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giovedì 16 agosto 2012

Le Linee Guida GUFPI 4.0: i criteri per l’individuazione degli ILF


Cercheremo ora di analizzare l’evoluzione dei criteri di individuazione degli ILF dalla versione 4.0 alla 4.2 del CPM IFPUG. Il CPM IFPUG 4.0 era un pò vago per quanto riguarda i criteri d’individuazione degli ILF, e dava spazio ad ampi margini d’interpretazione. Basandosi solo sui criteri indicati nei CPM 4.0, senza fa ricorso a “linee guida” esterne, era possibile classificare tutte, o quasi, le tabelle di un database relazionale come ILF indipendenti. In realtà, il CPM IFPUG 4.0 dava per scontato, senza però scriverlo esplicitamente, che la visione corretta per il modello dei dati dell’applicazione fosse basata sul modello Entità-Relazioni. Infatti, quasi tutti gli esempi di conteggio della versione 4.0 del manuale contengono i classici diagrammi “Entità-Relazioni”: nella versione 4.0 del manuale, per l’analisi dei dati si usava il modello Entità-Relazioni; ma in nessun punto del manuale questo modello veniva dichiarato esplicitamente come il “modello di riferimento”.


All’epoca del CPM IFPUG 4.0, un gran numero di conteggi in Function Points classificava tutte, o quasi, le tabelle di un modello relazionale come ILF diversi tra loro. Ognuno di questi ILF era composto da un solo RET: la tabella stessa. Ma esistevano anche conteggi “virtuosi”, basati sul modello Entità-Relazioni e non su quello relazionale, che tendevano a individuare pochi ILF, ognuno composto da un aggregato di diversi RET. In definitiva, nella versione 4.0 del CPM IFPUG esistevano delle ambiguità, per quanto riguarda le definizioni degli ILF, che lasciavano ampi margini all’interpretazione soggettiva.







In realtà, anche se le regole generali di individuazione degli ILF fornite dal CPM IFPUG 4.0 non erano molto precise, gli esempi di conteggio erano estremamente esplicativi. La figura precedente contiene un esempio di modello Entità-Relazioni preso dal CPM IFPUG 4.0. Guardando questo esempio, la “visione IFPUG 4.0” su entità, entità attributive e sottotipi di entità sembra molto chiara, e identica a quella attuale.

Dopo la diffusione del CPM IFPUG 4.0, diverse organizzazioni “nazionali”, tra cui il GUFPI (Gruppo Utenti Function Point Italia) si preoccuparono di studiare e pubblicare delle “linee guida” per l’interpretazione del manuale. Le “Linee Guida 4.0” del GUFPI, ancora disponibili sul web, contengono oltre un centinaio di precisazioni e chiarimenti sull’interpretazione di diversi aspetti del Manuale IFPUG 4.0. I criteri per l’individuazione degli ILF sono ancora oggi particolarmente sintetici ed efficaci. In realtà le versioni successive del Manuale IFPUG, la 4.1.1 e la 4.2, hanno incorporato e reso più precisi questi criteri, ma non li hanno modificati.

Alcuni criteri d’individuazione degli ILF pubblicati dal GUFPI per il CPM IFPUG 4.0 sono i seguenti.



83Gruppo di dati: file logico o RET?

Codice: LFS.I.199901Impatto: Importante
Questione:
Quali criteri si possono utilizzare per stabilire se un raggruppamento logico di dati è un file logico a sé stante oppure un RET di un altro file logico più esteso?
Risposta:
Sia i file logici che i RET sono gruppi logici di dati. Più precisamente, il RET è definito come sottogruppo logico dei dati di un file logico. Nel CPM 4.0 non sono, però, chiariti i criteri da utilizzare per decidere se un gruppo logico è autonomo o è subordinato ad un altro file logico, e quindi rappresenta un RET di quest’ultimo. È però chiaro, ricordando la significatività per l’utente, che è necessario fare riferimento alla semantica del contesto in cui si opera più che ai rapporti di tipo strutturale tra i dati. Se per una certa applicazione un gruppo di dati è attributivo di una entità forte del contesto applicativo, in quanto meglio specifica e caratterizza tale entità, questo gruppo di dati è fortemente candidato ad essere un RET dell’entità altrimenti è candidato ad essere un file logico autonomo. Per questo motivo una gerarchia ISA può generare potenziali RET, ma non potenziali ILF, come nell’esempio sottostante.

Nel caso delle entità FORNITORE e ARTICOLO, queste sono candidati file logici distinti in quanto descrivono elementi della realtà fortemente distinti tra loro.
Un ultimo esempio dovrebbe chiarire ulteriormente il punto di vista da adottare. Supponiamo che una ditta abbia rapporti con rappresentati commerciali che non sono dipendenti diretti della società. Ogni venditore potrà usare una automobile per gli spostamenti legati al lavoro svolto. L’azienda vuole mantenere sia le informazioni relative ai venditori (anagrafica, accordi commerciali, fatturato etc.) che quelle relative alle automobili (marca, tipo, rimborso chilometrico etc.).
La domanda è: i dati delle automobili sono RET dell’ILF Venditori o sono un ILF a sé stante?
La risposta è che gli stessi dati possono essere ora l’uno ora l’altro a seconda dello specifico contesto applicativo. In particolare saranno RET dell’ILF Venditore qualora le automobili siano di proprietà dei venditori ed i loro dati servano solo per meglio specificare i rapporti economici intercorrenti tra azienda e venditori stessi. Gli stessi dati potranno costituire un ILF autonomo se le automobili sono invece di proprietà dell’azienda e questa ne vuole fare una gestione autonoma di patrimonio mobiliare in termini di manutenzione, ammortamenti, etc.
Come si vede da questo esempio, i dati sono fondamentalmente gli stessi, ma cambia il punto di vista applicativo su di essi. Appare allora consistente con l’impostazione della Function Point Analysis che la seconda situazione corrisponda ad un maggior valore numerico in Function Point.



Il chiarimento del GUFPI sull’interpretazione dei RET dà due criteri “oggettivi” per l’aggregazione dei RET a partire da un modello Entità-Relazioni:

  • tutte le entità in una stessa gerarchia IsA (Impiegato IsA Dipendente, Dirigente IsA Dipendente) devono corrispondere a RET di uno stesso ILF;
  • le entità “deboli”, cioè le entità che, nel modello E-R, dipendono da un’altra entità (Automobile, dipendente da Venditore) devono essere associate a RET dell’entità da cui dipendono.

Il secondo esempio, quello relativo alle due possibili classificazioni delle entità Automobile e Venditore, spiega come una stessa entità (Automobili) possa essere rappresentata, nei modelli E‑R, in modi diversi.
Se le auto devono essere, nella visione dell’utente, legate al venditore, allora nel modello E-R l’entità Automobile sarà rappresentata come entità “debole”. Ogni auto sarà collegata da una relazione “1 a 1” a un venditore, e sarà identificabile, nel modello E‑R, solo partendo dall’entità Venditore. Ad esempio, usando la notazione ERFN, avremo:

  • Entity: Venditore { Matricola, Nome, Cognome, … }
  • Entity: Automobile { Venditore.Matricola, Targa, Modello, Colore, …}
  • Relationship Usa( E(Venditore), E(Automobile), { Targa, DataAssegnazione, … } )

Nell’esempio precedente, per identificare un’auto sarà necessario far riferimento alla matricola del venditore. Si noti che la targa, che da sola basterebbe a identificare l’auto, viene indicata come attributo non chiave. La relazione tra Venditore e Auto sarà “1 a 1”, se c’è un auto per ogni venditore, o anche “1 a molti”, se un venditore può disporre di più auto.

Se invece le auto non devono essere, nella visione dell’utente, legate al venditore, allora nel modello E-R l’entità Auto non ci sarà nessun legame tra le chiavi delle due entità, e il legame tra auto e venditore dovrà essere espresso da una relazione “molti a molti”.

  • Entity: Venditore { Matricola, Nome, Cognome, … }
  • Entity: Automobile { Targa, Modello, Colore, …}
  • Relationship Usa( E(Venditore), E(Automobile), { DataAssegnazione, … } )
Le Linee Guida GUFPI 4.0 per l’individuazione dei RET non parlano delle chiavi delle entità da analizzare; ma i concetti espressi possono essere facilmente riformulati in termini di analisi delle chiavi delle entità coinvolte.

I due concetti di base per l’aggregazione dei RET (classificazione di relazioni IsA e di entità “deboli”) sono stati approfonditi e sviluppati in un documento integrativo al Manuale CPM 4.1.1, pubblicato dall’IFPUG nel 2001. Gli stessi concetti sono stati poi integrati nella versione 4.2 del Manuale.



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lunedì 20 febbraio 2012

Una rete "ombra" per difendersi dalla censura

Appunti da : Repubblica

 

Secondo Scientific American, il crescente controllo governativo e aziendale sulla Rete ne ha ormai compromesso la decentralizzazione. Un antidoto potrebbe venire dal mesh networking, sistema in cui tutti gli utenti diventano "staffettisti" dei dati. A patto di rinunciare alla pigrizia

 

di GIULIA BELARDELLI

 

ll progetto: una rete "ombra" per difendersi dalla censura  
Eben Moglen 



CREARE un web-ombra che sia immune a ogni bavaglio e sappia restituire a Internet il fascino della sua promessa originale: l'inarrestabilità. A questa missione, resa ancor più attuale dai recenti episodi di censura (dall'Egitto alla Siria), si dedica una piccola ma agguerrita comunità di attivisti digitali. Ad accomunarli è la convinzione che negli ultimi due decenni Internet abbia piegato la testa di fronte alle logiche commerciali del sistema ISP (Internet Service Provider), che ha concentrato nelle mani di poche grandi aziende il potere di gestire il traffico di enormi quantità di dati.

Nel suo numero di marzo, la rivista Scientific American accende i riflettori su una delle alternative a cui l'attivismo digitale crede di più: le cosiddette "wireless mesh network", reti nelle quali gli utenti si collegano direttamente gli uni agli altri senza l'intermediazione di service provider. Lo sviluppo di queste reti (che in italiano possiamo definire "a maglia") presenta diversi vantaggi, ma anche una serie di sfide che varia di volta in volta a seconda dell'utilizzo che se ne immagina. Questa variabilità emerge già nelle anime dei due progetti di mesh networking ad oggi più avanzati: Commotion (finanziato dal Dipartimento di Stato Usa) e FreedomBox (creatura figlia della Free Software Foundation). Come spiega chiaramente Julian Dibbell, autore dello speciale di Scientific American,
non si tratta di ripartire daccapo (non sarebbe realistico), ma piuttosto di creare una Rete-ombra a protezione della stessa Internet e di tutti i suoi utenti.

La minaccia della censura. Secondo molti attivisti, il momento topico nella storia della censura di Internet ha una data precisa: il 28 gennaio 2011. Quella mattina il governo egiziano, dopo tre giorni di proteste anti-regime organizzate soprattutto su Facebook e altri social network, fece qualcosa che non si era mai visto prima: tolse la spina a Internet. Ancora oggi non si sa esattamente cosa accadde quel giorno, ma sembra che sia bastata una manciata di telefonate "ai numeri giusti" - quelli dei cinque più grandi Internet provider del paese - per lasciare il 93% della popolazione al "buio digitale". Per fortuna, alla fine il blackout servì a poco: il giorno dopo Tahrir Square fu invasa da una folla enorme e i manifestanti ebbero la meglio. Si trattò però di una grande lezione sulla "vulnerabilità di Internet al controllo dall'alto". Il pericolo era ormai sotto gli occhi di tutti.

Un altro esempio si è avuto durante la rivoluzione tunisina, anche se le autorità scelsero un approccio più mirato bloccando solo alcuni siti dall'Internet nazionale. Il governo iraniano, invece, durante le proteste post elettorali del 2009, rallentò il traffico in tutto il paese, piuttosto che fermarlo tout court. Senza parlare della Cina, dove il "Golden Shield Project" (il "Grande Firewall") consente da anni al governo di bloccare qualsiasi sito gli sia sgradito. O ancora della Siria, che in questo preciso momento ostacola la libera circolazione delle informazioni con una fitta coltre di blocchi. Nelle democrazie occidentali - precisa Dibbell - il controllo non è certo a questi livelli, sebbene il consolidamento dei service provider abbia permesso a un ristretto gruppo di aziende di controllare porzioni sempre più grandi di traffico, dando ai privati la possibilità di favorire i propri partner a spese della concorrenza e rendendoli suscettibili alle lusinghe (o alle minacce) del potere.

La promessa tradita. Per capire la delusione degli attivisti nei confronti del volto odierno della Rete bisogna tornare alle sue origini, in particolare a quella decentralizzazione che ne fu uno dei principi ispiratori. Almeno in parte, infatti, Internet affonda le sue radici nell'epoca della Guerra Fredda, quando i due blocchi erano in cerca di un'infrastruttura così robusta da resistere persino a un attacco nucleare. Di qui la necessità (tecnicamente realizzata poi con il protocollo TCP/IP) di sviluppare un sistema che fosse capace di continuare a trasportare dati al di là di quanti nodi venissero bloccati e di quale fosse la causa (regime repressivo piuttosto che attacco nucleare). Secondo l'attivista per i diritti digitali John Gilmore, Internet, dotata di questa infrastruttura, sarebbe stata capace di "interpretare la censura come un guasto e per questo aggirarla". Con il senno di poi, possiamo dire che le cose non sono andate esattamente così.

Internet centralizzata, i rischi. Negli ultimi due decenni, infatti, la Rete è cresciuta secondo il modello dei grandi Internet service provider, in cui la macchina del cliente non è più un nodo su cui fare affidamento, ma un ramo morto configurato solo per mandare e ricevere tramite macchine di proprietà del provider. In pratica - spiega ancora Dibbell - oggi la maggior parte degli utenti individuali esiste ai margini del network ed è connessa agli altri solo attraverso uno di questi provider: se il collegamento viene bloccato, per queste persone l'accesso a internet scompare. Piuttosto che rafforzare le difese immunitarie di Internet, insomma, il sistema ISP è diventato l'interruttore d'emergenza con cui spegnerla.

Scoprendo il mesh networking. È per contrastare questi pericoli che alcuni gruppi puntano sulle potenzialità dei "wireless mesh network" (reti wireless a maglie), semplici sistemi che connettono gli utenti finali gli uni agli altri e aggirano automaticamente ogni tipo di blocco e censura dando a tutti i nodi lo stesso peso. Il mesh networking è una tecnologia relativamente giovane, ma il suo principio è lo stesso che ha ispirato la nascita di Internet, ovvero l'instradamento di pacchetti di dati in modalità "store-and-forward" ("immagazzina e rinvia"), in cui ogni computer connesso alla rete è in grado non solo di mandare e ricevere dati, ma anche di fare affidamento sugli altri computer connessi. Una rete a maglie, in particolare, fa in modo che tutti gli utenti agiscano come "staffettisti" dei dati, abbandonando i panni del "consumatore di Internet" per vestire quelli del "provider fai-da-te".

Commotion, l'Internet in valigia. Negli Stati Uniti il mesh networking è promosso soprattutto dalla New America Foundation, influente think tank che è riuscito a ottenere un finanziamento dal Dipartimento di Stato di 2 milioni di dollari per il suo progetto: Commotion 1. Il principale ideatore è Sascha Meinrath, ex studente della University of Illinois e fautore della Champaign-Urbana Community Wireless Network, una delle prime reti a maglia degli Usa. Nel 2005 portò la tecnologia nella Louisiana devastata dall'uragano Katrina, allestendo una rete mesh che riabilitò le telecomunicazioni lungo un'area di 60 chilometri all'indomani della tragedia.

"L'obiettivo a breve termine del progetto è sviluppare una tecnologia capace di circumnavigare ogni tipo di interruttore-killer o sorveglianza centrale", ha spiegato Meinrath. Per questo, insieme ad altri progettisti, ha creato un prototipo chiamato "Internet in valigia", un kit composto dallo stretto indispensabile per mettere in piedi delle comunicazioni wireless e sufficientemente piccolo da sfuggire a ben altre maglie, quelle dei controlli doganali. Una volta introdotto nel territorio di un governo repressivo, i dissidenti e gli attivisti sarebbero in grado di fornire una copertura Internet inarrestabile. Il sistema contenuto nella valigetta è abbastanza semplice da installare e utilizzare: secondo Meinrath, qualsiasi appassionato di tecnologia sarebbe capace di metterlo in funzione. L'obiettivo finale, però, è rendere il sistema ancora più accessibile alla maggioranza. Come? "Sintetizzando questo passaggio in una semplice applicazione che pigiando un tasto faccia diventare i nostri stessi dispositivi (computer, smartphone, tablet, wireless router, e così via) parte integrante dell'infrastruttura", ha spiegato Meinrath.

FreedomBox, una lotta per la libertà. Ancora più rivoluzionario è FreedomBox 2, progetto avviato da Eben Moglen, professore di Legge alla Columbia University di New York. Anche in questo caso si tratta di un prototipo grande quanto un mattone e dal costo di 149 dollari (destinato, dicono i creatori, a scendere presto a meno della metà). Al di là della promessa di libertà della scatola, la vera rivoluzione è nei codici di programmazione che si porta dietro: se inseriti nelle CPU dei diversi dispositivi, questi diventerebbero infatti delle FreedomBox a pieno titolo. In questo modo - immagina Moglen - ogni oggetto dotato di indirizzo IP (tra cui anche i più recenti frigoriferi) potrebbe entrare in rete e aprire di fatto la porta alla decentralizzazione non solo del traffico delle comunicazioni, ma anche dei dati stessi, rendendo così realtà l'Internet delle Cose 3. Ovviamente si tratta di uno scenario ipotetico, la cui fattibilità dipenderà dalla "volontà politica delle nuove generazioni".

La condanna, qui, è anche per servizi cloud come Facebook e Google, che secondo gli attivisti minacciano la privacy e la libertà d'espressione almeno quanto la concentrazione del traffico nei service provider. La speranza di Moglen e colleghi è che i giovani si rendano conto che non vale la pena barattare privacy e libertà in cambio della facilità di utilizzo, e che scelgano di dare vita a un movimento politico per certi versi somigliante a quello ambientalista. Di strada da fare ce n'è molta - ammettono dalla FreedomBox Foundation - ma a quanto pare ci sono schiere di giovani programmatori pronti a darsi da fare. Se davvero ci sarà un web-ombra, d'altronde, spetterà a loro il compito di costruirlo, mattone dopo mattone.
(18 febbraio 2012)


Appunti da : Repubblica

mercoledì 25 gennaio 2012

Una legge per l'oblio. Così ci si cancella dal web

 

Appunti da: Repubblica

 

Ogni giorno 4 milioni di dati sensibili finiscono in rete mettendo a rischio la nostra privacy. A strasburgo due provvedimenti del Parlamento europeo provano a tutelarci.




di RICCARDO LUNA

NON TI scorderò mai. Non è una promessa. È una minaccia. E non è nuovissima. Era il 1998 quando il blogger Joseph Daniel Lasica scrisse un post storico su Salon, una delle bibbie della cultura digitale: "Internet non dimentica niente", era il titolo. Aveva capito tutto, Lasica, e non aveva ancora visto il web 2.0, dove gli utenti della rete i contenuti li creano in continuazione aggiornando i propri "status", postando foto e video, twittando freneticamente. Parliamo di una quantità di dati personali impressionante che mettiamo in pubblico quasi senza pensarci: centomila tweet al minuto, un milione di commenti su Facebook ogni due minuti. Che teoricamente non spariranno mai. "Dio perdona e dimentica, la rete no", è andata dicendo il commissario europeo Viviane Reding in questi due anni in cui, assieme ai garanti della privacy europei, ha preparato un provvedimento monumentale.

Provvedimento che punta a cambiare per sempre quello che intendiamo per protezione dei dati personali e che prova a fare i conti una volta per tutte con il diritto all'oblio al tempo del web. Ovvero: abbiamo diritto a far sparire dalla rete le cose che ci riguardano, quelle che abbiamo postato noi, magari tanto tempo fa; ma anche quelle postate da altri, ma che ci creano imbarazzo? La risposta a questo interrogativo è in due complessi di norme e principi che oggi verranno presentati al Parlamento europeo ma che la Reding ha anticipato a "Digital Life Design",

una grande conferenza di cultura digitale a Monaco dove erano presenti i giganti del web, da Facebook a Google che sono in ansiosa attesa di conoscere la nuova disciplina che li coinvolge direttamente. E che potrebbe cambiare radicalmente il modo in cui usiamo Internet.

Vediamo di cosa si tratta. Il primo provvedimento è una direttiva, vuol dire che dopo l'approvazione andrà quindi recepita da ciascun paese, e riguarda la protezione dei dati dei cittadini per provvedimenti giudiziari, misure di sicurezza e polizia: "Prevede obblighi di comunicazione del trattamento dei dati molto tutelanti per chi è stato oggetto di attenzioni da parte delle autorità" racconta il Garante della privacy Francesco Pizzetti che ha svolto un ruolo centrale nel gruppo di lavoro europeo.

Il secondo provvedimento è un regolamento e riguarda tutti gli altri casi, in particolare Internet. Secondo Pizzetti, "aver scelto lo strumento del regolamento vuol dire che quando sarà approvato avremo una normativa immediatamente applicabile in Europa assicurando identica protezione dei dati in tutta l'Unione". Si tratta di una semplificazione che consentirà a chi vuole operare in Europa di avere un quadro di riferimento chiaro, e che al tempo stesso impedirà di scegliersi il paese europeo con la legislazione più morbida per aggirare i divieti. Questa semplificazione, secondo la Reding, porterà a regime a risparmi di oltre due miliardi di euro l'anno.

Le cose più notevoli del regolamento, secondo Pizzetti, sono: 1) non toccherà più al cittadino dimostrare illiceità dell'uso dei propri dati ma al titolare dei dati dimostrare la liceità; 2) il consenso all'utilizzo dei propri dati dovrà essere esplicito; 3) l'eventuale perdita dei dati per un attacco informatico dovrà essere comunicato subito (24 ore, secondo la Reding); 4) la pubblica amministrazione e le imprese con più di 50 dipendenti dovranno dotarsi di un "data protection officer" (nota: nuova professione in arrivo); 5) se viene fatto un uso illecito dei dati di qualcuno, il responsabile ne risponderà comunque; 6) ogni nuovo strumento tecnologico ma anche semplice applicazione dovrà valutare l'impatto che il suo utilizzo avrà sulla privacy (Pia, privacy impact assessment); 7) dovrà essere possibile avere la "data portability": ovvero così come possiamo portarci dietro il numero di telefono cambiando gestore, dobbiamo poterci portare gli amici di Facebook su un altro social network (bel principio ma di impervia attuazione).

Si tratta di una rivoluzione? Si tratta di norme importanti, che prevedono tra l'altro sanzioni notevoli: fino all'un per cento del fatturato, che nei casi di Google e Facebook sono somme gigantesche (per questo l'originaria previsione del cinque per cento è stata attenuata). Epperò va detto che su molte cose il web ha giocato d'anticipo. Facebook per esempio, che in passato ha avuto furiose polemiche per un atteggiamento molto disinvolto sui dati personali, oggi consente all'utente di verificare tutti i dati che ciascuno ha caricato; di modificare facilmente le previsioni di privacy e anche di cancellare il proprio profilo con due clic (dopo il primo appare una schermata struggente dove ti avvisano che i tuoi amici, evidenziati con nomi e foto, sentiranno la tua mancanza...). Quanto a Google, che pure è stato coinvolto in polemiche per il fatto di tenere traccia di tutte il nostre ricerche e navigazioni in rete, oggi mette a disposizione dell'utente un pannello per cancellare i propri dati e una modalità di navigazione completamente anonima.
Resta il problema della cancellazione delle cose che ci riguardano scritte o postate da altri. Per esempio una pagina di Wikipedia. Qualche anno fa fece scalpore il caso di due tedeschi, condannati per l'omicidio di un noto attore, che avevano chiesto che il loro nome fosse rimosso dalla pagina della vittima visto che avevano scontato la pena. "Questo argomento è esploso quando i giornali hanno messo online i loro archivi" racconta Pizzetti che se ne è occupato a lungo. "Allora grazie ai motori di ricerca divenne facilissimo per tutti andare a scavare nel passato di chiunque e in molti casi questo creò dei veri traumi familiari, per esempio quando il nipote scoprì del fallimento del nonno o dello stupro della nonna". Non si tratta di casi limite, secondo Pizzetti, che provò a individuare una soluzione consigliando i giornali di lasciare i contenuti in rete ma di renderli invisibili per i motori di ricerca. Ora intervengono le norme della Reding che sul punto ha chiarito: "Gli archivi dei giornali sono una eccezione, il diritto a essere dimenticati non può significare il diritto a cancellare la storia".

Questa eccezione, secondo alcuni, potrebbe non bastare, visto che oggi molta informazione non sta nei giornali ufficiali, ma nei blog e nei siti di citizen journalism. Il rischio di una strada simile sarebbe grosso. Spiega Guido Scorza, uno dei più noti giuristi della rete: "La disciplina europea unica proposta dalla Reding è apprezzabilissima, ma sul diritto all'oblio non ci siamo. Se consentiamo a chiunque di pretendere la rimozione di un contenuto sgradito che lo riguarda, tra cento anni quando guarderanno a questa epoca attraverso Internet sembreremo tutti bravi e buoni. Le storie di corrotti e delinquenti saranno sparite".

L'1 febbraio i due provvedimenti iniziano il loro cammino parlamentare che si annuncia problematico. Non solo per le reazioni di attesa diffidente del mondo del web: Google e Yahoo! si sono astenute dal commentare, da Microsoft filtra il timore che si tratti di norme troppo restrittive, mentre Facebook ha scelto la strada dell'ironia lodando l'auspicio della Reding sulla creazione di nuovi posti di lavoro e chiedendosi in che modo verranno davvero tutelati i diritti degli utenti di Internet.

In realtà qualche dubbio lo avrebbero gli stessi garanti della privacy europei, che pure dalle norme sono rafforzati enormemente (è previsto l'obbligo per i parlamenti di sentirli per ogni legge che riguardi i dati personali). Dice per esempio Pizzetti: "Siamo in presenza di una costruzione giuridica notevole, una normazione minuta di quasi cento articoli, ma come cittadino del mondo mi chiedo se questa renderà più facile o no la tutela della privacy su scala globale di fronte alle altre innovazioni che arriveranno sulla scena".


(25 gennaio 2012)

Appunti da: Repubblica

 

sabato 21 gennaio 2012

Anonymous, la protesta ai tempi del Web 2.0

Appunti da: Repubblica


Gli hacker attivisti fanno paura al potere. Così stanno protestando per la chiusura di Megaupload

di TIZIANO TONIUTTI






PER ORA è cronaca: la chiusura 1 della piattaforma di condivisione Megaupload/Megavideo da parte dell’Fbi ha provocato una contromossa di Anonymous, la legione di hacker senza volto e senza nome, che ha sferrato un attacco verso importanti siti istituzionali e commerciali statunitensi. Giù le homepage del dipartimento di Giustizia, della Riaa e della Mpaa, le potentissime associazioni delle industrie discografiche e cinematografiche Usa. In Rete perfino i dati personali del capo della Fbi, Robert Muller: una beffa atroce: E giù anche il sito della Universal, tanto per gradire. Certo azioni illegali, a fronte della legalità dell'intervento federale su Megavideo. Ma che hanno un peso di rilievo assoluto nella ridefinizione della bilancia dei poteri nell'epoca digitale, e sono il tornasole dell'esistenza di categorie nuove, e della necessità di codificarle nella legalità e nella società.

Per ora è cronaca, in realtà è epica contemporanea. Hacker contro le decisioni del Federal Bureau e le pressioni delle lobby sulla politica, che per la prima volta nella Storia portano una reazione che parte dalla base della società digitale allo stesso livello di quella calata dall’alto dal potere delle amministrazioni. La web-war tra gli Usa e Anonymous è l’attualizzazione dei moti popolari. Perché la tecnologia è lo strumento principale che l’uomo contemporaneo ha per avvicinarsi alla libertà. E questo lo sa bene il potere, quanto la società. Che nelle avanguardie delle democrazie più compiute è istruita, formata ed è uscita dal tunnel dell’ipnosi televisiva e conosce mezzi e strumenti di intervento sulla realtà. Lo sa bene l’industria, consapevole di essere superata nei prodotti e negli strumenti di produzione, nell’utilizzo delle risorse umane e tecnologiche, nell’individuazione delle sorgenti di reddito e guadagno. Un ancien regime che come sempre è accaduto nella storia resisterà fino all’inevitabile travolgimento, con molte più perdite di quelle che porterebbe un’evoluzione pilotata e ragionata. Che magari potrebbe anche riconvertire al rialzo e con successo le professioni e le professionalità.
Anonymous dice al mondo e ai poteri, “come tu chiudi questo, io posso chiudere te”. Se le cronache mostrano un popolo nuovo fatto anche di gente che occupa Wall Street, le azioni di Anonymous sono dimostrazioni pratiche della ridistribuzione del potere che l’avanzamento tecnologico porta in dote. Perché è questo il denominatore della questione e non, come appare alla prima occhiata, il duello delle industrie buone e degli sceriffi contro i cattivi pirati che vogliono rubare musica e film, o almeno goderne senza pagare.

Il motto di Anonymous è un’epigrafe elegante e a suo modo poetica, in cui il concetto di divisione per zero serve a chiarire come l’unità della struttura sia indivisibile: “United as one, divided by zero”, liberamente tradotto, “Uniti siamo uno, divisi da nessuno”. Anonymous adotta uno slogan che nel tempo si è ripetuto molte volte e in molte forme. Dai moschettieri di Dumas agli Sham 69 di “If the kids are united they will never be divided”, dal romanzo d’appendice al punk degli anni 70. Ma sempre nella cultura popolare. E questo è Anonymous: cultura popolare contemporanea, agglomerato dei concetti fondativi degli ultimi decenni di mercato, di scienza, spettacolo, letteratura, musica. E’ il frutto maturo della generazione multimediale, che per la prima volta ha la consapevolezza di un potere e lo usa per insorgere contro un mondo che vede antico e che ostacola la nascita di nuove categorie. Di pensiero, di mercato, di società.

E così, è la nascita e l’esistenza di Megavideo-Megaupload, e non la sua chiusura con la forza bruta, a evidenziare la crisi di tutto un sistema industriale e sociale. Che nonostante tutto, guadagna e distribuisce dividendi: come ricorda forse involontariamente Enzo Mazza della Fimi, la federazione dell’industria musicale italiana: “La chiusura di Megaupload rappresenta un segnale forte e lancia un messaggio chiaro ed inequivocabile alle altre piattaforme che offrono servizi simili”, scrive Mazza in un comunicato ufficiale. E aggiunge: “In Italia il mercato della musica digitale legale nei primi 9 mesi del 2011, ha raggiunto il 23% con un fatturato di quasi 19 milioni di euro ed una crescita, rispetto allo stesso periodo dall’anno precedente, del 17%”. Una crescita del 17% in un anno, con la crisi che morde. E soprattutto, con Megaupload e decine di altri servizi analoghi, i cosiddetti “cyberlocker”, attivi e prosperi.

L’uomo di oggi nella migliore delle ipotesi nasce connesso a un mondo nuovo che spinge per fiorire, concimato da un mondo vecchio in crisi di evoluzione. Uno scenario che qualcuno, come Apple, ha saputo trasformare in opportunità. Chiudendo il suo ecosistema per rimanere protetti, ma anche, molto oculatamente, per non calpestare le aiuole altrui. E diventando in breve tempo leader dei nuovi mercati.

Anonymous non è quindi il Robin Hood che ridà ai poveri quello che lo sceriffo di Nottingham vuole togliere. E’ una struttura sociale determinata dalla tecnologia, con la capacità di intervenire sulle infrastrutture digitali che reggono il modo di oggi. E’ uno strumento di potere del popolo di oggi, che il popolo non ha mai avuto in questa forma e con questa forza.
Le menti di Anonymous sono potenzialmente in grado di compromettere la stabilità dei sistemi mondiali. E allo stesso tempo, di ricostruirne altri. Quello dell’elite hacker è un asse di potere globale, e assieme una rappresentanza, benché senza nome, dei nuovi popoli, mescolati e globalizzati tanto quanto le multinazionali. Dall’ultima generazione analogica, quella dei quarantenni di oggi, ai nativi digitali che usano la tecnologia d’istinto.

Il potentissimo controattacco di Anonymous ai “powers-that-be” dell’industria e della politica dimostra l’esistenza di un soggetto sociale e quindi politico che incarna un’evoluzione avvenuta. E che rende palese come una road map fatta di chiusure di siti e di server non porti da nessuna parte. Sicuramente non verso le possibili idee di futuro e di progresso che nonostante la complessità degli scenari, è possibile e doveroso tracciare.
(20 gennaio 2012)


Appunti da: Repubblica

lunedì 2 gennaio 2012

Hitler è ancora tra noi? (The Gernsback Continuum)



Qualche settimana fa ho letto per caso un post di Wu Ming (L'Occhio del Purgatorio, la Rivolta e l'Utopia) che analizzava un racconto di William Gibson del 1981: The Gernsback Continuum. Il tema del racconto mi è sembrato interessante: è la storia di un fotografo che, dopo aver realizzato un servizio sull'architettura "futuristica" americana degli anni '30, si ritrova intrappolato in visioni di una sorta di "futuro parallelo", popolato da gigantesche autostrade a corsie multiple, enormi dirigibili Zeppelin, e biondi automobilisti ariani. Per salvarsi da queste visioni di una realtà parallela, il protagonista, su consiglio di un amico, si rifugia nella letteratura porno e nelle storie "pulp". Il testo completo del racconto di Gibson, in inglese, è reperibile qui.

Il tema di una realtà "parallela", una realtà in cui hanno vinto i nazisti, non mi sembra così fantascientifico. Dopotutto, fino alla Seconda Guerra Mondiale, i rapporti tra Hitler e l'IBM (guidata da Thomas J. Watson, ritratto nella foto precedente assieme ad Hitler) erano ottimi. L'IBM ha fornito, con la tecnologia delle schede perforate, un contributo determinante alla deportazione degli ebrei nei campi di concentramento. Fino alla Seconda Guerra Mondiale, la Germania di Hitler è stata il secondo maggior cliente dell'IBM, subito dopo gli USA. Dopo la guerra, il nazismo è stato sconfitto, ma l'IBM ha fatto ottimi progressi. Forse viviamo davvero in una realtà parallela. Forse bisogna imparare a leggere tanti piccoli segnali segnali. O imparare a non leggerli, per non esserne perseguitati. Un pò come ha fatto il protagonista del racconto di Gibson, The Gernsback Continuum.

A volte le nostre visioni possono essere veramente persecutorie, veramente difficili da ignorare. C'é stata la strage di senegalesi, a Firenze, nel dicembre 2011, ad opera di Gianluca Casseri, un militante di CasaPound. Gad Lerner ha pubblicato sul suo blog un post da titolo inquietante: "Un Natale che piacerebbe a Hitler?". Siamo sicuri di non vivere in una "realtà parallela", dove hanno vinto i nazisti? Una realtà simile a quella del racconto di Gibson? Possiamo fare qualcosa per difenderci? Forse sì. Dopotutto, ai tempi di Hitler Internet e il blogging non erano ancora stati inventati.

Sicuramente Internet e il blogging non sono la panacea per tutti i mali, ed è sbagliato contare troppo sulla tecnologia. Ma se Internet e il blogging ci fossero stati ai tempi dei nazisti, forse le cose sarebbero andate un pò meglio. Non voglio essere superficiale e semplicista. Forse sono solo un pò visionario. Ma le schede perforate e i computer mainframe dell'IBM mi sembrano molto "di destra". Invece Internet, il PC e il libero blogging mi sembrano molto "di sinistra". Finchè non ce li tolgono.

Il Social Networking funziona anche per i lupi!







Un lupacchiotto impara a ululare davanti al monitor del computer.

Il Social Networking funziona anche per i lupi!|

"Da qui truffiamo il mondo"


Appunti da: La Stampa


Viaggio a Ramnicu Valcea, la capitale romena degli hacker.
Diventata florida grazie a Internet

PIERANGELO SAPEGNO

 













Di là dal fiume ci stanno tutti quei palazzi grigi e squadrati da edilizia popolare degli anni comunisti. Ma all’ingresso della città, nel quartiere di Budest, la Mercedes Benz ha aperto proprio qui una delle più grandi concessionarie della Romania. È una strana città, Ramnicu Valcea. Fra le sue vie coperte da queste edifici in stile caserma e attraversate da una miriade di Bmw e Audi nuove di zecca, ci sono tanti di quei bar e club privati come se li sognano a Bucarest. Stanno sempre aperti, tutte le notti: è che qui ci lavorano gli hacker, giovanissimi maghi dei computer che organizzano false vendite in rete e furti di carte di credito. Questa è la capitale della truffa su Internet. Lo è dal 2000: solo che prima erano dei principianti e li beccavano tutti. Adesso si sono fatti furbi, hanno creato una rete con strutture fantasma nei vari Paesi del mondo (Stati Uniti soprattutto, ma anche Germania, Olanda, Francia, Svizzera) che riescono a far girare i soldi truffati e farli sparire in questo grande mare. Così non li beccano più, e in America non sanno come fare. L’ultimo colpo, luglio 2011, ha portato via 20 milioni di dollari a cittadini statunitensi.

Così, il direttore dell’Fbi Robert Mueller se n’è venuto da New York apposta, ha fatto visita al presidente Traian Basescu, e poi ha messo su in fretta e furia una squadra speciale di 600 poliziotti rumeni da addestrare bene, «perché questa storia è diventata una minaccia per il mondo», ha detto. Tutta colpa di questa città, che sta ai piedi dei Carpazi, 110 mila abitanti con i suoi caseggiati popolari anni Cinquanta, 175 km da Bucarest e 123 da Craiova, la «Silicon Valley del furto su Internet», come l’hanno chiamata i giornali americani. Anche «Le Monde» ha mandato qui un suo inviato per un lungo reportage. Il procuratore Danusia Boicean ha spiegato come questa rete di truffatori organizzi finte vendite e aste truccate su eBay di prodotti elettronici, macchine, vestiti, e riesca pure a inserirsi sui conti bancari.

L’80 per cento delle vittime è negli Stati Uniti, ma negli ultimi tempi gli hacker di Ramnicu Valcea hanno allargato il loro giro d’affari anche in Europa. Ora che si è mossa anche l’Fbi, la Polizia ha ottenuto qualche risultato e gli agenti hanno appena arrestato «25 persone, tutte dai 18 ai 35 anni, che avevano sottratto 120 mila euro a cittadini americani, svizzeri, francesi, austriaci e tedeschi», come racconta Danusia Boicean. Ma tutto questo è una goccia nel mare. Il fatto è che questa città è davvero uno strano posto. L’unica industria che funziona - si fa per dire - è quella degli hacker. Non ci sono altre attività, non c’è altro lavoro. E tutto il resto, che produce qualche entrata, sembra girare attorno a questo mondo.

Eppure, questo è un luogo storico, come testimoniano qualche antico palazzo sopravvissuto alle piene del fiume Olt e il suo giardino pubblico, una sorta di piccolo parco tirato su per festeggiare la vittoria della Rivoluzione. C’è qualche hotel pretenzioso, come il Central Calimanesti, ci sono pensioni e alberghetti sulla prima collina, immersi nel verde. La città è stata quasi tutta ricostruita a mezza costa, perché quella originaria, era stata più volte distrutta dalle piene.

Ma entrando dal ponte sulla strada che viene dalla Statale 64, quello che colpisce è questo vento di benessere che soffia su una città dall’immagine comunque popolare, da regime comunista: nel centro e in periferia, come ha raccontato anche «Le Monde», in questo viavai di Audi e Bmw, macchine simbolo del successo da arricchimento, la società Western Union, specializzata nel trasferimento di soldi e capitali, ha aperto una ventina di uffici. Di notte, poi, i bar e i club si riempiono di questi maghi del computer, ragazzotti attaccati a un mouse e a una pinta di birra, per inventarsi vendite sperdute nel mondo in collegamento con i loro complici fantasma. Fra di loro non si conoscono e il passaggio di soldi è lungo e complicato, da un fantasma all’altro. Fino alla capitale, nella terra di Dracula, dove dietro allo schermo c’è solo una faccia coi brufoli con una maglietta da mercato. L’ultimo dei fantasmi è questo qui.



Appunti da: La Stampa 

giovedì 29 dicembre 2011

ANONET la rete anonima del Partito Pirata

 

Appunti da: Partito Pirata





La rete anonima del Partito Pirata
Dopo l'ultima "genialata" di Prodi e Levi sui Blog (e dopo le ultime uscite di Franco Frattini sul tracciamento degli utenti), mi sono rimesso alla ricerca di una soluzione tecnica ai noti problemi di censura e di sorveglianza su Internet. Rovistando un po' in giro, ho scoperto che, dai tempi dei miei articoli su MUTE, ANTs P2P e su Netsukuku, apparsi su GNU LInux Magazine nel 2005 e 2006, sono successe diverse cose interessanti. Alla fine, qualcuno ha fatto il salto che in molti stavamo aspettando:

http://en.wikipedia.org/wiki/AnoNet
http://anonet2.org/

Una rete, anonima e cifrata, parallela ad Internet, costruita "ritagliando una sottorete privata e cifrata (una VPN) all'interno di Internet. Una rete dotata di un suo meccanismo di routing, indipendente da quello di Internet e quindi non tracciabile. In altri termini, i nostri governi, le aziende ed i loro scagnozzi a questo punto diventano irrilevanti. Possono emettere tutte le leggi che vogliono nel tentativo di censurare il web e di bloccare il file sharing ma non riusciranno comunque a fermare coloro che vogliono insistere su questa strada. Il tanto temuto sorpasso delle tecnologia sulla politica, alla fine si è puntualmente verificato. Se queste mie asserzioni vi sembrano eccessive, riflettete su questi punti:
1) Anonet è solo una delle innumerevoli VPN che si possono creare usando software Open Source ampiamente disponibile. Chiunque può creare la sua VPN in pochi minuti, comunicando con uno o più altri peer e connettendosi o meno alla Anonet originale. "Spegnere" Anonet non servirebbe a niente. Reti come questa sono sempre esistite ed esisteranno sempre. Anonet è solo una formalizzazione (uno standard) che permette alle persone interessate di comunicare tra loro. Una VPN non ha nemmeno bisogno di Internet: la si può creare collegando i nodi l'uno con l'altro attraverso normali connessioni telefoniche, alla maniera delle vecchie BBS (con le flat di oggi è più che possibile).
2) Chiunque può collegarsi ad uno o più nodi di Anonet ma solo dietro loro autorizzazione, una autorizzazione che si ottiene da un essere umano (anonimo) solo dopo averlo convinto della propria buona fede.
Potete dire addio agli infiltrati RIAA/MPAA. Si noti che non esiste un punto di acceso privilegiato od un protocollo particolare che possa essere usato come Single Point of failure, cioè come punto che, una volta bloccato, impedisce l'accesso ad Anonet. Ogni nodo può essere un punto di accesso ed ogni nodo può comunicare con l'altro sia attraverso Internet che attraverso qualunque altra rete e/o protocollo cifrato (BBS telefonica, link laser "line-of-sight", rete UMTS/HSDPA, Wi-Fi/Wi-MAX, Hyperlan, piccioni viaggiatori...) 3) In ogni caso, nessuno all'interno della rete è in grado di sapere chi si trova dietro i pochi peer con cui entra in contatto diretto (ogni nodo agisce da gateway/proxy e quindi maschera gli altri).
4) Nonostante questo, grazie ad un meccanismo di forwarding, su Anonet si possono usare tutti i soliti programmi di Internet, dai server web, ai server e client di posta, passando per BitTorrent, eMule, Jabber e via dicendo.
5) Dato che ognuno agisce in prima persona su questa rete, seppure in modo anonimo, eliminare gli scocciatori, i sabotatori e gli infiltrati è banale: li si taglia fuori col firewall.
6) Liberarsi dei file che vengono diffusi da RIAA ed MPAA per inquinare le reti P2P tradizionali è ancora più semplice: su Anonet non c'è motivo di usare il P2P e quindi si può sapere sempre cosa si sta scaricando prima di scaricarlo.
7) Dato che queste reti usano un loro sistema interno di routing, senza bisogno di ricreare il sistema al di sopra di quello di Internet, non si pagano i costi di efficienza che rendono sostanzialmente inutilizzabili le reti P2P anonime come ANTs e Mute. Su Anonet si possono caricare e scaricare i file direttamente via FTP, a 20 Mb/sec, come su Internet, senza però rivelare la propria reale identità e senza conoscere quella del server. Adesso, li voglio proprio vedere gli scagnozzi di RIAA, MPAA e peppermint andare a rompere i co....oni a questi utenti. Dopo aver rotto i co....oni per anni a della gente (sostanzialmente) nesta per delle cazzate, si è finalmente ottenuto quello che nessuno voleva: la nascita di una nuova Internet, praticamente incontrollabile ed ingestibile. Uno strumento perfetto per mafiosi, pedofili e criminali di vario tipo. Complimenti a RIAA, MPAA, SIAE, governi USA ed Europei ed anche alla nostra Sinistra che tanto bene si è distinta in questo settore negli ultimi mesi. Di peggio non si poteva fare, nemmeno impegnandosi.
Per quanto mi riguarda, mi adopererò per dare la massima pubblicità possibile a queste soluzioni tecniche (almeno finchè me lo lasciano fare). Credo che sarebbe un dovere morale di molti degli iscritti a questa lista fare altrettanto, come privati e come associazioni.

PS Non illudetevi che una eventuale, quanto impossibile, vittoria "tecnica" contro Anonet possa avere qualche effetto utile. Là fuori c'è pieno di alternative. Date un'occhiata alla pagina F2F di Wikipedia (http://en.wikipedia.org/wiki/Friend-to-friend) ed ai progetti che essa elenca. C'è solo l'imbarazzo della scelta. L'unico modo di chiudere questa baracca consisterebbe nel dare fuoco alle reti telefoniche. Se ci volete provare, fatemelo sapere che voglio procurarmi una poltrona in prima fila e godermi lo spettacolo quando andate a dirlo agli imprenditori del settore.
--

Alessandro Bottoni
Website: http://www.alessandrobottoni.it/



Fonte: Partito Pirata


TUTTI SONO DIRIGENTI E PORTAVOCE

 

Appunti da: Partito Pirata

 

mongolfiera 




















TUTTI SONO DIRIGENTI E PORTAVOCE:
LO STATUTO DEL PARTITO PIRATA INVITA NUOVI PIRATI A PRENDERE IN MANO LA SITUAZIONE.

Domenica 18 dicembre u.s. in uno scantinato del Prenestino si sono riuniti i membri del Partito Pirata per approvare un nuovo statuto che pone la democrazia partecipativa nel cuore del funzionamento del partito.
Adottando il software LiquidFeedback del Piratenpartei, ingrediente decisivo al successo elettorale di Berlino, i pirati italiani si imbarcano in un futuro senza dirigenti, nel quale i membri sono incoraggiati a partecipare direttamente in qualsiasi decisione e processo legislativo.
LiquidFeedback e' una piattaforma di comunicazione che permette di sviluppare decisioni politiche ragionevoli e studiate in dettaglio, abilita ogni pirata ad occuparsi dei temi per se più interessanti, al contempo delegando il resto a chi ha competenze specifiche in altre aree.
Allo stesso modo le piratesse e i pirati stessi decidono se sono sufficientemente informati da figurare come portavoce del partito.
Con questo nuovo posizionamento il Partito Pirata Italiano si apre alla partecipazione di migliaia di nuovi pirati.
Crediamo occorrano almeno mille persone per sviluppare un programma politico che rifletta i bisogni reali della popolazione italiana.
Chi vuol contribuire con idee, riflessioni ed esperienze per salvare il nostro Belpaese ora ha la possibilità di esprimersi sulla piattaforma del Partito Pirata.
Intanto a Berlino LiquidFeedback è già sbarcato nella pratica politica quotidiana: ogni volta che la frazione pirata deve votare su temi nuovi in parlamento chiede appunto il feedback degli associati al partito, piuttosto che decidere di testa propria.
In questo modo la democrazia diretta e partecipativa a Berlino è già realtà.
Perchè mai dovremmo continuare a tenerci il Parlamento Italiano nelle condizioni attuali? Mandiamoci i pirati!
Il Partito Pirata, come un ponte, apre la partecipazione degli elettori all'arrembaggio della democrazia, per dare finalmente ai cittadini la possibilità di partecipare a decidere il proprio destino.

Fonte: Partito Pirata


Il Partito Pirata per l'anno nuovo punta sullo sbarco dei Mille


Appunti da: La Stampa


Con la nuova piattaforma di comunicazione "LiquidFeedback", i pirati italiani scelgono un futuro senza dirigenti
 
"Come promesso" mi scrive Athos Gualazzi, uno dei primi fondatori del Partito Pirata italiano, inviandomi via email il link del nuovo appello pubblicato sul sito. In effetti, all'Internet Governance Forum che quest'anno si è tenuto a Trento c'era un brusio sulla necessità di rifondare il Partito Pirata per dargli slancio, sulla falsariga degli altri partiti Pirata nordici, soprattutto quello svedese e quello tedesco, che incominciano ad avere un discreto successo.

"Domenica 18 dicembre in uno scantinato del Prenestino si sono riuniti i membri del Partito Pirata per approvare un nuovo statuto che pone la democrazia partecipativa nel cuore del funzionamento del partito" recita il Partito-Pirata.it . Adottando il software LiquidFeedback del Piratenpartei, ingrediente decisivo al successo elettorale di Berlino, i pirati italiani si imbarcano in un futuro senza dirigenti, nel quale i membri sono incoraggiati a partecipare direttamente in qualsiasi decisione e processo legislativo.
LiquidFeedback è una piattaforma di comunicazione che "permette di sviluppare decisioni politiche ragionevoli e studiate in dettaglio, abilita ogni pirata ad occuparsi dei temi per se più interessanti, al contempo delegando il resto a chi ha competenze specifiche in altre aree. Allo stesso modo le piratesse e i pirati stessi decidono se sono sufficientemente informati da figurare come portavoce del partito" spiega lo statuto.
Con questo nuovo posizionamento il Partito Pirata Italiano si apre alla partecipazione "di migliaia di nuovi pirati. Crediamo occorrano almeno mille persone per sviluppare un programma politico che rifletta i bisogni reali della popolazione italiana. Chi vuol contribuire con idee, riflessioni ed esperienze per salvare il nostro Belpaese ora ha la possibilità di esprimersi sulla piattaforma del Partito Pirata".
Intanto a Berlino LiquidFeedback è già sbarcato nella pratica politica quotidiana: ogni volta che la frazione pirata deve votare su temi nuovi in Parlamento chiede appunto il feedback degli associati al partito, piuttosto che decidere di testa propria. In questo modo la democrazia diretta e partecipativa a Berlino è già realtà. "Perchè mai dovremmo continuare a tenerci il Parlamento Italiano nelle condizioni attuali? Mandiamoci i pirati!" declama il comunicato. "Il Partito Pirata, come un ponte, apre la partecipazione degli elettori all'arrembaggio della democrazia, per dare finalmente ai cittadini la possibilità di partecipare a decidere il proprio destino".


 Fonte: La Stampa 


mercoledì 30 novembre 2011

I periodici online non sono “stampa periodica”.





martedì 29 novembre 2011

Gli schiavi del pc low cost




Un secondo per ogni pulsante, 3.250 volte l’ora, con turni di 12 ore, 7 giorni la settimana, a 64 centesimi di dollaro l’ora. Ecco come si lavora a Meitai, in Cina, per rifornire Ibm, Dell e altri clienti occidentali.

L’organizzazione statunitense National labor committee ha diffuso un rapporto sulle condizioni di lavoro nella fabbrica Meitai, a Dongguan, nella Cina meridionale, che produce tastiere e altre apparecchiature per computer, e che ha tra i propri clienti Hewlett-Packard, Dell, Lenovo, Microsoft e Ibm. I circa duemila operai, per i tre quarti donne giovani, sono istruiti dai capi ad «amare la compagnia come fosse la vostra casa», a «tendere sempre alla perfezione» e a controllarsi «attivamente l’un l’altro».

Davanti agli operai scorrono 500 tastiere l’ora e per ognuna di esse ciascun dipendente deve inserire sei-sette pulsanti. Il tempo per ogni pulsante è di 1,1 secondi, e l’operazione deve essere ripetuta, con un ritmo implacabile, 3.250 volte l’ora, 35.750 volte al giorno, 250.250 ogni settimana, oltre un milione di volte al mese. I turni sono di undici/dodici ore al giorno, sette giorni la settimana, con solo due giorni di pausa al mese. Gli straordinari sono obbligatori. Chi si prende una domenica di festa straordinaria si vede trattenere due giorni e mezzo di salario. La paga base è di 64 centesimi di dollaro l’ora, che si riducono a 41 centesimi una volta dedotte le spese di vitto in fabbrica.
Gli operai non possono parlare, ascoltare musica, neppure alzare la testa per guardarsi intorno. Devono tagliarsi periodicamente le unghie o vengono multati, non possono andare in bagno sino al momento della pausa, sono perquisiti all’uscita. Devono rimanere in fabbrica quattro giorni la settimana e non possono uscire neppure per una passeggiata. Dormono in letti a castello, in 10-12 per stanza, senza privacy. Per avere acqua calda devono fare diverse rampe di scale, riempiendo piccoli secchi di plastica.

Il National labor committee fa notare che la Cina sovvenziona generosamente i suoi esportatori, mentre il disavanzo commerciale degli Stati Uniti verso la Cina, nel settore dei prodotti di tecnologia avanzata, dovrebbe aver raggiunto, nel 2008, i 74 miliardi di dollari.
In America sono stati persi 1,4 milioni di posti di lavoro nel settore dell’assemblaggio elettronico, dove la paga è tra i 12,72 e i 14, 41 dollari l’ora e non è competitiva con i bassi salari e la repressione dei diritti dei lavoratori in Cina.
Charles Kernaghan, direttore dell’organizzazione autrice del rapporto su Meitai, sottolinea che «un personal computer a 200 dollari e una tastiera a 22,9 possono sembrare un grande affare, ma lo sono a un prezzo terribile».
Da parte loro, le aziende occidentali promettono di indagare sulle accuse contenute nel dossier e di effettuare ispezioni congiunte nella fabbrica di Meitai, per verificare la situazione.

di Beniamino Bonardi

27 febbraio 2009 

Fonte: Left

domenica 20 dicembre 2009

Entità intrinsecamente deboli


In molti casi una stessa entità può essere “forte” in un certo modello Entità-Relazioni, “debole” in un altro. Queste differenze rispecchiano sia i differenti modelli di business dai quali i modelli E-R sono stati derivati, sia un certo margine di soggettività da parte di chi definisce il modello E-R.

Sui modelli E-R ci sono inevitabili margini di soggettività, dovuti al fatto che sia l’utente che definisce la sua visione del business, sia l’analista che definisce il modello E-R, sono “umani”, quindi possono avere visioni differenti, soggettive, di una stessa realtà.

Esistono però diversi esempi di entità “intrinsecamente deboli”, cioè entità che sono
“predestinate” ad essere “deboli” in qualunque modello E-R. Si tratta delle entità che già nel mondo reale devono necessariamente essere identificate per mezzo di altre entità.

Ecco alcuni esempi.



CAP, Via e NumeroCivico. Tutti sappiamo, quando ad esempio scriviamo una cartolina, che il solo numero civico del destinatario non basta, da solo, a individuarlo: sono necessari anche il Codice di Avviamento Postale (CAP) e la via. A sua volta, anche la via non può essere individuata, in modo univoco, senza il CAP.
In qualunque modello E-R che contenga degli indirizzi, Numero Civico sarà un’entità “debole”, dipendente dalle entità CAP e Via. Anche l’entità Via sarà un’entità “debole”, dipendente da CAP.





Specie e Genere.
Nella “classificazione binomiale” delle specie viventi, introdotta da Linneo, le varie specie sono identificate da un genere (ad esempio, Homo) e dal nome della specie stessa (ad esempio, Sapiens). Il nome di una specie (ad esempio, Homo Sapiens) non basta, da solo, a identificare una specie: infatti esistono (rari) casi di specie con lo stesso nome appartenenti a generi diversi.
In qualunque modello E-R, l’entità Specie sarà, inevitabilmente, un’entità debole: per essere identificata, avrà bisogno della chiave dell’entità sovrastante, il Genere.




Titolo e Cedola.
Nel mondo della finanza, le obbligazioni (bonds) sono individuate da un codice univoco (codice ISIN). Le cedole (coupons) sono individuate dal codice dell’obbligazione e da un progressivo. Le cedole sono un’entità intrinsecamente debole: non hanno, nel mondo reale, una chiave che le identifichi in maniera univoca indipendentemente dal codice dell’obbligazione a cui appartengono. Questa situazione sarà inevitabilmente rispecchiata da qualunque modello E-R che rappresenti le entità Obbligazione e Cedola.


Riassumendo: alcuni concetti del mondo reale possono essere associati, in un modello E-R, a entità “deboli” o “forti”, a seconda della visione di chi definisce il modello. Ad esempio, abbiamo visto in un esempio precedente, che le entità Impiegato e Figlio possono essere rappresentate, in un modello E-R, in modo diverso. Altre entità (ad esempio, il numero civico di un indirizzo postale sono “intrinsecamente deboli”: in qualunque modello E-R, l’entità Numero Civico sarà sempre dipendente dall’entità Via e dall’entità CAP.

Il significato delle chiavi in un modello E-R



Il modello concettuale dei dati (modello E-R) deve rispecchiare, per definizione, la visione dei dati che ha l’utente finale dell’applicazione, senza alcun vincolo di tipo “tecnico”. In quest’ottica, le chiavi delle entità del modello hanno un ruolo fondamentale. Il fatto che un analista definisca due entità del modello E-R con la stessa chiave non può essere una scelta casuale, perché deve rispecchiare il significato, il valore semantico, che le entità hanno per l’utente finale.

Dire che due entità sono in gerarchia IsA implica che, nel modello, le due entità debbano avere la stessa chiave. Viceversa, il fatto che, in un modello E-R-, due entità del modello abbiano la stessa chiave, non può essere casuale: deve rispecchiare il fatto che, nella visione dell’utente, le due entità partecipano alla stessa gerarchia IsA, oppure una è attributiva dell’altra.

Se, come nella figura precedente, l’analista decide che due entità partecipano ma una gerarchia IsA (Impiegato IsA Dipendente, Dirigente IsA Dipendente) allora le due entità dovranno avere, nel modello E-R, la stessa chiave. In questo esempio, il nome della chiave comune alle due entità Impiegato e Dirigente potrebbe essere, ad esempio, (CodiceDipendente).

Si noti che, nella fase di realizzazione di un modello E-R ci sono notevoli margini di soggettività. Partendo dagli stessi business requirements, analisti diversi potrebbero creare modelli E-R diversi che li rappresentino. Ad esempio, si può immaginare un modello E-R dove Impiegato e Dirigente non partecipino nella stessa gerarchia IsA. Ma, in questo caso, l’analista dovrà scegliere, per le due entità, due chiavi differenti: ad esempio, (CodiceImpiegato) e (Codice Dirigente).

Ricapitolando: se l’analista del modello E-R decide che due entità (Impiegato e Dirigente) devono far parte di una stessa gerarchia IsA, nel modello E-R dovrà necessariamente dare alle due entità la stessa chiave.

Passiamo ora a un altro concetto: il significato delle chiavi nella rappresentazione della dipendenza tra due entità del modello. Le entità di un modello E-R che dipendono da altre entità si dicono “entità deboli”. In molti casi, il concetto di dipendenza, o “debolezza”, è relativo: una stessa entità può essere indipendente da altre entità (ovvero, “forte”) in un certo modello E-R, e invece essere dipendente da altre entità (ovvero, “debole”) in un altro modello E-R.


Vediamo un esempio: le entità Impiegato e Figlio (dell’impiegato) memorizzate in un modello E-R per un’applicazione aziendale. L’analista dell’applicazione ha diverse scelte per individuare le chiavi primarie delle due entità. Ad esempio, l’entità Impiegato potrebbe avere la chiave primaria (CodiceImpiegato), e l’entità Figlio potrebbe avere la chiave primaria (CodiceFiscale). In questo caso, le due entità sarebbero indipendenti tra loro, e la rappresentazione del legame tra un impiegato ed i suoi figli richiederebbe un relazione “molti a molti” con chiave (CodiceImpiegato, CodiceFiscaleFiglio).

Una seconda possibilità è quella di dare alle due entità Impiegato e Figlio la stessa chiave primaria, ad esempio (CodiceFiscale). Anche in questo caso, le due entità sarebbero indipendenti, ma farebbero parte di una stessa gerarchia IsA, che possiamo, ad esempio, chiamare Persona. In questo caso, la rappresentazione del legame tra impiegato e figlio richiederebbe una relazione “molti a molti”
riflessiva tra Persona e Persona, la cui chiave si potrebbe chiamare (CodiceFiscalePadre, CodiceFiscaleFiglio).

Una terza possibilità è quella di individuare l’impiegato con la chiave (CodiceImpiegato), ed i figli con una chiave dipendente da quella di Impiegato: ad esempio, (CodiceImpiegato, ProgressivoFiglio). In questo caso, basandosi sulla relazione di inclusione tra le chiavi delle due entità Impiegato e Figlio,
Figlio sarebbe, per definizione, un’entità debole.

Riassumendo, in molti casi è possibile disegnare modelli E-R che rappresentano le stesse entità (ad esempio, Impiegato e Figlio) in modi differenti. E un’entità (in questo caso, Figlio) può essere “debole” o “forte”, secondo le scelte fatte da chi definisce il modello E-R.