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martedì 2 ottobre 2012

Le studentesse prostitute per necessità

05/06/2012 - E' allarme a Cagliari. Sempre più ragazze e signore si vendono per effetto della crisi. E la criminalità, stavolta, non c'entra

Le studentesse prostitute per necessità

Ne parla Matteo Vercelli su L’Unione Sarda. A Cagliari è scattato l’allarme prostituzione: sempre più donne e studentesse fuori sede, infatti, si vendono a causa della crisi economica. Dietro di loro non c’è nessuna organizzazione criminale, ma solo la paura di finire per vivere nella povertà. E nella disperazione.

LUCCIOLE IN CENTRO – Le lucciole sono comparse anche nei pressi di un liceo:
«Ho un figlio disoccupato e un marito disabile. Gli assistenti sociali mi hanno chiuso la porta in faccia. Per guadagnare i soldi necessari per sfamare la mia famiglia sono costretta a prostituirmi ». Arrivando così a farlo davanti a uffici regionali e al liceo Siotto, tra l’imbarazzo e il disappunto dei genitori degli studenti. La scelta del marciapiede è fatta per povertà e necessità. Il dramma, raccontato da una donna cagliaritana alle operatrici delle unità di strada, ha per teatro il triangolo tra viale Trento, piazza Sorcinelli e viale Trieste. «Negli ultimi mesi», spiegano le volontarie, «le prostitute sarde sono aumentate. Abbiamo notato dieci, quindici presenze nuove. Quasi tutte storie di povertà». Nessuna organizzazione criminale. Niente protettore o “maman”.
LE PROTESTE – L’attività delle nuove lucciole in aree molto frequentate ha generato il disappunto dei commercianti e dei residenti. Continua Vercelli su L’Unione Sarda:
Dietro i nuovi casi di prostituzione “nostrana” c’è la disperazione. Porta le donne, non più giovani, in strada a due passi dagli studenti. Perché la prostituzione non ha orario. E il marciapiede si popola anche a fine mattina. Capita così che i genitori vadano a prendere la figlia all’uscita del liceo Siotto di viale Trento sentendosi in imbarazzo. Protestano anche residenti, commercianti e dipendenti degli uffici pubblici. Loro, sole e senza reddito, oppure con un figlio a carico, ne farebbero a meno. Alcune sono costrette a convivere con la disoccupazione degli uomini di casa, marito e figli. Oppure hanno il compagno disabile. I sussidi a volte non bastano per arrivare a metà mese. E riuscire a mettere in piedi un pranzo e una cena diventa una tortura. «Chiedono aiuto», spiegano le operatrici di strada, «ai servizi sociali del Comune. Si sentono rispondere che le situazioni come la loro sono troppe. Impossibile dare una mano a tutte».

LE STUDENTESSELe operatrici di strada raccontano che sempre più studentesse fuori sede si vendono, in casa, per rendere meno gravosi i costi elevati della vita universitaria lontano da casa:
Una scelta triste e dolorosa. Arrivano dai loro quartieri, quelli popolari. Si prostituiscono durante il giorno. Mettere da parte qualche soldino non è facile. E comunque la notte sono a casa. Con le famiglie o nella loro solitudine. «Sono esperienze tristi, di forte disagio sociale. Raccogliamo il loro sfogo e se possibile interveniamo. Ma serve ben altro», commentano le operatrici delle unità di strada. Chiedono l’anonimato perché le interlocutrici non gradiscono che le loro storie vengano raccontate sui giornali. «Hanno una grande dignità », ricordano. Accanto alla prostituzione per povertà e necessità, sembra essere in aumento anche quella delle studentesse universitarie fuori sede. «Mantenersi in città non è facile», spiegano le operatrici volontarie. «Così queste giovani scelgono di ricevere i clienti a casa. Prestazioni sessuali a pagamento non molto frequenti ma dettate anche in questo caso dalla necessità». Fenomeno difficilmente quantificabile. «Sono parecchie. Ultimamente le cronache che raccontano di escort e festini in ville fanno apparire queste cose più normali. In molte si fanno trascinare. Per poi pentirsene per tutta la vita».

venerdì 28 settembre 2012

Roma: volete combattere la tratta? Regolarizzate la prostituzione e chiudete i Cie!



 

Da pochi minuti ho letto la notizia di una donna picchiata e bruciata viva a Roma. I giornali la identificano come la “prostituta rumena”, un’espressione che ci ricorda che nella società in cui viviamo noi siamo il nostro lavoro, il nostro titolo, la nostra qualifica ancor prima di esser persone.

Per me Michela, questo è il nome con cui è conosciuta, è prima di tutto una donna che sta rischiando la vita perché qualcuno ha deciso di darle fuoco. Io non conosco la sua storia, non so se era costretta a prostituirsi, se lo faceva per motivi economici o altro, so solo che ciò che le è successo non può essere semplificato come un regolamento di conti tra bande rivali che gestiscono la prostituzione o un’intimidazione. L’atroce violenza che ha subito questa donna ci dice molto altro.

Il segretario del Pd Roma, Marco Miccoli, dichiara che “il grave fatto di sangue avvenuto questa notte alla Borghesiana è l’ennesima dimostrazione di come la prostituzione a Roma sia sempre più un fenomeno dilagante e in crescita” e ci ricorda che un mese fa c’è stata una manifestazione dei cittadini dell’Eur contro “la prostituzione imperante nelle strade del quartiere”.

Quindi, in poche parole, ci si dice che Michela è stata bruciata perché faceva la prostituta: se te ne vai a zonzo per la città di notte, nelle strade buie, poco trafficate, a offrire servizi sessuali a chiunque come puoi non pensare di essere il bersaglio di qualche squilibrato? Se se ne stava a casa a fare la maglia questo mica le succedeva? O no?

E’ come dire che lo stupro accade per l’uso imperante della minigonna, dei jeans stretti, delle maglie scollate e dei tacchi alti. E’ come dire che una donna viene ammazzata da suo marito perché lo voleva lasciare, lo voleva denunciare. Se stai insieme a lui, sopporti le botte, le umiliazioni e le segregazioni nulla ti può accadere di male. O no? E’ come dire che l’essere prostituta giustifica di per sé ogni violenza che subirai.

E se a questo aggiungiamo che Michela è rumena, abbiamo chiuso il cerchio delle discriminazioni (donna-prostitura-rumena). Dato che per Miccoli la colpa è della prostituzione invita a dare un “impulso alla lotta” affinchè ce ne si liberi. Il segretario però non ricorda che questa lotta già c’è, che le ordinanze per il decoro nelle strade esistono, che le campagne di demonizzazione delle prostitute ci invadono, che le campagne per la moralità, quella sì imperante, sono fatte da chiunque, destra-sinistra-centro-lato, e che proprio questi elementi hanno portato le prostitute a spostarsi sempre di più nelle zone periferiche, marginalizzandole e rendendole sempre più esposte a ogni tipo di violenza.

La prostituzione non è mai stata accettata né come lavoro né come scelta. E’ sempre stata vista solo come un ricatto, un sopruso. Non nego che la tratta esista e che sia un cancro da debellare, non nego che Michela potrebbe esserne vittima, ma non capisco come queste ordinanze possano in qualche modo aiutare queste donne ad uscirne, possibilmente vive. Obbligare una prostituta a vestirsi in modo meno provocante, marginalizzarla nei sobborghi più degradati la aiuterebbe a liberarsi dai suoi ricattatori? Davvero lo credete possibile? E se Michela fosse una prostituta autodeterminata e dunque avesse scelto questo mestiere, pensate davvero che meriti queste violenze? Che meriti l’essere privata di qualunque diritto, dato che la prostituzione non è riconosciuta come lavoro?

Sono anni che le/i sex workers chiedono a questo paese di riconoscergli lo stato di lavoratori, di garantirgli quei diritti che li tutelerebbero molto di più delle ordinanze di decoro e cavolate varie. Ma probabilmente, e questo è il mio pensiero, qui non si vuole combattere la tratta, ma salvaguardare la finta moralità di un paese che è cattolico. Quello che i sindaci fanno è spostare le prostitute, come si spostò la munnezza a Napoli, dalle zone centrali a quelle periferiche, da quelle periferiche a quelle maggiormente degradate e così via, senza mai risolvere il problema dello sfruttamento delle vittime della tratta da un lato e della regolamentazione delle prostitute autodeterminate dall’altro.

Inoltre, forse Miccoli non lo sa, ma ci sono anche tante donne che per scappare dai loro paesi lacerati dalla guerra e dalla fame, pagano delle madame per raggiungere il paese più vicino in cui pensano di avere possibilità di riscatto. Ma 50milioni, questo è costo del viaggio, è difficile da racimolare e quindi che succede? Che la madame anticipa e poi, una volta arrivata in un paese come il nostro, senza documenti, né un posto di lavoro, cosa crede che queste donne possano fare per ripagarla? La prostituzione è l’unica possibilità. Aveva mai pensato, signor segretario, che il razzismo, la chiusura delle frontiere, i Cie, le deportazioni se da una parte non impediscono a persone disperate di raggiungere le nostre sponde, pensando di essere in un paese civile che poi si dimostrerà altro, incentivano dall’altro canto l’immigrazione clandestina e lo sfruttamento sessuale?

Lei cosa farebbe, signor segretario, se volesse scappare dalla miseria ma non avesse nè soldi nè conoscenze? A mio avviso la tratta si combatte in tanti modi, permettendo alle immigrate di accedere al permesso di soggiorno, di veder riconosciuti i loro titoli di studio, combattendo il razzismo che porta gli/le immigrat@ a svolgere i lavori che gli/le italian@ non vogliono più fare, con tanta educazione sessuale che insegnerebbe il rispetto dell’altro, con la regolamentazione della prostituzione e il riconoscimento di diritti indispensabili per la tutela dell’individuo, ed ect. Non con securitarismi, ordinanze e cacce alle streghe,che puzzano di fascismo e paternalismo.

P.S. L’ultimo mio pensiero lo lascio a Michela nella speranza che le sue condizioni migliorino e presto possa uscire da quell’ospedale.

Roma. Prostituta data alle fiamme: ‘Aguzzini? Non li conosco’


Fiamme e terrore sono ancora nei suoi occhi e ricorda tutto quello che è successo ma, impaurita, ha detto di non conoscere i suoi aggressori.
 


- Redazione14 settembre 2012È ancora sotto choc la prostituta romena di 22 anni che l'altro ieri notte è stata picchiata a sangue e bruciata in strada nel quartiere della Borghesiana, a Roma.

Le sue condizioni migliorano lentamente, mentre continuano le indagini dei carabinieri negli ambienti della prostituzione.
Michela, così come è conosciuta la ragazza qui in Italia, ha ricevuto ieri in ospedale anche la visita del ministro per l'Integrazione e la Cooperazione Andrea Riccardi.

La giovane ha avuto un primo breve colloquio con gli investigatori, che quando starà meglio la riascolteranno per avere così un quadro più chiaro e verificare con maggiore attendibilità le sue dichiarazioni.

Michela resta in gravi condizioni e con ustioni su oltre il 50% del corpo, ma è vigile e si dice molto preoccupata che la madre in Romania scopra il lavoro che faceva in Italia. Per i carabinieri a pestare e dare fuoco alla ragazza sono stati «criminali di spessore e pronti a tutto», anche per «l'efferatezza» del gesto.

A temere ritorsioni sono le altre prostitute, che pure ora sono al sicuro, le quali hanno assistito all'aggressione e prestato i primi soccorsi, diventate testimoni-chiave della vicenda.
I militari hanno inoltre acquisito le immagini delle telecamere della zona: le più vicine non si troverebbero comunque sulla strada dove è avvenuta l'aggressione.

La vicenda ha scosso Roma e non solo.

Oggi il ministro per l'Integrazione e la Cooperazione Andrea Riccardi ha fatto visita alla giovane, ricoverata all'ospedale Sant'Eugenio.

«Sono venuto qui per testimoniare la presenza del governo e la mia personale condanna per questo gravissimo attentato alla vita e al corpo di una giovanissima ragazza straniera – ha spiegato Riccardi -. Dobbiamo dire basta a episodi come questo, che avvengono a Roma come in altre parti del Paese».

«Uomini senza scrupoli hanno giocato con il suo corpo e poi l'hanno bruciato come fosse non una persona ma una cosa.
È poco più di una bambina – ha detto il ministro uscendo dall'ospedale -, ha gli occhi grandi e gli atteggiamenti di una bimba».

Riccardi si è fermato a parlare con i medici a lungo, in particolare con il primario del Centro grandi ustionati dove è ricoverata la giovane.

Roma, sfruttamento della prostituzione: in manette 11 cittadini romeni


Pubblicato il 15 mag 2012 da Daniele Particelli
carabinieri_automobile



Undici cittadini romeni, otto uomini e tre donne, sono stati arrestati dai carabinieri di Tivoli con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata allo sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione, riduzione in schiavitù e tratta di giovani donne romene reclutate nei territori d’origine e avviate alla prostituzione sulle strade della Capitale.

La modalità di adescamento, confermano le autorità, era sempre la stessa: la banda attirava in Italia giovani connazionali con la promessa di un lavoro stabile e non appena la giovani arrivavano nel nostro Paese venivano loro confiscati i documenti. Era l’inizio dell’incubo.

Le giovani venivano private della loro libertà personale, ridotte in schiavitù e sottoposte a qualunque tipo di violenze, costrette a prostituirsi e a consegnare i guadagni ai loro aguzzini. Non solo: venivano scambiate e “rivendute” tra le varie organizzazioni, addirittura messe in palio come premi nei giochi d’azzardo. E, in almeno un caso, le violenze sono sfociate in una marchiatura a fuoco: una di loro, circa tre anni fa, è stata marchiata con le iniziali del suo aguzzino.

Foto | ©TMNews


Stupri, è giusto chiudere di notte la Stazione Termini? Sandra Rondini avatar


Dopo l'ultimo episodio di stupro torna la polemica se sia il caso o no di serrare la notte le stazioni, creando zone di nessuno dove la criminalità impera e dove chi ci capita deve solo sperare di vedere l'alba incolume...
stupri criminalità stazione termini.jpg

Dopo l'episodio dello stupro di gruppo a Roma ad opera di 4 romeni su una signora bulgara di 40 anni, colpevole solo di aggirarsi alle 2 di notte in zona Termini alla ricerca di un treno che la riportasse al Nord per poi da lì prendere un aereo per la sua terra, torna la polemica se sia il caso o no di chiudere le stazioni la notte. 

La donna non si sarebbe mai trovata vicina alle porte scorrevoli di Piazza dei Cinquecento, una delle entrate della stazione di Roma Termini, dove un agente della Polfer le aveva consigliato di restare buona ad aspettare che la stazione riaprisse. Sempre meglio che aggirarsi nel quartiere, le aveva detto. Ma questo non è bastato alla giovane donna per evitare di essere prelevata a forza, sequestrata per una notte intera e sottoposta a ogni genere di tortura fisica e psicologica, filmata dai suoi aguzzini con i telefonini. 

La donna, giunta in Italia in cerca di fortuna solo qualche mese fa, aveva provato a fare la badante, ma delusa da questo lavoro, voleva tornare a casa dal marito. Ma sotto Ferragosto aveva trovato pieno ogni volo aereo e così i treni e giunta la notte non aveva trovato di meglio che aspettare alla stazione per vedere di trovare il giorno dopo qualche altra soluzione. 

Una decisione che le è costata cara, eppure la donna, dal grande sangue freddo, ha aspettato che i suoi aguzzini si addormentassero per rubare loro un telefonino come prova schiacciante della loro colpevolezza e scappare poi in ambasciata dove, grazie alla Polizia, si è risalito preso ai quattro delinquenti di Riano, zona vicina alla Capitale, dove il branco aveva portato la donna.

Sebbene i barboni dormano tutti attorno al perimetro della stazione, rischiando la pelle ogni notte per le azioni maledette e sconsiderate di qualche teppista e drogato, una donna sola a Termini o è una prostituta o è una potenziale vittima di criminalità.

Eppure la stazione è il punto di approdo di tantissimi turisti che alloggiano negli alberghetti che costellano ogni via del circondario.

Ma di notte, benchè sia in pieno centro, anche lei diventa terra di nessuno. Roma sta diventando una città di una violenza incredibile. I reati rispetto all'anno scorso sarebbero aumentati del 60% e queste sono cifre da Bronx, sicuramente vergognose per chi ha costruito un'intera campagna elettorale proprio sulla questione sicurezza. 

Non è certo colpa del Sindaco se quattro balordi in città decidono di prendere di mira una donna inerme, ma possibile che un agente Polfer per una donna sola potesse solo dare il consiglio di mettersi vicina alle porte scorrevoli e sperare di passare indenne la notte?

Tutta qui la sicurezza che si può garantire? 

A Termini, come negli anni Settanta, dopo una certa ora incontri solo balordi, tossici, tassisti col turno di notte (poveretti...), prostitute, trans, barboni, spacciatori e varia 'umanità' lì rigettata dalla città come una puzzolente risacca per qualche ora della notte, ore di tutti e di nessuno.

Se la stazione fosse aperta, con il suo centro commerciale, con le sue luci e tutto il resto, o con qualsiasi altra attività o attrazione turistica,  tutto sarebbe diverso anche se non ci sono treni a viaggiare con il conseguente via vai impazzito di gente che va e che viene. Invece a una certa ora si spengono le luci, si calano le saracinesche e chi è fuori è esposto a qualsiasi pericolo. 

Dal buio spuntano come 'zombie' le creature della notte. Non stiamo esagerando. Ci sono creature partorite dalla notte e che alla notte sola appartengono. 

Personalmente non bazzicheremmo la sera in zona Termini nemmeno se ci pagassero, eppure, lo ripetiamo, stiamo parlando di una zona che è proprio accanto a piazza della Repubblica, con i suoi alberghi di lusso e la sua via Nazionale che arriva fino a piazza Venezia. Roma di notte fa paura. Ammettiamolo. Sono riusciti ad ottenere un coprifuoco generale senza neanche doverlo imporre...

Quello che vogliamo dire al Sindaco è che la notte non è fatta per le 'creature della notte', che, anzi, la sua giunta dovrebbe provvedere a recuperare, reinserendole nel mondo normale per quello che è possibile o almeno mettendole in condizione di non nuocere a chi, gente normale, non cessa di avere bisogni e necessità solo perchè è scattata l'ora X. 
 
Se una donna è in zona Termini dove si rifugia? I bar sono chiusi, la stazione è chiusa, per terra bisogna fare lo slalom tra i barboni, in giro c'è solo gente strana e nessun posto sicuro in cui riparare. 

Ma è Roma o è Resident Evil? 

E' la Capitale o un set di un videogioco splatter in cui  calate le ombre della sera d'improvviso devi difenderti da ogni genere di pericolo?

Non è che nasciamo tutti Rambo o abbiamo frequentato bootcamp o corsi di sopravvivenza. Sembra di capire, dato che tutto intorno è chiuso e sbarrato, che il messaggio alle persone normali sia quello di restare a casa, lontani da lì, perchè, finchè non tornerà l'alba, quella sarà zona di caccia per 'zombie' di città. 

Complimenti per la versatilità di una Roma double face, a misura della supposta legalità di giorno e della manifesta criminalità di notte.

Roma Termini: torna ad essere stupro per la Questura

E’ di nuovo stupro per la questura il rapporto fra un barista turisino e una turista australiana di 22 anni nei pressi della stazione di Roma Termini. Ennesimo avvicendamento nelle indagini che adesso puntano sulla violenza. Intanto impazza la querelle politica sulla sicurezza a Roma.

Nella notte fra martedì 10 e mercoledì 11 luglio una ragazza australiana ventiduenne è stata vittima di uno stupro da parte di un barista tunisino nei pressi della stazione Termini di Roma. Apparentemente è una notizia di cronaca nera, anzi nerissima visto che lo stupro dovrebbe essere un reato inconcepibile, eppure non è del tutto così perchè questa, in definitiva, non è che l’ultima versione di una notizia che non sta facendo altro che rimbalzare da un quotidiano all’altro, da un giorno all’altro, cambiando però, ogni volta, radicalmente il suo contenuto. Basta, infatti, risalire a ieri per accorgersi come lo stupro non sussisteva più, non solo per stessa ammissione della ragazza che aveva ammesso di essere consenziente al rapporto sessuale ma addirittura dal parere medico che sembrava piuttosto incerto e non necessariamente orientato alla violenza.

Quel che è certo è questo; una ragazza 22enne australiana è stata vista barcollare nei pressi della stazione Termini di Roma, in evidente stato confusionale, dovuto all’abuso di alcolici,con le gambe palesemente macchiate di sangue, in preda ad una emorragia interna. Trasporta d’urgenza al policlinico Umberto I è stata operata e ben presto il suo bollettino medico è diventato stabile e privo di pericoli, tanto che la ragazza, già il giorno dopo, è stata lasciata libera di andare.  


Ciò che stupisce della vicenda è la poca chiarezza che non si riesce ad ottenere, più le indagini si infittiscono più gli elementi che emergono confondo e rendono il giudizio per la questura sempre più arduo. E dire che esiste, addirittura, una prova filmata dell’accaduto in quanto le telecamere di servizio  site nei pressi della stazione hanno praticamente registrato tutto fuorché l’atto.

I due sono stati ripresi mentre si allontanavano insieme e le immagini attestano come il barista tunisino abbia cercato di aiutare la ragazza mentre aveva l’emorragia, ciò che non quadra però è il perché si sia liberato della propria maglia sporca di sangue così come delle scarpe della ragazza altrettanto macchiate. Queste immagini inizialmente hanno avvalorato le prime dichiarazioni della turista australiana che aveva parlato di consensualità ma è evidente che vanno interpretate nuovamente perché sono di oggi le dichiarazioni della psicologa che l’ha seguita dopo questo episodio.

Pamela Bruni, psicologa del Policlinico Umberto I, ha detto “ha subito uno stupro ma ha deciso di non denunciarlo per un sentimento di vergogna. Immagino che l’abbia fatto per liberarsi del peso mediatico che l’ha circondata immediatamente e per evitare la trafila giudiziaria che l’avrebbe attesa. Una risposta emotiva diffusa fra le donne che subiscono aggressioni di questo tipo”.


Tutti dunque hanno una loro verità, ma nessuna pare convincere visto che giovedì sera il procuratore aggiunto Maria Monteleone, titolare del pool per i reati sessuali ha aperto un fascicolo con l’accusa di stupro nei confronti del tunisino che nella notte tra martedì e mercoledì era in compagnia della 22enne australiana.

L’alternanza spasmodica fra stupro e rapporto consensuale ha, però, qualcosa di poco lecito in sé, la sensazione è che questa notizia continui a rimbalzare sui giornali per un motivo diverso, perché parallelamente a questa vicenda si è sviluppata una zuffa mediatica che ha riguardato il sindaco di Roma Gianni Alemanno e i suoi detrattori, che hanno approfittato della cosa per dare vita ad un vero e proprio attacco politico.

Marco Miccoli,il segretario del Pd Roma, ha commentato con una nota l’accaduto ”Non è un caso che la stazione Termini sia stata questa mattina il teatro di una terribile aggressione ai danni di una giovane turista. Ormai Termini si è trasformata, a causa dell’incuria e dell’indifferenza dell’Amministrazione Alemanno, in una terra di nessuno”. A questa dichiarazione ne è sguita un’altra più colorita: ”L’area limitrofa è pericolosa come il Bronx, come pericoloso è diventato il solo transitarci soprattutto nelle ore notturne.

Alemanno aveva promesso in campagna elettorale di rendere la nostra città più sicura: omicidi, violenze, rapine e stupri sono invece all’ordine del giorno. Questa è la Roma che ci lascerà Giovanni Alemanno, il peggior sindaco che la Capitale abbia mai avuto”.

Il sindaco Alemanno, dal canto suo, si è limitato, in data 11 luglio, ad un commento molto meno accalorato “Sono molto contento che alla stazione Termini non sia avvenuta nessuna violenza alla giovane turista australiana” – scrive sul suo blog il sindaco – “L’accertamento dei fatti è stato possibile grazie alla registrazione delle telecamere, a dimostrazione che nella città si moltiplicano gli apparati di sicurezza e controllo“. Una parola però l’ha spesa anche contro chi lo ha attaccato “Sono invece dispiaciuto per lo sciacallaggio che ancora una volta è stato messo in atto dalla sinistra. Con squallida puntualità e con l’amplificazione mediatica, i soliti personaggi hanno provato a sfruttare quella che per una giovane donna poteva essere una terribile disgrazia”.

Uno stupro non è colpa della destra o della sinistra, di questi teatrini siamo stanchi, bisognerebbe avere più rispetto per vicende umane così delicate, il punto è che queste dichiarazioni hanno perso la loro attualità visto che la realtà dei fatti è lungi dall’essere provata e quella che dovrebbe essere una vicenda chiara, rischia di assumere sfumature grottesche per come sta venendo gestita.

Pubblicato da
il 13 luglio 2012 alle 16:07

Piazza Re di Roma: tentato stupro, aggressore sabato tentò altra violenza

Piazza Re di Roma: tentato stupro, aggressore sabato tentò altra violenza

La ragazza è riuscita a fuggire e chiamare il 113. L'uomo che ha tentato di violentare la donna in piazza Re di Roma era già stato fermato sabato scorso per lo stesso reato

di Redazione - 8 agosto 2012

Solo pochi giorni fa aveva tentato di violentare una donna in viale dell'Università senza sapere di trovarsi davanti un agente di polizia che l'ha poi fatto arrestare. Ora, L.P, cittadino francese, di nuovo in libertà, è stato di nuovamente fermato per lo stesso tipo di reato. Stavolta cambiava solo la zona: piazza Re di Roma.

Ieri pomeriggio poco dopo le 15.30, nei giardini adiacenti Piazza Re di Roma, che a quell'ora apparivano semideserti a causa della calura estiva, lo straniero, ha notato una giovane seduta su di una panchina intenta a leggere un libro. L'uomo, le ha prima gettato addosso dell'acqua e quando la ragazza si è alzata di scatto, il 58enne l'ha afferrata per le spalle e con un gesto repentino le ha abbassato i pantaloni fino alle ginocchia. La ragazza liberatosi dalla stretta dell'uomo è riuscita a chiamare il 113.

Immediatamente sul posto è arrivata la polizia che ha bloccato l'uomo. La vittima soccorsa dai poliziotti, ha dichiarato di lavorare come commessa in un negozio di via Appia e che durante la pausa pranzo era solita recarsi nei giardini della piazza. Non appena bloccato, gli investigatori hanno immediatamente riconosciuto il francese che era già stato arrestato per violenza sessuale sabato scorso L'aggressore è stato accompagnato negli uffici del Commissariato per gli ulteriori accertamenti.

In quell'occasione aveva aggredito una donna, afferrandola e palpeggiandola, con il chiaro intento di violentarla, ma la vittima, una poliziotta, era riuscita a divincolarsi dalla presa dell'aggressore, lo ha rincorso per alcune centinaia di metri e lo ha arrestato.

Per quell'episodio l'uomo era stato giudicato con rito direttissimo e condannato ad un anno e 2 mesi di reclusione.

Per L.P., sono scattate di nuovo le manette.




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Denuncio' stupro in caserma, interrogata da gip Roma

Denuncio stupro in caserma, interrogata da gip Roma


18:14 02 LUG 2012
(AGI) - Roma, 2 lug. - E' stata ascoltata questa mattina per alcune ore in sede di incidente probatorio dal gip del tribunale di Roma, Adele Rando, la donna trentenne che ha denunciato di essere stata stuprata la notte fra il 23 e il 24 febbraio dello scorso anno all'interno della stazione dei carabinieri del Quadraro.

La donna ha ribadito le accuse ed ha raccontato la triste vicenda. Lo stupro sarebbe avvenuto nella mensa della caserma dove si trovava in stato di fermo. Secondo il racconto della donna alcuni militari l'avrebbero fatta uscire dalla cella di sicurezza per farla mangiare e poi avrebbero abusato di lei dopo aver bevuto alcuni bicchieri di liquore.

Gli indagati sono i carabinieri Alessio Lobartolo, Leonardo Pizzarelli e Vincenzo Cosimo Stano, e l'agente di polizia municipale, Urbano Francesco Carrara. Per loro l'accusa contestata dalla procura di Roma e' di violenza nei confronti di soggetto sottoposto a limitazione della liberta' con l'aggravante dell'uso di sostanze alcoliche e dell'abuso dei poteri.

Secondo quanto hanno riferito alcuni difensori degli indagati, la donna davanti al gip avrebbe "cambiato ulteriormente versione", mentre altri difensori hanno dichiarato di voler attendere il deposito dei verbali per valutare la testimonianza. (AGI) .

                                                                           Fonte: AGI.it

Aggredita e stuprata all'Eur. La polizia ferma due ragazzi romeni

Eur Fermi

La quarantenne era appena uscita da un fast food. Soccorsa da un automobilista

ROMA - Lo sguardo perso nel vuoto, le mani che tremano ancora. Una donna che sbraccia al centro di viale America, all'Eur. Che implora gli automobilisti che sfrecciano sul Laghetto di fermarsi per aiutarla. «Mi hanno violentato, erano in due. Uno aveva un tatuaggio su un polpaccio. Mi hanno anche portato via il telefonino». Poche battute, offuscate dallo choc e della disperazione. Ha 43 anni ed è romana l'ultima vittima di una violenza sessuale nella Capitale. 

Lunedì notte la polizia l'ha soccorsa nei pressi della stazione della metropolitana «Eur Fermi» dove la donna - secondo la sua versione dei fatti - è stata aggredita da due ragazzi romeni che, a forza, l'hanno condotta in un'area verde poco lontana, probabilmente sempre nella zona del Laghetto, dove hanno abusato di lei. Erano da poco passate le 23.

A soccorrere la quarantenne è stato un automobilista che ha poi dato l'allarme alla polizia. «Sono fuggiti su un autobus diretti a Ostia», avrebbe detto ancora la vittima. E proprio su un mezzo pubblico che viaggiava in direzione di Castel Porziano, il «709», gli agenti del commissariato Esposizione, diretti da Giuseppe Miglionico, hanno rintracciato i due ragazzi romeni di 19 e 23 anni, il primo di Tor Vergata e l'altro di Casal Palocco, che sono stati fermati per violenza sessuale e rapina. Solo il primo avrebbe ammesso qualcosa, parlando di un incontro consensuale.  

Ma il referto medico dell'ospedale, oltre a confermare il rapporto sessuale, avrebbe accertato anche graffi e contusioni in varie parti del corpo. 

Mercoledì ci dovrebbe essere la convalida, altrimenti i due torneranno in libertà. Gli investigatori stanno vagliando il racconto della quarantenne. Secondo la sua versione, l'aggressione sarebbe avvenuta quando era appena uscita da McDonald's. I due l'avrebbero avvicinata, forse con una scusa, e poi l'avrebbero trascinata nel giardino, in un luogo appartato. L'aggressione non avrebbe avuto testimoni. Dopo lo stupro i due sarebbero scappati con il telefonino della vittima. L'apparecchio è stato recuperato dagli investigatori in tasca a uno di loro. 

La vicenda dell'Eur ricorda quella avvenuta alla fine di agosto all'Alessandrino dove una donna di 40 anni aveva denunciato di essere rimasta vittima di una violenza sessuale da parte di un marocchino che l'aveva incontrata nei pressi dell'abitazione del convivente.  

Un mese prima era stata una ragazza australiana di 22 anni a essere soccorsa dagli operatori del mercato rionale dell'Esquilino che l'avevano trovata all'alba in un lago di sangue davanti all'ingresso di un panificio. La giovane raccontò di aver avuto un rapporto sessuale violento con un tunisino conosciuto la notte precedente durante un tour alcolico con le amiche con le quali era in vacanza a Roma.  

All'inizio il nordafricano, impiegato in un bar vicino alla stazione Termini, non fu accusato della violenza, ma poi - anche sulla base dei riscontri medici all'Umberto I e della relazione degli psicologi - la Procura decise di indagare il giovane. 

Rinaldo Frignani26 settembre 2012 | 20:11

L'Aquila, ragazza violentata dopo la discoteca. I carabinieri indagano sul verbale della polizia

La Procura vuole accertare se l’episodio che tira in ballo un amico dell’arrestato Tuccia sia stato sottovalutato. Sentito dai carabinieri il poliziotto che ricevette l'esposto della vittima 

di Enrico Nardecchia

 

IL CASO. Assurto alla ribalta nazionale grazie alla trasmissione televisiva «Chi l'ha visto?», il caso-bis emerso nell'ambito dell'inchiesta sulla violenza sessuale avvenuta davanti alla discoteca di Pizzoli (per la quale è in carcere il militare Francesco Tuccia) si arricchisce di nuovi elementi. 

Infatti è in corso un'indagine parallela che si basa sul racconto della ragazza che in tv ha affermato: «Un amico di Tuccia voleva violentarmi». Una vicenda che non è contestuale alla violenza di Pizzoli ma che potrebbe fare luce sul ruolo avuto dalle persone che quella notte erano con l'arrestato. Un caso-bis che fa riferimento anche al ruolo delle forze dell'ordine. La particolare delicatezza del caso fa sì che le indagini si svolgano sotto traccia, senza che trapeli alcun particolare della spinosa vicenda. Tuttavia, ci sono due fatti nuovi.

IL VERBALE. I carabinieri hanno acquisito il verbale nel quale è contenuto l'esposto della ragazza. Contestualmente è stato sentito a sommarie informazioni testimoniali il sovrintendente di polizia che ricevette la denuncia. Bisogna accertare se, come messo in dubbio dalla ragazza, la vicenda sia stata trattata come un caso di violenza sessuale oppure se sia stata «derubricata» a semplice molestia, con relativo ammonimento della persona sospettata, e nulla più. Un compito che spetta ai carabinieri.

IL RACCONTO. La ragazza, che ha voluto mantenere l'anonimato, è stata spinta a raccontare l'episodio dall'appello del padre della vittima della violenza: «Chi sa parli». Secondo la testimonianza, l'amico di Tuccia avrebbe tentato di avere un rapporto sessuale cercando di imporsi con la violenza. Ma la presunta vittima sarebbe poi riuscita a scappare chiedendo aiuto a due persone. La parte più controversa del racconto è quella nella quale si fa riferimento alla denuncia. La ragazza, infatti, afferma che le sarebbe stato consigliato di «non fare niente» poiché «non era il caso di denunciare un fatto del genere».

«Conobbi uno dei due amici di Tuccia, e dopo poco», racconta la giovane, «capii che voleva avere un rapporto sessuale, ma senza la mia volontà. Di fronte al mio no ha avuto un vero e proprio scatto d'ira. Mi dava pugni, mi urlava che voleva fare sesso. Sono scappata e in una frazione di secondo ho pensato "se non scappo mi rovina, mi violenta".  

Non era lucido. Sono riuscita a scappare aiutata da due ragazzi che passavano per caso. E mentre fuggivo l'amico di Tuccia mi urlava che ero una poco di buono, mi diceva la pagherai. Le forze dell'ordine mi dissero che non era il caso di denunciare. Credo che abbiano preso l'episodio con leggerezza, pensando di parlare con quel ragazzo e di farla finita lì». Nuovo materiale per il pm. 




Stupro di Pizzoli, il ginecologo: “mai visto nulla del genere”




  • In Italia i media e l’informazione non sono sempre corretti quando trattano di violenza di genere e di solito tendono a urlare la notizia, a cercare lo scoop, e a ricalcare modelli culturali sulla donna molto pericolosi e dannosi per le stesse vittime e per le donne in generale perché svilenti per chi subisce violenza (come l’insistere su particolari morbosi) e accomodanti per chi la pratica (era un bravo ragazzo, di brava famiglia, è stato un raptus, era troppo innamorato quindi l’ha uccisa). Un linguaggio e un background culturale che nei tribunali viene usato per sostenere ipotesi in difesa di stupratori e autori di violenza che sottintendono stereotipi pesantemente maschilisti e misogini (se l’è cercata, è lei che lo ha provocato, l’uomo è cacciatore, all’istinto non si comanda, era consenziente), per cui le vittime di violenza diventano spesso offender e sono costrette a dimostrare “la violenza” subita, sopportando pressioni psicologiche che si aggiungono a quello che già hanno vissuto.

    Troppo spesso inoltre, lo stupro viene considerato un reato di serie B e le donne si sentono talmente poco tutelate da preferire il silenzio alla denuncia, perché sanno che durante il processo potrebbero non sopportare il peso di un’altra violenza, quella psicologica e verbale.

    Su quello che è successo tra l’11 e il 12 febbraio nello stupro alla discoteca di Pizzoli, vicino L’Aquila, dove una ragazza di vent’anni è stata trovata sulla neve, seminuda, coperta di sangue per l’emorragia che le lesioni della violenza subita le avevano provocato, è stato scritto e detto molto. Anche troppo.

    Di questo reato è stato accusato un militare, F.T. di 21 anni, e per lui il giudice, a differenza di altri procedimenti in corso in questo periodo su reati di stupro, ha disposto la custodia in carcere. La famiglia del ragazzo ha chiesto scusa alla famiglia della giovane stuprata, ma l’avvocato difensore, Alberico Villano, ha tranquillamente pronunciato il nome e il cognome della ragazza durante uno show televisivo con grave violazione della privacy ma soprattutto violando la riservatezza sulle norme di sicurezza cui la ragazza è sottoposta.

    Oltre al reato di stupro, a carico del militare c’è l’ipotesi di tentato omicidio, in quanto l’uomo è stato fermato mentre si stava allontanando dalla discoteca, sporco di sangue, lasciando la ragazza in fin di vita sulla neve: un mancato soccorso che sarebbe costata la vita della studentessa se non fosse interventuto il personale della discoteca che l’ha soccorsa.

    La ragazza, uscita dal’ospedale ma ancora in convalescenza in un luogo segreto, non ricorda esattamente i fatti avvenuti perché lo shock è stato troppo forte, ma in una fase della sua ripresa in ospedale avrebbe detto: “Quelli mi volevano uccidere”, perché in realtà fuori dalla discoteca, oltre al militare inquisito, erano stati fermati anche altri due commilitoni del 33esimo Reggimento Artiglieria Acqui, insieme alla fidanzata di uno dei due.

    L’avvocato del militare ha sostenuto in maniera convinta che il rapporto sessuale che ha subito la studentessa era un “rapporto amoroso consensuale”, sostenendo che l’uomo avrebbe provocato le ferite con “la mano”, malgrado i 48 punti di sutura che la ragazza ha dovuto subire per ricostruire le parti interne lese.

    Alla domanda sulla gravità delle ferite della giovane, che fanno pensare senza dubbio alcuno (e senza possibilità di dimostrare il contrario) a una violenza inaudita, il legale ha risposto che “non sono state provocate da un atto sessuale non voluto”, e che “la ragazza non è stata costretta”.

    Secondo il legale: non ci sarebbe stato nessun corpo estraneo nell’atto sessuale; i due giovani commilitoni e la giovane non sono intervenuti in nessuna fase del fatto; e il giovane militare, “molto impaurito”, quando ha visto il sangue, è rientrato nella discoteca per chiedere aiuto. 

    Non solo, perché la ragazza, secondo l’avvocato, “Dovrà spiegare il perché e il motivo per il quale è uscita fuori dal locale con il freddo e la neve insieme al suo giovane coetaneo”. In poche parole la ragazza dovrebbe rispondere al fatto che non solo era consenziente a farsi provocare quelle ferite ma anche che lei la violenza se l’è cercata.

    Su questo caso si è parlato di “pratica estrema”, del diametro di una mano chiusa a pugno considerando possibile che quelle ferite potessero essere state prodotte da un rapporto, “consensuale”, con l’uso di una pratica sessuale che si chiama fisting e che viene esercitata con il pugno. Un quadro davvero deprimente, vergognoso, schifoso, che su una vittima di stupro approfondisce quelle ferite che non guariranno mai.

    Ma la vita è generosa anche nella tragedia, perché dalle dichiarazioni fatte in una trasmissione su Canale 5 ieri dal dottor Gabriele Iagnemma, il ginecologo dell’ospedale che ha “ricucito” la ragazza stuprata, si capisce che non può essere stata né una mano né un rapporto consenziente. 

    Dichiarazioni che dovrebbero spazzare via tutte le elucubrazioni di dubbio gusto rimettendo al centro la vittima che ha subito una violenza terribile e il suo diritto ad avere giustizia, e quindi il riconoscimento assoluto di quello che ha subito, e anche a individuare l’autore di una violenza efferata che forse è pericoloso anche per la società: “In trent’anni di attività non avevo mai visto nulla del genere – ha detto il dottor Iagnemma – quando è stata portata all’ospedale dal 118 e scortata dai carabinieri, è arrivata ricoperta di sangue in condizioni di incoscienza e in un grave stato di shock emorragico dovuto alle gravi lacerazioni che aveva.

    Lacerazioni che interessavano oltre che l’apparato genitale anche altri organi. E’ stata portata immediatamente in sala operatoria, dove ho chiamato subito il collega chirurgo e insieme, l’abbiamo operata. Un intervento di oltre un’ora nel quale sono stati ricostruiti l’apparato digerente e l’apparato genitale”. La ragazza sarà sottoposta a ulteriori controlli ed esami “soprattutto per verificare la funzionalità di alcuni organi, perché dal punto di vista anatomico è guarita, ma non sappiamo se lo sia dal punto di vista dell’apparato digerente che è la parte più colpita”.

    Secondo gli inquirenti nello stupro è stato utilizzato uno strumento metallico e anche per i medici le ferite riportate non sono affatto compatibili con un rapporto senza violenza. L’amore, il sesso estremo, l’avventura di una notte, qui non c’entra: è solo violenza.

di Luisa Betti
pubblicato il 16 marzo 2012


Ragazza violentata all'Aquila: l'accusato è fuori dal carcere

Francesco Tuccia in febbraio aveva violentato e seviziato una ragazza all'Aquila, adesso i giudici hanno firmato la scarcerazione. L'amarezza della ragazza "Voglio andare via dall'Italia"

di Anastasia Meloni 11 giugno 2012


Totale sfiducia verso lo Stato e la giustizia, e al massimo solo voglia di scappare via. Non potremo mai capire i tremendi sentimenti della vittima di questa storia tremenda, ma possiamo immaginare l'amarezza nell'apprendere che il tuo aguzzino è fuori dal carcere.

Forse ricorderete il tremendo fatto di cronaca accaduto all'Aquila nel febbraio scorso. Francesco Tuccia, un ex caporale dell'esercito di 21 anni, aveva stuprato e seviziato una studentessa della provincia laziale nei pressi di una discoteca nell'Aquilano, lasciandola poi mezza morta nella neve, finchè il proprietario del locale non l'ha ritrovata all'orario di chiusura.

Adesso Francesco Tuccia, che quella ragazza oltre a stuprarla l'ha ridotta in fin di vita, (tanto che si era ipotizzata l'accusa di tentato omicidio) è fuori dal carcere. I giudici hanno firmato la scarcerazione in attesa della sentenza, e lui è agli arresti domiciliari.

”Provo tanta rabbia e amarezza, stavo cercando di riorganizzare la mia vita, magari spostandomi in una citta’ che non fosse L’Aquila, ma alla luce di questo fatto valutero’ seriamente la possibilita’ di trasferirmi in un Paese che non sia l’Italia”. Queste le parole con cui ha reagito la ragazza vittima di questo tremendo stupro.

A tre mesi dal tremendo accaduto la ragazza stava cercando di riprendersi da quello che aveva subito. Non solo lo stupro, ma anche violenze inaudite: dopo averla violentata infatti Tuccia l'ha riempita di calci e pugni, e infine l'ha seviziata con una spranga di ferro. Quando il proprietario della discoteca Guernica ha trovato la ragazza mentre chiudeva il locale lei era malridottissima e semi assiderata. Nonostante l'evidenza Tuccia ebbe anche la faccia tosta di sostenere che la ragazza era consenziente. Non so se conoscete qualcuno consenziente nel prendere calci, pugni e sprangate.

Ma adesso l'uomo che è stato capace di tutte queste efferatezze è praticamente libero, agli arresti domiciliari. Certo, i giudici hanno solo applicato la legge, e tutto quello che si può sperare è una sentenza dura e che arrivi il prima possibileMa di certo non si può non capire la profonda amarezza di chi vede il suo aguzzino, quello che ti ha rovinato la vita, praticamente libero.

Stanca di versare soldi e subire minacce denuncia il "protettore" e lo fa arrestare

PROSTITUZIONE

In manette un 33enne che approfittava del suo lavoro da conducente di bus diretti in Romania per conoscere giovani donne e avviarle alla prostituzione


Approfittava della sua attività di conducente di autobus diretti in Romania per conoscere giovani donne romene da avviare alla prostituzione. È stata una 22enne a trovare il coraggio di denunciare il fatto agli agenti del commissariato San Basilio, diretto da Adriano Lauro. Dalle dichiarazioni della giovane è emerso che la vicenda ha avuto origine nell'agosto scorso, quando la vittima, che esercita da qualche tempo la prostituzione in Italia, perso un volo che da Ciampino doveva riportarla in patria per una visita ai genitori, si è rivolta a un amica per trovare una soluzione alternativa. L'amica, a sua volta, l'ha invitata a contattare un suo conoscente addetto al servizio di trasporto per la Romania tramite minibus. E' proprio con la conoscenza dell'uomo, in seguito identificato per N.S., romeno di 33 anni, che sono iniziati i suoi problemi. N.S., infatti, avuto il numero del suo cellulare, le ha chiesto di ospitare per qualche tempo una giovane connazionale nella sua abitazione, dove la stessa avrebbe dovuto prostituirsi. La cosa è andata avanti per qualche tempo, con la ragazza costretta a cedere tutto il ricavato, sotto la minaccia di gravi ripercussioni ed anche di percosse, ad N.S., fino a quando l'uomo l'ha ceduta ad un'altra organizzazione.

Venuta meno questa 'fonte di reddito', l'uomo ha iniziato a minacciare la giovane conosciuta in occasione del viaggio, imponendole di consegnargli tutti i soldi della sua attività, con la minaccia di gravi ripercussioni verso la famiglia in Romania. A questo punto alla ragazza non è rimasto altro che denunciare la vicenda alla polizia. Gli investigatori del commissariato San Basilio, a questo punto, hanno iniziato le indagini che hanno permesso dapprima di identificare compiutamente l'uomo, già conosciuto dalle forze di polizia e di acquisire e significativi elementi che hanno confermato le dichiarazioni della giovane. E' scattato quindi il blitz. 

Venuti a conoscenza dell'ennesimo appuntamento per la consegna del denaro, i poliziotti hanno effettuato un servizio di appostamento e pedinamento, nel corso del quale, a breve distanza dai due, hanno constatato la consegna delle banconote da parte della giovane ad N.S. Subito intervenuti, sono riusciti a bloccare l'uomo ancora in possesso del denaro, in precedenza contrassegnato. Condotto presso gli uffici del commissariato, il 33enne romeno è stato arrestato per sfruttamento della prostituzione. 
 
(25 settembre 2012)

lunedì 17 settembre 2012

Vademecum per ragazze che subiscono violenze (utile anche per genitori e insegnanti)

 

La vicenda di Sarah Scazzi fa emergere in modo evidente che uno dei gravi problemi che hanno le ragazze che subiscono violenze è quello di non trovare appoggio e di non sapere a chi rivolgersi per chiedere aiuto.

La famiglia è più spesso un luogo che tutela il carnefice lasciando completamente sola la vittima. Amici e parenti dei carnefici non sono esattamente i punti di riferimento ideali per chi subisce violenze. Persone che convivono e coesistono nello stesso ambiente dei carnefici sono spesso più spinti a colpevolizzare la vittima e a difendere il carnefice. Perciò ecco una serie di suggerimenti da fare girare nelle scuole, tra le vostre figlie e i vostri figli, le vostre amiche, amici, cugine, nipoti, conoscenti.

1 Nessuno ha il diritto di mettervi le mani addosso se voi non lo volete. Uno dei diritti fondamentali che avete è quello di poter scegliere sempre quando, come e con chi vivere la vostra vita sessuale. Il sesso deve essere consensuale. Se voi dite di NO e l’altro continua a molestarvi è un abuso. Non lasciatevi ingannare da equivoci e fraintendimenti dietro i quali molestatori e stupratori si nascondono per manipolarvi e poter fare di voi quello che vogliono.

2 Nessun adulto, parente, padre, zio, fratello, nonno, può chiedervi di “giocare” con lui a fare sesso. Il sesso è una cosa gioiosa, bella, da vivere con spontaneità e pulizia e non in una situazione di squallore e abuso che vi farà inevitabilmente stare male.

3 Se un adulto vi tocca, molesta o abusa di voi vi sentirete sporche, i vostri abusatori vorranno farvi sentire in colpa, vi diranno che siete voi ad aver provocato, giustificheranno il loro abuso. Se un adulto vi tocca, molesta o abusa di voi dovete immediatamente denunciare e MAI pensare che sia stata colpa vostra.

4 Se ad abusare di voi o a molestarvi è il vostro insegnante parlatene con i vostri genitori, amici, parenti. Se non trovate ascolto presso queste persone recatevi in un centro antiviolenza, chiamate i numeri disponibili che vi indirizzeranno nei luoghi più vicini. Rivolgetevi comunque senza ombra di dubbio a persone adulte delle quali vi fidate ciecamente o che sentite comprensive rispetto a questi problemi.

5Se ad abusare di voi o a molestarvi è vostro padre, zio, fratello, parente, rivolgetevi ad una insegnante, un centro antiviolenza, comunque a persone adulte al di fuori dai contesti familiari. Potrete rivolgervi ad altri membri della famiglia solo se li riterrete davvero preoccupati per il vostro benessere più che della stabilità e della reputazione della famiglia.

6 La violenza maschile si trova innanzitutto nella famiglia. Non si tratta soltanto di abusi sessuali ma anche di mille altre forme di violenze di tipo fisico o psicologico. Avete il diritto di ribellarvi e denunciare qualunque sopruso, violenza e prevaricazione da voi subita.

7 Non lasciate che altri dettino norme sulla vostra vita: non ci sono mai modi di vestire, comportarsi, camminare, per evitare un abuso. Non dipende da voi. Semplicemente accade che voi rappresentiate l’oggetto del desiderio per qualcuno e questo qualcuno più spesso è tra le mura della vostra casa, tra le vostre amicizie, a scuola, tra i conoscenti o comunque in ambienti che frequentate quotidianamente e che erroneamente percepite come luoghi più “sicuri” di altri che non conoscete.

8 La violenza si annida tra persone di tutte le culture, le nazionalità e le religioni. Non c’è mai una distinzione. Non dipende dal colore della pelle. Non dipende dalla lingua parlata. La violenza maschile si trova più spesso in famiglia, tra le persone che conoscete e si serve di omertà e complicità per continuare ad esistere.

9 Troverete certamente difficoltà nel denunciare ed essere credute quando direte di essere state abusate da ragazzi o uomini italiani. In special modo quando parlerete di persone della vostra famiglia comunemente giudicate “rispettabili” o parlerete di altri uomini che ricoprono ruoli sociali di prestigio. La violenza maschile è più protetta e tollerata in famiglia e tra soggetti di estrazione sociale ricca, benestante, o più comunemente italiana. Tuttavia dovrete comunque rompere il muro del silenzio e fidarvi di una o più persone che porteranno avanti, assieme a voi, questa battaglia in vostra difesa.

10 Costruite una serie di relazioni sociali tra coetanee. Realizzate patti di amicizia e solidarietà. Parlate tra voi degli abusi subiti. Costruite una rete attiva che possa diventare il vostro rifugio nel caso in cui ne avrete bisogno. Incontratevi, parlate, confidatevi, non custodite segreti e rompete il silenzio almeno tra voi esponendo tutto ciò che non vi sembra normale perché normale non è. Realizzate sorellanze perché la sorellanza è quella che vi salverà la vita quando ne avrete bisogno.

 

 

L’ultimo suggerimento è per mamme, padri e insegnanti che sono disposti ad andare oltre le apparenze e a tutelare le vittime di abusi a prescindere da chi sia il carnefice. Fosse anche vostro marito, figlio, fratello, amico, collega, datore di lavoro, voi avete una responsabilità che è e deve essere collettiva. Perché la solidarietà è anche un esercizio di diffusione capillare di una differente mentalità che si scontra contro ogni forma di omertà e complicità.

Bisogna che organizziate dei gruppi territoriali, dei punti di riferimento presso ogni condominio, quartiere, scuola, per raccogliere denunce e per diventare punti di riferimento di ragazze come Sarah Scazzi che altrimenti non sanno a chi rivolgersi.

Fatelo nelle città, nei paesi, nei borghi di campagna. Non lasciate che le vittime siano da sole. Non pretendete che le vittime mostrino coraggio se il loro coraggio si scontra con un totale vuoto tutto attorno. Non pretendete coraggio se nessuno di voi ha il coraggio di assumersi una responsabilità per offrire supporto e riparo oggi a vostra figlia e domani alle figlie del mondo intero. Ché non dobbiate chiedervi mai perché vostra figlia non vi ha parlato di quello che ha subito. Chè non dobbiate chiedervi mai perché le ragazze non denunciano.

E’ nostra/vostra responsabilità creare le condizioni e un terreno utile in cui ragazze come Sarah potranno trovare vie più semplici per scegliere di denunciare e salvarsi la vita.

Bisogna salvare la vita alle ragazze, a donne e bambini, a prescindere dai rapporti di convenienza, dal cortese scambio di indifferenza tra conoscenti, alla complicità ben ripagata tra colleghi, a rapporti di “amicizia” che non volete mettere in discussione.

Mettete dinanzi a tutto, per ordine di importanza la vita delle ragazze in difficoltà.

Se siete insegnanti e sapete di un collega molesto è vostro dovere avere il coraggio di esporvi e farvi un “nemico”. La vostra vigliaccheria costerà cento vite in più e fare finta di non vederle non cambierà il risultato della questione.

Se siete genitori, avete il dovere di sostenere vostra figlia qualora vi rendete conto che ha subito abusi da un padre, fratello, nonno, zio, parente. La stabilità familiare non conta più della vita di vostra figlia. La reputazione della famiglia non conta più di vostra figlia. E nel dubbio dovete sempre credere a lei perché è essenziale prima di tutto che lei sappia di essere stata creduta.

Avete/abbiamo il dovere di regalare alle figlie, alle ragazze, alle donne in difficoltà, la fine del silenzio collettivo.

Perché prima che di abusi le ragazze muoiono di solitudine e non dite che la solitudine non sia un problema del quale non potete assumervi la responsabilità.

Se avete suggerimenti, contributi, pareri che possono essere utili scrivete tra i commenti e arricchite questo post.

NB: ovvio che questi suggerimenti valgono anche se le molestie avvengono dentro reti amicali, luoghi di frequentazione extrafamiliare e scolastica. All’interno di questi posti dovrebbe esserci sempre un punto di riferimento a fare la differenza e a definire il fatto fondamentale che l’aiuto parte dalla lotta contro la rimozione e l’indifferenza collettivi. Le molestie possono avvenire ovunque. I violenti stanno ovunque. Chi subisce violenza dovrà poter contare su esempi di solidarietà, mutuo aiuto, collettivi. Altrimenti rivolgersi a soggetti esterni e adulti fidati.

Risorse:

Centri antiviolenza italiani

Numero di pubblica utilità 1522

Telefono azzurro

Fonte: Femminismo a Sud