico mentre intona versi contro i pacifisti e i disobbedienti, davanti al pubblico che, davanti al palco, tende le braccia per il saluto romano. Pezzi che inneggiano alla a Salò e alla «bandiera nera» («Io so che tra cinque anni / a primavera alzerò la bandiera nera»). Ad annunciare la presentazione di un'interrogazione urgente al capo della diplomazia italiana era stato il Pd con Roberto Morassut: «Nelle prossime ore presenteremo un'interrogazione urgente al ministro degli Esteri, Giulio Terzi, per sapere se ritenga opportuna la nomina a console generale d'Italia in Giappone di Mario Vattani, funzionario della Farnesina e leader di un gruppo musicale vicino agli ambienti di Casapound».
Vattani insieme al sindaco Alemanno e alla moglie Isabella Rauti Vattani insieme al sindaco Alemanno e alla moglie Isabella Rauti
CONSIGLIERE DEL SINDACO - Mario Vattani, 45 anni appena compiuti, è stato per tre anni - dal 2008 al 2011 - consigliere diplomatico del sindaco Alemanno, e prima sempre con lui, al Ministero dell'Agricoltura, da luglio è volato in Giappone dove è stato promosso console generale d’Italia a Osaka. Ma Vattani ha fatto parlare di sé anche in passato. Giovanissimo, finisce su tutti i giornali, insieme all’amico Stefano Andrini - anche lui al centro di polemiche dopo che Alemanno lo nominò ad di Ama- e ad altri militanti dell’estrema destra in seguito al pestaggio di due giovani di sinistra davanti al cinema Capranica. Prosciolto dalle accuse, intraprende la carriera diplomatica, che lo porta a ricoprire per due volte la carica di consigliere per le relazioni internazionali di Gianni Alemanno, prima al ministero dell'Agricoltura e poi al Campidoglio. In quegli anni, Vattani si accompagna ad Alemanno in diversi viaggi, tra cui quelli ad Auschwitz e a Hiroshima.
Un'immagine ufficiale di Vattani console Un'immagine ufficiale di Vattani console
ANPI - Sul caso era intervenuto anche l'Anpi nazionale. «Le ridicole nere esibizioni notturne di Mario Vattani, console italiano in Giappone, non possono non preoccuparci in quanto rivelatrici di un clima di nostalgismo fascista che è penetrato fin dentro le istituzioni», scrive Carlo Smuraglia, presidente nazionale dell'Associazione partigiani Anpi.


Redazione
30 dicembre 2011 (modifica il 31 dicembre 2011)





Gianluca Casseri e l'abituale disumanità di Giovanni Donzelli

 

 

mercoledì 14 dicembre 2011




Firenze, 13 dicembre 2011. Un certo Gianluca Casseri ha ucciso a freddo due persone provenienti dalla Repubblica del Senegal e ne ha ferite altre due.
Questo prima di uccidersi a sua volta, almeno secondo le prime dichiarazioni date in pasto alle gazzette.
Un giro sui motori di ricerca ha permesso ai gazzettieri di fornire ai sudditi un ritratto relativamente dettagliato di Casseri, che una mattina di dicembre ha così preziosamente contribuito alla lotta contriddegràdo e pellasihurézza. E' probabile che in questo dicembre organizzazioni come Boutique Pound avranno per qualche giorno questioni più importanti di cui occuparsi che non di vendere magliette, cappellini e musichette mediocri al loro pubblico di buoni a nulla.
Giovanni Donzelli invece è un diplomato ben vestito di cui ci siamo già occupati più volte, politico "occidentalista" della più autentica e fedele specie.
L'"occidentalismo" è una pratica politica che ha i propri fondamenti nell'ingiustizia, nella prevaricazione e nella menzogna, messe a servizio di una visione del mondo che si basa sull'arbitrio e sulla prepotenza. Fedele ai principi che gli hanno permesso fino ad oggi di evitare qualsivoglia attività lavorativa, immediatamente dopo le prime notizie su quanto stava accadendo in città Giovanni Donzelli ha rilasciato un comunicato stampa che gli è immediatamente valso qualche risposta un po' risentita, molto distante da quel disprezzo pronto alle vie di fatto che in contesti meno involuti di quello peninsulare rappresenterebbe l'unica risposta possibile all'operato di simili frequentatori di ristoranti.
Vista la mala parata, il comunicato è stato fatto sparire da diverse delle gazzettine on line più condiscendenti verso la spazzatura "occidentalista", ma su questo ritorneremo tra poco.

Vale la pena ricordare che da molti anni gazzette dalla pretesa serietà, dalla postulata "libertà" e dalla ancor più pretesa autorevolezza trovano normalissimo riportare ogni giorno dichiarazioni, intenti e considerazioni come i propositi incendiari e dinamitardi di Oriana Fallaci, cui gli "occidentalisti" fiorentini vorrebbero con indubbia coerenza che fosse dedicata una strada.
La tendenza è comune all'intero panorama gazzettistico; nel caso dei fogli "occidentalisti" il fornire sostegno propagandistico ai committenti politici supera qualunque altro obiettivo, perfino quelli legati alla sopravvivenza economica delle testate. In questo le gazzette hanno fatta propria e veicolato all'intero pubblico la weltanschauung scimmiesca che fino all'inizio del millennio trovava diffusione soltanto in piccoli e relativamente innocui nuclei di omùncoli con alle spalle un curriculum da falliti bulli di quartiere. Una weltanschauung che è stata sistematicamente e consapevolmente presentata come l'unica condivisibile, essendo concetti come la competenza, l'umanità, la riflessione e l'equanimità -per tacere della giustizia sociale in primo luogo- roba che almeno dagli anni Ottanta del passato secolo è stata in blocco consegnata al disprezzo ed all'oblio che toccano agli sconfitti della storia.
Suscita una certa irritazione venata di scostanza, all'indomani di episodi come questo, scorrere editoriali piagnucolosi come quello di Paolo Ermini, capogazzettiere dell'edizione fiorentina della gazzetta "occidentalista" chiamata Corriere della Sera, cui spetta in questi casi il compito di presentare l'operato suo e del foglietto per cui "lavora" come se fossero parte delle soluzioni anziché parte dei problemi.
Il comportamento dei mass media e la linea politica seguita dalla loro committenza hanno prodotto nella penisola italiana il clima sociale di cattiveria spicciola, pubblica abiezione e meschinità abituale che i nostri lettori conoscono bene e per il quale non esiste disprezzo sufficiente.
Detto altrimenti, è sorprendente che dopo un simile, pluriennale e costante avallo dei comportamenti più disumani e ributtanti da parte di fonti presentate come autorevoli e non confutabili -pena l'accusa di terrorismo e il bando mediatico nel migliore dei casi- il numero di episodi imputabili ai Gianluca Casseri non abbia assunto portata ben più ampia.

Torniamo adesso a Giovanni Donzelli, il diplomato benvestito.
Nelle prime ore del 14 dicembre 2011 il comunicato stampa citato risultava ancora visibile nel sito di cui si riporta la screenshot. Di séguito, a beneficio dei motori di ricerca e dei nostri lettori, ne riportiamo anche il testo.
Si tratta di materiali pressoché incommentabili. In contesti normali sarebbe chiaro che l'unico motivo per cui è plausibile la diffusione di un simile collodio sta nella ricerca di visibilità mediatica ad ogni costo.
Facciamo dunque finta per un momento che la penisola italiana costituisca un contesto normale ed aiutiamo Giovanni Donzelli a restare mediaticamente visibile, che è quello che più desidera.
La possibilità che a séguito di questo ci sia qualcuno che si pone qualche domanda è remota, ma non va certo scartata a priori.


Far West in piazza Dalmazia, Donzelli (Pdl): «Firenze crocevia della criminalità. Falliti i tentativi di integrazione»

Dichiarazione del Consigliere regionale del Pdl Giovanni Donzelli
«Regolamenti di conti, sparatorie, infiltrazioni camorristiche e criminalità internazionale: Firenze è ormai e crocevia del malaffare. Forse sarebbe opportuno che il sindaco Matteo Renzi tra una kermesse e l’altra, si interessasse anche del precipitare dei livelli di sicurezza in città. E’ evidente che sono miseramente falliti tutti i tentativi di integrazione portati avanti dalla politica delle ‘porte aperte a tutti’ praticata dalla sinistra negli ultimi decenni a Firenze e in Toscana». «Così, mentre alle spalle della Leopolda, tanto cara a Renzi, centinaia di irregolari vivono in condizioni di illegalità e malessere, la stessa piazza Dalmazia, teatro del regolamento di conti di oggi con tanto di sparatoria, la notte si trasforma in un giaciglio di disperati. Intanto, a poche centinaia di metri, continua l’occupazione abusiva di Poggio Secco con decine e decine di irregolari che non vengono né censiti né controllati, ma che in alcuni casi ottengono la residenza negli stabili occupati illegalmente». «In questo scenario, le forze dell’ordine operano tra le mille difficoltà dovute non solo alla tolleranza di fenomeni di abusivismo da parte dell’amministrazione comunale, ma anche alla scelta folle di non dotare la nostra regione di un centro di identificazione per extracomunitari. In un simile clima da far west internazionale si insediano facilmente la criminalità organizzata e le mafie di tutto il mondo». (mo.no)
Appunti da: Io non sto con Oriana

Come si diventa un Gianluca Casseri. Per una interpretazione del massacro di Firenze.


 

giovedì 15 dicembre 2011



Involontariamente notevole il titolo dell'articolo di Donzelli: "Far West in Piazza Dalmazia".
Far West si traduce profondo Occidente.

Miguel Martinez

Non tutti gli stati sovrani sono come quello che occupa la penisola italiana; ve ne sono anche svariati altri il cui nome può essere pronunciato senza che le reazioni dei presenti vadano dall'indifferenza venata di repulsione alla risatina di scherno.
Uno di questi è la Repubblica Francese, alla cui realtà fanno riferimento le righe che seguono. Si tratta di una realtà che ha molti tratti in comune con quella dello "stato" che occupa la penisola italiana, a cominciare dalle aperte assurdità perpetrate ogni giorno dall'apparato repressivo.
Il testo è tratto Da L'Insurrezione che viene, curato da un Comitato Invisibile francese e reperibile in rete da qualche anno. Costituisce una descrizione sufficientemente precisa delle condizioni in cui vivono gli "occidentali" contemporanei e definisce responsabilità parimenti precise.
Le righe in corsivo contengono la chiave di una possibile interpretazione del massacro di Firenze.

Un governo che dichiara lo stato d'emergenza contro ragazzini di quindici anni. Un paese che si rimette per la sua salute ai piedi di una squadra di calcio. Uno sbirro in un letto d'ospedale che si lamenta di essere stato vittima di 'violenza'. Un prefetto che emana un decreto contro chi si costruisce delle capanne sugli alberi. A Chelles, due ragazzini di dieci anni accusati di aver dato fuoco a una ludoteca. Quest'epoca eccelle per i toni ridicoli in tutte quelle situazioni che sembrano sfuggirle di mano. E c'è anche da sottolineare che i media non risparmiano gli sforzi per soffocare nei registri del pianto e dell'indignazione lo scoppio di risate che dovrebbe accogliere simili notizie.
Un'esplosione di risate: è la risposta che viene data a tutte le gravi 'questioni' che l'attualità trova piacevole sollevare. Prendiamo la più dibattuta: 'l'immigrazione non è un problema'. Chi cresce ancora là dove è nato? Chi abita lì dove è cresciuto? Chi lavora là dove abita? Chi vive lì dove hanno vissuto i suoi vecchi? E di chi sono figli i giovani di quest'epoca, della tivù o dei loro genitori? La verità è che (cittadini e non-cittadini) siamo stati strappati di peso dalle nostre radici, che non siamo più di nessun luogo, e che da ciò ne consegue, insieme a una incredibile inclinazione ai viaggi turistici, un'innegabile sofferenza. La nostra storia è fatta di sradicamento, colonialismo, migrazioni, guerre, esili. È questa storia che ha fatto di noi degli stranieri in questo mondo, degli ospiti nella nostra famiglia. Ci hanno espropriato della nostra lingua con l'insegnamento della lingua nazionale, delle nostre canzoni con il varietà, dei nostri affetti con la pornografia di massa, delle nostre città con la polizia, dei nostri amici con le condizioni di lavoro. Si aggiunga a questo elenco l'impegno deciso e continuo d'identificazione da parte dello Stato che classifica, compara, disciplina e separa chi è ancora giovane, che cancella di colpo la solidarietà che gli sfugge di mano, sicché alla fine non resta che una cittadinanza come pura appartenenza, astratta e ideale, allo Stato.
Il francese è un espropriato, un miserabile. Il suo odio nei confronti degli stranieri si confonde con l'odio che prova nel sentirsi come uno straniero. La sua gelosia e il suo terrore per i cités descrivono la rabbia che sente per tutto ciò che ha perso. Non può astenersi dall'invidiare quei quartieri detti di 'confine' dove ancora resistono un'ipotesi di vita in comune, qualche legame fra le persone, una solidarietà non di stato, un'economia informale, una gestione del luogo che non è ancora distaccata da chi ci vive.
Siamo giunti a un punto di espropriazione in cui il solo modo di sentirsi francesi consiste nell'inveire contro gli immigrati, contro chi è manifestamente straniero come me. Gli immigrati detengono questa curiosa posizione di superiorità: se non ci fossero più, non esisterebbero più i francesi.



Ha ragione Francesco Torselli: "Casaggì non è un centro di formazione di violenza".

 

sabato 17 dicembre 2011

Il 13 dicembre 2011 a Firenze un certo Gianluca Casseri ha ucciso due cittadini della Repubblica del Senegal e ne ha feriti altri due prima di uccidersi a sua volta. Questo secondo le prime versioni dei fatti diffuse dalle gazzette.
Nelle ore successive Casseri è stato ricordato come assiduo frequentatore di organizzazioni ed iniziative estremiste; negli ambienti attorno ai quali gravitava gli sono stati così grati e così riconoscenti che in capo ad un giorno, e secondo una prassi consolidata, i suoi scritti ed il suo nome sono stati rimossi da tutte le pagine web da cui era possibile rimuoverli.
Il microscopico mondo dell'"occidentalismo" fiorentino, improvvisamente nell'occhio di un ciclone di aperta impopolarità cui contribuisce anche un clima mediatico cui interessa un po' meno picchiare su tasti come quello delle zingare rapitrici, si è anch'esso esibito in una nutrita serie di prese di distanza e di excusationes non petitae.
In particolare, il micropolitico "occidentalista" Francesco Torselli non ha affatto gradito le considerazioni radiofoniche di un certo Marmugi:
“Il Presidente Marmugi in una radio cittadina ha definito Casaggì un ‘centro di formazione di violenza’, espressione che non solo ci offende ed offende le centinaia di ragazzi che frequentano ogni giorno il centro, e che semmai, negli ultimi anni, la violenza l’hanno subita, reagendo sempre con responsabilità ed intelligenza, ma getta benzina sul fuoco in un momento in cui servirebbero interventi per stemperare gli animi e non certo per accalorarli”.
“La frase di Marmugi è vergognosa e indecente. I ‘centri di formazione di violenza’ non appartengono alla nostra cultura politica, che è quella della destra istituzionale ed identitaria italiana. Se nel corso della sua storia politica il presidente Marmugi ha conosciuto dei ‘centri di formazione di violenza’, non li ha certo conosciuti a destra, ed in ogni caso lo inviterei, se in possesso di informazioni a riguardo, a rivolgersi alla magistratura”.
E' utile ricordare ai lettori non fiorentini che questa Casaggì rappresenta l'unico radicamento sul territorio del maggior partito "occidentalista" della penisola italiana, con il quale non sono neppure mancati gli attriti, culminati mesi fa in un'aperta presa di distanza che ha messo i giovani "occidentalisti" in condizioni di dover togliere i simboli del partito da molta della loro propaganda. Con la fine di un patrocinio tanto palese sono finiti anche gli imbrattamenti murali a base di colla e manifesti, modus operandi in cui i giovani "occidentalisti" fiorentini avevano maturato un'autentica specializzazione.
La propaganda "occidentalista" non si è mai trovata a proprio agio con i nuovi media e si è per solito limitata ad allagare internet con i propri contenuti. La stessa Casaggì e lo stesso Francesco Torselli hanno prodotto e diffuso negli anni moltissimo materiale che non avvalora affatto la loro condivisione di una weltanschauung irenistica, tollerante e portata alla condivisione, ignorando o facendo finta di ignorare le implicazioni che nei nuovi media rivestono l'interattività e soprattutto l'eccellente memoria del web.
In casi come quello di cui stiamo trattando, le due cose si rivelano molto controproducenti, come andremo adesso a dimostrare limitando al minimo gli esempi per non infliggere a chi legge un elenco puntiglioso e sostanzialmente poco utile.
Cominciamo da qualche vicenda recentissima.
Si ricorderà come nel 2010 il maggior partito "occidentalista" della penisola italiana abbia dovuto affrontare una scissione che a livello propagandistico è stata tamponata linciandone a mezzo stampa il principale responsabile. La cosa è stata utilissima all'esecutivo anche e soprattutto per distogliere l'attenzione dei sudditi dalle reali condizioni del "paese" ed è stata resa molto facile dall'ormai realizzata coincidenza di contenuti che esiste tra i mass media del mainstream ed il catalogo patinato di un qualsiasi postribolo di media levatura.
Della cosa deve aver risentito anche il bicchiere d'acqua dell'"occidentalismo" fiorentino perché nel bel mezzo dell'abbaiare della feccia gazzettiera Casaggì pubblicava un brano degli ZetaZeroAlfa, un gruppo di grattacorde organico a Boutique Pound:
La nostra dedica quotidiana agli infami, ai viscidi, ai pavidi, ai protetti, ai bugiardi, ai pochi e tristi servi delle proprie squallide opportunità, traditori di Comunità e di sogni. Ci vedremo nella mischia, bastardi. Non finirà mai: ci sarà sempre un pò di odio per voi.
Su chi fossero i potenziali destinatari di un simile trattamento si possono fare soltanto delle supposizioni; le nostre sono frutto di una contestualizzazione dei materiali presentati.


Nello stesso periodo "infami e delatori" rei di chissà quale nequizia dovevano affrontare addirittura la prospettiva di una refertazione medica precisa: sette giorni.


Alcuni mesi dopo attivisti di Casaggì sono incappati in una piccola disavventura legata proprio ad un utilizzo troppo disinvolto dei referti medici; la cosa deve aver suggerito loro qualche cautela in più.
E' stimolante far notare che i mangiatori di maccheroni soliti ritrovarsi nel fondo di via Frusa ("Zona pallonaio", altra precisazione degnissima di nota) condividono la prassi "occidentalista" che impone la sostituzione delle argomentazioni con il ricorso sistematico ai tribunali.
Coerenza non conforme.

Archive.org è un'organizzazione meritevole, che consente di salvare il passato di internet dai rimaneggiamenti e dalle cancellazioni cui certe fonti possono andare incontro. Da archive.org la ricerca dei contenuti pubblicati nel corso degli anni su www.agfirenze.it restituisce risultati come questo.
Anno 2005. Tra l'iconografia della costituenda Casaggì troviamo quel Corneliu Zelea Codreanu che a Casaggì viene considerato un "referente comunitario" (si veda il documentato saggio di Zeev Barbu) il pallone travestito (una tradizione inventata fiorentina, caratterizzata dalla propensione dei suoi praticanti alla violenza più inutile ed abietta), riferimenti a Boutique Pound e, in abituale dissonanza, quei piagnistei contriddegràdo e pellasihurézza che additiamo ogni giorno allo scherno dei nostri lettori.
Anno 2006. Casaggì invita ad un presidio contro le "case agli zingari", aiuta le gazzette a linciare gli avversari politici, presenta una propria Sala Romualdi dedicata alla formazione culturale e politica dei frequentatori e fornita di opere di Corneliu Zelea Codreanu e di Julius Evola, elenca un pot pourri di maestri di vita in cui figurano non poche tra le letture coltivate da quel signor Gianluca Casseri dal quale è oggi così opportuno rimarcare la distanza, e che potrebbero in svariati casi essere definiti piuttosto maestri di morte.
Casseri, d'altronde, avrebbe forse condiviso anche l'intitolazione della sala.
Anno 2007. Grazie ad un certo Matteo Conti, Casaggì Firenze comunica ai sudditi che lo stato che occupa la penisola italiana è governato dalle Brigate Rosse...
Anno 2008. Intanto che onora i combattenti irregolari di mezzo mondo, Casaggì si ricorda di Firenze, dove gazzettieri e politicame hanno da tempo statuito che si definisce terrorismo qualunque comportamento che non trasferisca denaro dalle tasche di chi ne ha poco a quelle di chi ne ha molto. Dunque pubblicizza Azione Sicurezza "per mantenere la legalità a Firenze" e si accalora per il valore che più conta per la gioventù "occidentalista": il pallonaio, la palloneria, i pallonieri. Gente strapagata verso cui gli "occidentalisti" sono indulgenti anche quando aggredisce chi lavora sul serio.

Il quadro culturale cui Casaggì non fa mistero di riferirsi, assieme alla pratica politica intrisa di profonda competenza di cui ha dato nel corso degli anni, fanno dunque pensare più che altro al concetto di comunità escludente e consentono senza troppi dubbi di considerarla un corresponsabile, sia pure di quarta fila e con una portata ed una capacità di azione assolutamente trascurabili, del clima sociale che i nostri lettori ben conoscono.
In questo è doveroso riconoscere le ragioni di Francesco Torselli: Casaggì non è un centro di formazione di violenza. E' qualcosa di molto meno se non qualcosa di molto peggio.




Il clima organizzativo in cui è immerso il maggior partito "occidentalista" della penisola italiana, al quale per quanto è dato sapere Casaggì è stata organica èd è a tutt'oggi contigua, è fatto di cose come questa.
Diffuse, promosse, avallate, sostenute in ogni sede mediatica e con frequenza quotidiana.
Gheri Guido è un oziatore radiofonico di Scandicci molto presente alle iniziative elettorali e propagandistiche legate all'"occidentalismo". Anche un altro "occidentalista" relativamente noto come Achille Totaro è di Scandicci; Gheri Guido però si riconosce perché non è grasso.
Uno dei commentatori esprime sul suo conto delle valutazioni molto generose:
"mi sembra che un tipo così (sembra un ubriaco raccattato in un bar) non sia nemmeno da offendere."
Un commento che va nella direzione giusta: forse non è troppo tardi per iniziare a restituire questi materiali ed i loro autori al regno del disprezzo, dello scherno, del dileggio e della stigmatizzazione pubblica dal quale sono stati esclusi troppo a lungo.

La Farnesina deferisce il diplomatico fascio-rock

Appunti da: Repubblica

 

Video: "Alzerò la bandiera nera"

Il console italiano a Osaka inneggia alla Repubblica Sociale, e fa "musica per i camerati". Il ministero degli Esteri prima minimizza poi interviene, il Pd e l'Anpi chiedono spiegazioni di MARCO PASQUA


ROMA - Inneggia alla Repubblica Sociale italiana, celebra squadristi e bandiere nere e ricorda, con orgoglio, le botte date ad un antifascista, all'università. Parole d'odio e di militanza nera, quelle che risuonano nelle canzoni del Katanga, leader del gruppo "Sotto fascia semplice". Uno che ai concerti, promossi da CasaPound, viene accolto con le braccia tese. Cantore fascio-rock e, allo stesso tempo, rappresentante diplomatico italiano all'estero: dietro allo pseudonimo, ben noto sulla scena neofascista italiana, si cela, come ha rivelato l'Unità, Mario Vattani. Ex braccio destro del sindaco Gianni Alemanno (è stato suo "ministro degli Esteri": dal 2008 al 2011 ha ricoperto il ruolo di consigliere diplomatico), figlio del più famoso Umberto, uno dei diplomatici più potenti d'Italia, attualmente ha il compito di rappresentare il nostro Paese in Giappone. Dallo scorso mese di luglio è stato, infatti, promosso console generale d'Italia a Osaka. Ma la Farnesina, presa visione del caso, ha deciso di deferirlo.

IL VIDEO: VATTANI SUL PALCO 1 1

Sul sito della rappresentanza diplomatica italiana viene riportato il suo curriculum "ufficiale": ha guidato l'ufficio economico commerciale all'ambasciata di Tokyo, è stato consigliere diplomatico di Alemanno quando era ministro delle politiche agricole e forestali e console d'Italia
a Il Cairo. Classe 1966, formazione internazionale, grazie al background e ai mezzi che gli ha messo a disposizione il padre, è entrato nella carriera diplomatica nel 1991. Anni durante i quali era già un leader della musica identitaria, che animava (e anima) gli incontri della destra estrema negli spazi occupati e nei pub neri. Quella delle celtiche e dei raduni nostalgici a Predappio. Voce degli "Intolleranza" prima, fondatore nel 1996 dei "Sotto fascia semplice", non aveva mai cantato live. Anche se, come testimoniano le interviste rilasciate con lo pseudonimo "Katanga", era un sogno che aveva sempre coltivato. La musica, per lui, è sempre stata militanza. Una potente arma da usare per inculcare nei giovani quei valori fascisti di cui le canzoni sono impregnate. A documentare una delle sue prime uscite pubbliche, su Youtube, c'è un video che racconta l'esibizione presso "La tana delle tigri", raduno organizzato da CasaPound nei pressi dello stadio Olimpico.

Canta con Gianluca Iannone, voce degli Zeta Zero Alfa, e attacca pacifisti e disobbedienti. E' la prima esibizione pubblica dei "Sotto fascia semplice". Sul palco esibisce braccia ricoperte di tatuaggi, quelli che poi, nei viaggi da diplomatico, ha sempre celato dietro ad eleganti completi gessati, protetto dalle maniche lunghe. Anche nelle missioni estere con il sindaco Alemanno, da Auschwitz ad Hiroshima (un incarico retribuito con oltre 228 mila euro lordi annui). Una doppia vita anche nel look per il fascio-console. In Campidoglio è tornato, tre settimane fa, per salutare il sindaco e i suoi vecchi collaboratori - che ben conoscevano la sua attività di fascio-cantante. Le sue parole sono musica per l'orda nera: "Una repubblica fondata sui valori degli epuratori - canta in "Repubblica", uno dei suoi cavalli di battaglia - Da chi senza tante storie e con l'aiuto degli stranieri ha fatto fuori quegli ultimi italiani che fino alla fine hanno combattuto per un'altra repubblica".

L'altra Repubblica a cui si riferiva - come spiega in un'intervista concessa ad uno di quei siti di controinformazione che lo osannavano - in contrapposizione a quella italiana ("fondata sui valori della resistenza, sui valori della violenza, sui valori del tradimento e dell'arroganza. Una repubblica fondata sulla lotta armata fatta da banditi e disertori, dinamitardi e bombaroli") è quella della Repubblica sociale, e oggi rappresenta "quella che ognuno di noi può incarnare attraverso la sua attività quotidiana, e non parlo solo di militanza". Un nickname, Katanga, che gli è stato dato a Bologna, durante una trasferta "in pullman - recita il testo della canzone dei Sotto fascia Semplice 'Automito' - le ore di canti, di grida, di inni di sezione. Il grande raduno, i saluti romani davanti alla stazione". In quegli anni militava nel Fronte della Gioventù, gli scontri con i "pelosi" antifascisti (come li chiama lui) erano all'ordine del giorno. Anni difficili, durante i quali, insieme ad altri militanti dell'estrema destra, finirà sui giornali in seguito al pestaggio di due giovani di sinistra davanti al cinema Capranica (salvo poi essere prosciolto). Ma dei pestaggi sembra andar fiero. E lo scrive, nero su bianco, con assai poca diplomazia. Nella canzone "Ancora in piedi" racconta di quando, dopo essere stato malmenato nella facoltà di Scienze Politiche, a Roma, si è vendicato dei suoi aggressori: "Siamo tornati col Matto e con Sergio, siamo passati dalla porta di dietro. Vicino ai cessi dalla parte dell'aula quarta c'era il bastardo che mi aveva aggredito. L'abbiamo messo per terra e cercava di scappare, ma è rimasto appeso a una maniglia. Gli ho dato tanti di quei calci, ed era tanta la rabbia, che mi sono quasi storto una caviglia". Definisce le sue canzoni "musica per i camerati". E la musica potrebbe essere il primo passo per sbarcare nell'attività politica, come ha lasciato intuire in un'altra intervista: "Ritornare a suonare dal vivo - ammetteva - significherebbe riprendere a fare politica attivamente. E' una cosa a cui sto pensando molto in questo periodo". E' venuto il momento - diceva - "in cui ognuno di noi capisce che è venuto il momento per lasciare l'isolamento".

La Farnesina si limita in una prima fase a difendere il primogenito di Umberto Vattani (e a definire la sua musica "un fatto di costume"). Poi, nel pomeriggio, rilascia un comunicato più netto: "Il Ministro degli Esteri Terzi, dopo aver preso conoscenza del caso, ha sin da ieri dato istruzioni affinché esso venga immediatamente deferito alla Commissione di disciplina del Ministero degli esteri, del che il funzionario interessato, Mario Vattani, è stato prontamente messo al corrente".

La doppia vita del diplomatico approderà in Parlamento, con un'interrogazione preparata da Roberto Morassut (Pd): "Presenteremo un'interrogazione urgente al Ministro degli Esteri, Giulio Terzi, per sapere se ritenga opportuna la nomina a console generale d'Italia in Giappone di Vattani, funzionario della Farnesina e leader di un gruppo musicale vicino agli ambienti di CasaPound. Crediamo che, nel momento in cui è ancora aperta l'indagine della Magistratura sull'ipotesi che alcuni esponenti di CasaPound siano responsabili di aggressioni e di violenze ai danni di militanti del Pd, non si possa derubricare a 'fatto di costumè la partecipazione di un diplomatico, nominato console in Giappone, a manifestazioni dove si inneggia alla Repubblica di Salò e ai rituali di una destra identitaria. Per quanto riguarda nomine importanti come quelle di diplomatici, che rappresentano il Paese all'estero, ci permettiamo di sollevare alcuni dubbi sui criteri adottati e sulla presentabilità politica del console Vattani".

L'associazione Libertà e Giustizia, tramite il coordinatore del circolo di Roma, Massimo Marnetto, chiede, con una lettera inviata al ministro Terzi, la rimozione immediata dal console: "Qui non si tratta di 'una questione personale' come ha tentato di minimizzare con inspiegabile leggerezza il portavoce della Farnesina. Infatti, Mario Vattani si pone contro il dettato dell'art. 54 della Costituzione, che vincola tutti i cittadini al dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione. Inoltre, come titolare di delicate funzioni pubbliche di rappresentanza diplomatica, il Vattani-Katanga ha 'il dovere di adempierle con disciplina ed onore', come prescrive sempre l'art.54 della Carta. Per questi gravi e comprovati motivi, le chiediamo di provvedere affinché Mario Vattani sia rimosso al più presto dalla sua funzione, come segno di intransigente rispetto dei valori costituzionali, nati dal superamento della tragedia fascista". Preoccupazione viene espressa dal presidente nazionale dell'Anpi, Carlo Smuraglia: "Le ridicole, 'nere' esibizioni notturne di Mario Vattani, console italiano in Giappone, non possono non preoccuparci in quanto rivelatrici di un clima di 'nostalgismo fascistà che è penetrato fin dentro le istituzioni. L'ANPI, nel richiamare tutte le coscienze sensibili e responsabili ad una vigilanza attiva, con cesserà di condannare fermamente ogni gesto e azione che faccia riferimento a quel momento cupo e criminale della vita del Paese che fu il fascismo, già condannato dalla storia e fuori da ogni consesso che si dica civile e democratico".
(30 dicembre 2011)

Fonte: Repubblica