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mercoledì 17 ottobre 2012

L'eroe qualunque, il ragazzo africano che si è ribellato ai "caporali" del Sud

IL PERSONAGGIO

Yvan Sagnet arriva dal Camerun anche grazie alla passione per il calcio. Ma scopre il lato peggiore dell'Italia. La sua storia è diventata un libro che racconta la rivolta contro lo sfruttamento dei migranti nelle campagne pugliesi
di ROBERTO SAVIANO

QUESTA è una storia d'amore nata per caso tra un bambino e un Paese, la racconta Yvan Sagnet nel suo libro Ama il tuo sogno (Fandango). Il bambino è Yvan che nel 1990 aveva 5 anni e il Paese è l'Italia. È una storia d'amore che parte dal calcio. Yvan è nato Douala, in Camerun, nel 1985 e nel 1990, come molti bambini camerunensi, visse la cavalcata trionfale dei Leoni d'Africa nel mondiale, dalla prima partita con l'Argentina di Maradona fino ai quarti di finale contro l'Inghilterra. Napoli, domenica primo luglio. Ancora oggi chi c'era ricorda i tifosi del Camerun, coloratissimi, sportivi e con l'espressione di chi non poteva credere a ciò che stava accadendo.

Essere arrivati fino a lì aveva del miracoloso: il Camerun era la prima squadra africana a raggiungere i quarti di finale in Coppa del Mondo. E Napoli, dove si svolse la partita, tifò con loro sperando nel miracolo. La partita fu incredibile, con il Camerun in vantaggio per 2-1 fino a otto minuti dal termine dei tempi regolamentari. Poi il primo rigore all'Inghilterra, i supplementari, il secondo rigore e la sconfitta. A Yvan quella partita ha cambiato la vita. Il ricordo del rientro in patria della nazionale, che pur non avendo vinto il mondiale aveva ottenuto il rispetto di tutto il mondo, per Yvan significava una sola cosa: un nuovo sguardo sul suo paese, maggiore attenzione su un Camerun in crisi economica e politica. E questo nuovo sguardo era stato possibile proprio grazie al mondiale e al paese che lo aveva ospitato: l'Italia. A scuola il
programma di economia dei licei camerunensi prevedeva lo studio del sistema economico francese, ma lui decise per conto suo di specializzarsi sull'economia italiana.

Dal calcio all'economia. Yvan impara l'italiano e con un permesso di studio si iscrive all'università di Torino perché vuole diventare ingegnere. Finalmente può conoscere dal vivo il calcio italiano che ha amato da bambino. Tifa Juventus ma la prima partita dal vivo della sua vita la vede di spalle, come steward, allo stadio. Sono i primi di luglio del 2011 e i soldi della borsa di studio non bastano. Alcuni amici di Torino gli dicono che al Sud si può andare a lavorare per la raccolta del pomodoro perché serve manodopera. Così Yvan decide di trasferirsi nelle campagne salentine, a Nardò, dove sa di una masseria che accoglie i braccianti che fanno la stagione, togliendoli dalla strada, dove spesso dormono accampati sotto gli alberi, dentro case di cartone, senza acqua né corrente elettrica. Eppure anche alla Masseria Boncuri, nonostante l'impegno di tante associazioni di volontariato, la longa manus dei caporali detta le sue leggi.

Appena arrivati, i caporali requisiscono i documenti ai braccianti e li usano per procurarsi altra mano d'opera, altri immigrati, ma clandestini. Il rischio che i documenti vadano persi è altissimo e quando accade i braccianti diventano schiavi. Le condizioni di lavoro sono agghiaccianti: diciotto ore consecutive, di cui molte sotto il sole cocente. Chi sviene non è assistito e se vuole raggiungere l'ospedale deve pagare il trasporto ai caporali. Il guadagno è di appena 3,5 euro a cassone, un cassone è da tre quintali e per riempirlo ci vuole molto tempo, ore. Si lavora con questi ritmi anche durante il Ramadan, quando molti lavoratori di religione islamica non bevono e non mangiano. In Italia la disoccupazione è una piaga che sembra insanabile. Eppure questi ragazzi trovano lavoro, trovano un lavoro a condizioni inaccettabili per quasi la totalità dei disoccupati italiani. Si crede che i ragazzi africani siano abituati a una vita di disumanità, sporcizia, alloggi immondi e quindi questa attitudine alla suburra la sopportino in Italia perché medesima nel loro paese.

Nulla di più falso. Yvan scrive: "Mentre nel mio paese la dignità è sacra, a tutti livelli della scala sociale, il sistema dei campi di lavoro (in Italia, ndr) è appositamente studiato per togliere ai braccianti anche l'ultimo scampolo di umanità". 

Ma accade qualcosa che i caporali non hanno previsto. I braccianti in genere strappano le piantine alla radice per batterle sulle cassette così che i pomodori cadono tutti. Ma quel giorno il caporale impone un altro metodo. Servono pomodori da vendere ai supermercati per le insalate, quindi devono essere presi e selezionati uno a uno. Si tratta di riempire gli stessi cassoni di sempre, ma selezionare i pomodori significa raddoppiare la fatica. Il caporale impone tutto questo lavoro allo stesso prezzo: Yvan e gli altri braccianti non trovano alternative, si sollevano. È l'inizio della rivolta e Masseria Boncuri ne diventerà il simbolo con l'enorme striscione "Ingaggiami contro il lavoro nero". Ma lo sciopero non è facile da gestire soprattutto perché è quasi impossibile comunicare tra i diversi gruppi etnici. Gli unici a esprimersi facilmente in italiano sono i tunisini; per altri (bukinabé, togolesi, ivoriani, ghanesi, nigeriani, etiopi, somali) è necessario parlare in inglese e francese; altri capiscono solo la lingua araba. Eppure, nonostante le diversità, lo sciopero continua: tante culture e tante visioni della lotta hanno finito per essere non la debolezza ma la forza della protesta, che a un anno e mezzo da quella di Rosarno, è più organizzata e riesce a guadagnare un'eco nazionale. Gli italiani sembrano prendere finalmente coscienza delle condizioni difficili di chi lavora nei campi e le istituzioni sono costrette ad ammettere che il problema caporalato esiste.

La magistratura trova la forza per continuare le indagini già in corso, spesso protette da omertà e scarsa collaborazione, e a maggio 2012 i carabinieri del Ros arrestano 16 persone  -  presunti caporali e imprenditori agricoli  -  nell'ambito dell'operazione "Sabr" che ha colpito un'organizzazione criminale attiva tra Rosarno, Nardò e altre città della Puglia. Ma la reazione alla rivolta, allo sciopero, al clamore mediatico, all'inchiesta della magistratura e agli arresti, non si fa attendere. Alessandro Leogrande (autore peraltro di un importante reportage Uomini e caporali sui desaparecidos polacchi nel triangolo del pomodoro vicino Foggia) nell'intervista finale che accompagna il libro di Yvan Sagnet, svela che c'è un piano per uccidere Yvan e lo hanno ordito alcuni caporali tunisini che ancora operano a Nardò. La vita del primo leader nero italiano è, oggi, seriamente in pericolo. Quello che sento di poter fare con queste righe è non lasciarlo solo. Senza il suo impegno, senza questo ragazzo africano e gli altri che hanno lottato con lui, non esisterebbe la legge contro il caporalato, eppure i caporali esistono al Sud da più di un secolo. La speranza del mezzogiorno italiano sta proprio in questa parte d'Africa che arrivata al Sud, trasforma il Sud e rimette in gioco interi territori, migliorandoli. Rischia la vita per una democrazia diversa, battaglia che molti italiani hanno rinunciato a combattere.
 (17 ottobre 2012)

martedì 2 ottobre 2012

Le studentesse prostitute per necessità

05/06/2012 - E' allarme a Cagliari. Sempre più ragazze e signore si vendono per effetto della crisi. E la criminalità, stavolta, non c'entra

Le studentesse prostitute per necessità

Ne parla Matteo Vercelli su L’Unione Sarda. A Cagliari è scattato l’allarme prostituzione: sempre più donne e studentesse fuori sede, infatti, si vendono a causa della crisi economica. Dietro di loro non c’è nessuna organizzazione criminale, ma solo la paura di finire per vivere nella povertà. E nella disperazione.

LUCCIOLE IN CENTRO – Le lucciole sono comparse anche nei pressi di un liceo:
«Ho un figlio disoccupato e un marito disabile. Gli assistenti sociali mi hanno chiuso la porta in faccia. Per guadagnare i soldi necessari per sfamare la mia famiglia sono costretta a prostituirmi ». Arrivando così a farlo davanti a uffici regionali e al liceo Siotto, tra l’imbarazzo e il disappunto dei genitori degli studenti. La scelta del marciapiede è fatta per povertà e necessità. Il dramma, raccontato da una donna cagliaritana alle operatrici delle unità di strada, ha per teatro il triangolo tra viale Trento, piazza Sorcinelli e viale Trieste. «Negli ultimi mesi», spiegano le volontarie, «le prostitute sarde sono aumentate. Abbiamo notato dieci, quindici presenze nuove. Quasi tutte storie di povertà». Nessuna organizzazione criminale. Niente protettore o “maman”.
LE PROTESTE – L’attività delle nuove lucciole in aree molto frequentate ha generato il disappunto dei commercianti e dei residenti. Continua Vercelli su L’Unione Sarda:
Dietro i nuovi casi di prostituzione “nostrana” c’è la disperazione. Porta le donne, non più giovani, in strada a due passi dagli studenti. Perché la prostituzione non ha orario. E il marciapiede si popola anche a fine mattina. Capita così che i genitori vadano a prendere la figlia all’uscita del liceo Siotto di viale Trento sentendosi in imbarazzo. Protestano anche residenti, commercianti e dipendenti degli uffici pubblici. Loro, sole e senza reddito, oppure con un figlio a carico, ne farebbero a meno. Alcune sono costrette a convivere con la disoccupazione degli uomini di casa, marito e figli. Oppure hanno il compagno disabile. I sussidi a volte non bastano per arrivare a metà mese. E riuscire a mettere in piedi un pranzo e una cena diventa una tortura. «Chiedono aiuto», spiegano le operatrici di strada, «ai servizi sociali del Comune. Si sentono rispondere che le situazioni come la loro sono troppe. Impossibile dare una mano a tutte».

LE STUDENTESSE – Le operatrici di strada raccontano che sempre più studentesse fuori sede si vendono, in casa, per rendere meno gravosi i costi elevati della vita universitaria lontano da casa:
Una scelta triste e dolorosa. Arrivano dai loro quartieri, quelli popolari. Si prostituiscono durante il giorno. Mettere da parte qualche soldino non è facile. E comunque la notte sono a casa. Con le famiglie o nella loro solitudine. «Sono esperienze tristi, di forte disagio sociale. Raccogliamo il loro sfogo e se possibile interveniamo. Ma serve ben altro», commentano le operatrici delle unità di strada. Chiedono l’anonimato perché le interlocutrici non gradiscono che le loro storie vengano raccontate sui giornali. «Hanno una grande dignità », ricordano. Accanto alla prostituzione per povertà e necessità, sembra essere in aumento anche quella delle studentesse universitarie fuori sede. «Mantenersi in città non è facile», spiegano le operatrici volontarie. «Così queste giovani scelgono di ricevere i clienti a casa. Prestazioni sessuali a pagamento non molto frequenti ma dettate anche in questo caso dalla necessità». Fenomeno difficilmente quantificabile. «Sono parecchie. Ultimamente le cronache che raccontano di escort e festini in ville fanno apparire queste cose più normali. In molte si fanno trascinare. Per poi pentirsene per tutta la vita».

lunedì 1 ottobre 2012

Eur, ai piedi dei palazzi del potere le strade hard delle prostituzione

IL CASO

Minorenni, scambisti, trans. Vicino a Confindustria e a San Pietro e Paolo decine di lucciole sfidano e vanificano l'ordinanza del sindaco Alemanno

di LAURA SERLONI
Eur a luci rosse. Un quartiere invaso dalle lucciole. Ogni zona, un diverso tipo di prostituzione. In barba all'ordinanza Alemanno, quello che viene definito il mestiere più antico del mondo continua a proliferare nella periferia sud di Roma. Se fino a qualche tempo fa la Salaria deteneva il primato, adesso sembra che lo scettro sia stato ceduto alla zona dell'Eur. E ai piedi dei palazzi del potere si consumano, a qualsiasi ora del giorno e della notte, rapporti fugaci.

I trans gravitano intorno al Fungo, a due passi dal Palalottomatica. È noto in tutta la città che hanno qui il loro quartier generale. C'è un vero e proprio via vai di macchine già dal primo pomeriggio. Si appoggiano alle panchine delle aree verdi che costeggiano le prestigiose ville del quartiere o passeggiano lungo via Iran, via Nepal, via Libano che sono diventate le strade del sesso. Buie. I lampioni sono spenti e a pochi metri ci sono case da milioni di euro.

Ad ascoltare i racconti dei trans ci sono personaggi noti dai politici agli attori fino ai manager che arrivano al Fungo. Si appartano in macchina o nei giardinetti che si affacciano sulla Colombo, consolare dove ogni giorno passano migliaia di macchine.

Basta spostarsi di poche centinaia di metri per trovare le romene in via dell'Oceano Pacifico e viale Egeo: stazionano sull'intera estensione del marciapiede fino a viale del Ciclismo e viale dei Primati Sportivi. Giovani, alcune sembrano persino minorenni. Strizzate in corpetti, inguainate in fuseaux di pelle e avvolte da micro shorts occhieggiano ai passanti e si tuffano in mezzo alla carreggiata appena avvistano dei fari: "Vieni bello, trenta tutto". In sei, giovedì notte, si sono divise il "mercato" lungo viale Europa proprio sotto le finestre della vicesindaco, Sveva Belviso.

Viale della Tecnica è territorio delle italiane ormai attempate. Aspettano i clienti nel grande posteggio, poi si appartano negli angoli più bui ma arrivano anche a rintanarsi nei portoni dei palazzi. A volerle contare, mercoledì notte, erano quasi una quindicina, in attesa dei clienti davanti ai prestigiosi palazzi di viale Tupini e alla basilica di San Pietro e Paolo. Non c'è via o chiesa che si salvi dalle professioniste del sesso a pagamento. A poco o nulla è servito il taglio dei rami degli alberi sulla scalinata che porta alla Basilica, dove le prostitute consumano rapporti con i clienti. Passa più luce, ma lì ci vanno lo stesso.

In pieno giorno ancheggiano in piazza Gandhi, vicino alla sede di Confindustria tra uomini in ventiquattr'ore e manager vestiti di blu. Un altro tipo di mercato a luci rosse in via di Val Fiorita davanti al parco del Turismo e a pochi metri dalla sede dell'Eur spa, controllata dal ministero dell'Economia: a vendere il proprio corpo in questa zona sono i maschi.

Area che vai, prostituzione che trovi. Nel parcheggio tra via dell'Architettura e via della Scultura e dietro l'archivio di Stato, ecco gli scambisti. Dopo la mezzanotte c'è un girotondo di macchine. Si alzano i fari, si lampeggia due volte. Un linguaggio cifrato ma tra il popolo del sesso "alternativo" è tutto molto chiaro. La macchina, allora, lascia il posteggio e segue l'altra coppia. Insomma l'Eur è ormai zona di prostituzione. Di giorno le "lucciole" sono un po' meno luminose, ma comunque sempre presenti. Così il quartiere è diventano terreno fertile per i guardoni che si annidano in ogni angolo.

Molte le proteste. Un anno fa ci fu una fiaccolata per dire basta al degrado. I consiglieri del Municipio XII, Matilde Spadaro e Vincenzo Vecchio, avevano anche depositato una mozione al parlamentino di via Silone per chiedere la zona a traffico limitato contro le lucciole. Insomma divieti di sosta, occhi elettronici per interdire l'accesso alle auto in modo da bloccare il via vai dei clienti. Una stretta per restituire vivibilità alle strade del quartiere che di notte si trasformano nel "boulevard dell'amore" con numerosi disagi per i residenti e problemi di sicurezza. 
 
(14 luglio 2012)

Nove milioni di italiani vanno a prostitute

Tommaso Canetta

Sono lo stesso numero degli abitanti della Svezia. I recenti casi violenza e sfruttamento riaprono il dibattito sul mercato del sesso a pagamento. Che viene regolamentato in Germania, Olanda e in parte anche in Spagna. E proibito a Stoccolma. L'Italia sceglie l’ipocrita via di mezzo: chiudere un occhio.





Donne obbligate a prostituirsi, schiave contro la propria volontà, oggetti di proprietà da vendere o mettere in palio. Ragazze minorenni gettate nel mondo del sesso a pagamento e costrette ad abortire quando capita “l’incidente”. Due casi di cronaca riportano l’attenzione sul tema della violenza nel mondo della prostituzione.

A Roma sono stati arrestati dai carabinieri otto rumeni, tre donne e cinque uomini, accusati di aver creato un’associazione criminale per la tratta degli esseri umani e lo sfruttamento della prostituzione. La banda convinceva giovani connazionali a venire in Italia con la promessa di un lavoro, salvo poi privarle dei documenti e obbligarle a prostituirsi. Alcune donne sono state marchiate a fuoco, come il bestiame, con le iniziali del “proprietario”. Venivano anche usate come “posta” nel gioco d’azzardo. A Licata, in provincia di Agrigento, i militari dell’Arma hanno chiuso un night club dove, questa è l’accusa, veniva gestito un giro di prostitute rumene, anche minorenni. Una di loro sarebbe stata costretta ad abortire.

Il mercato del sesso in Italia si trova in un limbo tra legalità e proibizione. La legge non punisce penalmente la prostituzione, ma condanna il favoreggiamento, l’induzione, lo sfruttamento, la prostituzione minorile. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Delle 50-70 mila prostitute presenti in Italia (dati del 2010 forniti dalla commissione affari sociali della Camera), il 65% esercita in strada, una percentuale che oscilla tra il 5 e il 10% è vittima dello sfruttamento e le minorenni sarebbero addirittura tra il 10 e il 20% (dati del Gruppo Abele di don Ciotti). Il numero dei reati subiti dalle prostitute, al netto di sfruttamento e violenze da parte dei “papponi”, è impressionante: furti, rapine, pestaggi, stupri, omicidi. Non esiste un dato aggregato, ma anche solo guardando le notizie di cronaca nera – e molti reati non vengono denunciati e quindi scoperti - emerge una situazione preoccupante. Anche da un punto di vista sanitario la mancanza di controlli crea numerosi problemi: su nove milioni di clienti, un’ampia maggioranza chiede di non usare il preservativo (addirittura l’80% secondo i dati del Gruppo Abele). E tra le prostitute, specie a seguito dell’ingresso nel mercato di moltissime stranieri irregolari, aumentano i casi di Hiv, senza contare le malattie sessualmente trasmissibili meno gravi ma più diffuse.

Per far fronte ai problemi di sfruttamento, criminalità, degrado urbano e allarme sanitario, altri Stati europei hanno adottato un modello “regolamentari sta” della prostituzione. Il caso più noto è quello dell’Olanda. Qui la prostituzione non è mai stata penalmente perseguibile, ma dal 2000 è divenuta un’attività perfettamente legalizzata ed è diventato legale anche aprire “case di tolleranza”. Le prostitute devono aver compiuto i 18 anni di età e devono essere residenti regolarmente in Olanda. L’attività viene controllata dalla polizia, dal fisco e dai servizi sanitari. I comuni decidono quali zone adibire all’esercizio della prostituzione e la polizia le presidia per evitare episodi di microcriminalità. Ad esercitare in strada è una esigua minoranza (meno del 5%). Non tutto funziona perfettamente, l’attività per sua natura è difficile da regolamentare, specie ai fini fiscali. Sacche di sfruttamento permangono, ma potendosi concentrare su queste l’attività di polizia è più efficace.

Anche la Spagna, paese di tradizione cattolica come l’Italia, ha regolamentato il mercato del sesso, anche se con qualche ripensamento. Nel 1995 il governo socialista di Felipe Gonzalez Marquez decise la depenalizzazione delle attività collaterali alla prostituzione, creando di fatto una situazione di tolleranza anche per i bordelli. Nel 2003 il governo popolare di Felipe Aznar cancellò la depenalizzazione, ma molte autonomie locali decisero di proseguire il percorso iniziato nel 1995 provvedendo a regolamentare lo svolgimento dell’attività al chiuso. Oggi in Spagna da un lato si cerca di contrastare la prostituzione su strada (una recente legge catalana in materia ha sollevato un aspro dibattito), dall’altro si vanno diffondendo locali a luci rosse, noti come “casas de alterne” o “club”. A Valencia, notizia recente, una scuola per prostitute (l’Academia del placer) ha lanciato lo slogan “Se sei giovane e non trovi lavoro, diventa prostituta”, facendo nascere una polemica. In ogni caso, nei “club” l’uso del preservativo è obbligatorio e sono garantiti controlli di ordine pubblico e di carattere sanitario. Rimangono però dei problemi di evasione fiscale e sporadici fenomeni di “tratta” di esseri umani.

Il paese con il maggior numero di prostitute in Europa, secondo le stime, è la Germania dove sono circa 400mila. Nel 2002 è stato depenalizzato il favoreggiamento, e la prostituzione è stata equiparata a un qualsiasi altro lavoro. Chi si prostituisce può scegliere un inquadramento da lavoratore autonomo o dipendente, deve pagare le imposte sul reddito e l’Iva, e le case di appuntamenti sono imprese registrate. Sono obbligatori i controlli sanitari e l’uso del preservativo. Visto il numero elevato di soggetti coinvolti nel mondo della prostituzione rimangono problemi di attuazione della legge, e i pagamenti in contanti favoriscono l’evasione. Per questo alcune amministrazioni locali chiedono come tassa una somma forfettaria. I comuni hanno inoltre la facoltà di vietare la prostituzione in specifiche aree.

Oltre a questi, altri Stati in Europa (Ungheria, Austria, Grecia, Lettonia, Svizzera e – in parte – l’Inghilterra) hanno adottato diverse forme di regolamentazione. Diametralmente opposto l’approccio alla prostituzione nei paesi scandinavi, noto anche come modello “neo-proibizionista”. Nato in Svezia nel 1999, e successivamente adottato da Islanda prima e Norvegia poi (2009), si fonda sull’idea che la prostituzione è sempre una violenza dell’uomo sulla donna, anche quando questa afferma di essere consenziente. La conseguenza è la criminalizzazione del cliente e non della prostituta (come invece accade in molti Stati dell’est Europa), anche attraverso un forte stigma sociale: chi viene sorpreso a ricercare sesso a pagamento viene pedinato e fotografato, gli viene spedita una lettera a casa e al processo viene fatto sedere al fianco degli eventuali sfruttatori, per fargli capire da che parte ha deciso di stare. Questa politica repressiva sembra funzionare, anche perché gode dell’appoggio di quasi l’80% dei cittadini (che a proposito si sono espressi in ben 5 referendum): il fenomeno della prostituzione è praticamente scomparso, spostandosi negli Stati vicini.

Quale che sia il modello che si decide di scegliere, regolamentarista o neo-proibizionista, di sicuro va accantonato quello attualmente in vigore in Italia (chiamato “abolizionista”). Il prezzo che viene pagato alla criminalità, alla violenza, al degrado e alla diffusione delle malattie è molto più alto che non dove si è deciso di operare una scelta netta. Certo, da un lato il modello regolamentarista trova un ostacolo quasi insormontabile nell’opposizione della Chiesa e nella “morale pubblica” italiana. Dall’altro il modello neo-proibizionista si scontra col fatto che i paesi scandinavi hanno una cultura e un tessuto sociale non comparabili all’Italia. Senza contare che il numero di italiani che hanno rapporti sessuali regolari con prostitute (per passare alla “morale privata”) è uguale al numero degli svedesi. Di tutti gli svedesi: 9 milioni.

venerdì 28 settembre 2012

Roma: volete combattere la tratta? Regolarizzate la prostituzione e chiudete i Cie!



 

Da pochi minuti ho letto la notizia di una donna picchiata e bruciata viva a Roma. I giornali la identificano come la “prostituta rumena”, un’espressione che ci ricorda che nella società in cui viviamo noi siamo il nostro lavoro, il nostro titolo, la nostra qualifica ancor prima di esser persone.

Per me Michela, questo è il nome con cui è conosciuta, è prima di tutto una donna che sta rischiando la vita perché qualcuno ha deciso di darle fuoco. Io non conosco la sua storia, non so se era costretta a prostituirsi, se lo faceva per motivi economici o altro, so solo che ciò che le è successo non può essere semplificato come un regolamento di conti tra bande rivali che gestiscono la prostituzione o un’intimidazione. L’atroce violenza che ha subito questa donna ci dice molto altro.

Il segretario del Pd Roma, Marco Miccoli, dichiara che “il grave fatto di sangue avvenuto questa notte alla Borghesiana è l’ennesima dimostrazione di come la prostituzione a Roma sia sempre più un fenomeno dilagante e in crescita” e ci ricorda che un mese fa c’è stata una manifestazione dei cittadini dell’Eur contro “la prostituzione imperante nelle strade del quartiere”.

Quindi, in poche parole, ci si dice che Michela è stata bruciata perché faceva la prostituta: se te ne vai a zonzo per la città di notte, nelle strade buie, poco trafficate, a offrire servizi sessuali a chiunque come puoi non pensare di essere il bersaglio di qualche squilibrato? Se se ne stava a casa a fare la maglia questo mica le succedeva? O no?

E’ come dire che lo stupro accade per l’uso imperante della minigonna, dei jeans stretti, delle maglie scollate e dei tacchi alti. E’ come dire che una donna viene ammazzata da suo marito perché lo voleva lasciare, lo voleva denunciare. Se stai insieme a lui, sopporti le botte, le umiliazioni e le segregazioni nulla ti può accadere di male. O no? E’ come dire che l’essere prostituta giustifica di per sé ogni violenza che subirai.

E se a questo aggiungiamo che Michela è rumena, abbiamo chiuso il cerchio delle discriminazioni (donna-prostitura-rumena). Dato che per Miccoli la colpa è della prostituzione invita a dare un “impulso alla lotta” affinchè ce ne si liberi. Il segretario però non ricorda che questa lotta già c’è, che le ordinanze per il decoro nelle strade esistono, che le campagne di demonizzazione delle prostitute ci invadono, che le campagne per la moralità, quella sì imperante, sono fatte da chiunque, destra-sinistra-centro-lato, e che proprio questi elementi hanno portato le prostitute a spostarsi sempre di più nelle zone periferiche, marginalizzandole e rendendole sempre più esposte a ogni tipo di violenza.

La prostituzione non è mai stata accettata né come lavoro né come scelta. E’ sempre stata vista solo come un ricatto, un sopruso. Non nego che la tratta esista e che sia un cancro da debellare, non nego che Michela potrebbe esserne vittima, ma non capisco come queste ordinanze possano in qualche modo aiutare queste donne ad uscirne, possibilmente vive. Obbligare una prostituta a vestirsi in modo meno provocante, marginalizzarla nei sobborghi più degradati la aiuterebbe a liberarsi dai suoi ricattatori? Davvero lo credete possibile? E se Michela fosse una prostituta autodeterminata e dunque avesse scelto questo mestiere, pensate davvero che meriti queste violenze? Che meriti l’essere privata di qualunque diritto, dato che la prostituzione non è riconosciuta come lavoro?

Sono anni che le/i sex workers chiedono a questo paese di riconoscergli lo stato di lavoratori, di garantirgli quei diritti che li tutelerebbero molto di più delle ordinanze di decoro e cavolate varie. Ma probabilmente, e questo è il mio pensiero, qui non si vuole combattere la tratta, ma salvaguardare la finta moralità di un paese che è cattolico. Quello che i sindaci fanno è spostare le prostitute, come si spostò la munnezza a Napoli, dalle zone centrali a quelle periferiche, da quelle periferiche a quelle maggiormente degradate e così via, senza mai risolvere il problema dello sfruttamento delle vittime della tratta da un lato e della regolamentazione delle prostitute autodeterminate dall’altro.

Inoltre, forse Miccoli non lo sa, ma ci sono anche tante donne che per scappare dai loro paesi lacerati dalla guerra e dalla fame, pagano delle madame per raggiungere il paese più vicino in cui pensano di avere possibilità di riscatto. Ma 50milioni, questo è costo del viaggio, è difficile da racimolare e quindi che succede? Che la madame anticipa e poi, una volta arrivata in un paese come il nostro, senza documenti, né un posto di lavoro, cosa crede che queste donne possano fare per ripagarla? La prostituzione è l’unica possibilità. Aveva mai pensato, signor segretario, che il razzismo, la chiusura delle frontiere, i Cie, le deportazioni se da una parte non impediscono a persone disperate di raggiungere le nostre sponde, pensando di essere in un paese civile che poi si dimostrerà altro, incentivano dall’altro canto l’immigrazione clandestina e lo sfruttamento sessuale?

Lei cosa farebbe, signor segretario, se volesse scappare dalla miseria ma non avesse nè soldi nè conoscenze? A mio avviso la tratta si combatte in tanti modi, permettendo alle immigrate di accedere al permesso di soggiorno, di veder riconosciuti i loro titoli di studio, combattendo il razzismo che porta gli/le immigrat@ a svolgere i lavori che gli/le italian@ non vogliono più fare, con tanta educazione sessuale che insegnerebbe il rispetto dell’altro, con la regolamentazione della prostituzione e il riconoscimento di diritti indispensabili per la tutela dell’individuo, ed ect. Non con securitarismi, ordinanze e cacce alle streghe,che puzzano di fascismo e paternalismo.

P.S. L’ultimo mio pensiero lo lascio a Michela nella speranza che le sue condizioni migliorino e presto possa uscire da quell’ospedale.

Roma. Prostituta data alle fiamme: ‘Aguzzini? Non li conosco’


Fiamme e terrore sono ancora nei suoi occhi e ricorda tutto quello che è successo ma, impaurita, ha detto di non conoscere i suoi aggressori.
 


- Redazione – 14 settembre 2012 - È ancora sotto choc la prostituta romena di 22 anni che l'altro ieri notte è stata picchiata a sangue e bruciata in strada nel quartiere della Borghesiana, a Roma.

Le sue condizioni migliorano lentamente, mentre continuano le indagini dei carabinieri negli ambienti della prostituzione.
Michela, così come è conosciuta la ragazza qui in Italia, ha ricevuto ieri in ospedale anche la visita del ministro per l'Integrazione e la Cooperazione Andrea Riccardi.

La giovane ha avuto un primo breve colloquio con gli investigatori, che quando starà meglio la riascolteranno per avere così un quadro più chiaro e verificare con maggiore attendibilità le sue dichiarazioni.

Michela resta in gravi condizioni e con ustioni su oltre il 50% del corpo, ma è vigile e si dice molto preoccupata che la madre in Romania scopra il lavoro che faceva in Italia. Per i carabinieri a pestare e dare fuoco alla ragazza sono stati «criminali di spessore e pronti a tutto», anche per «l'efferatezza» del gesto.

A temere ritorsioni sono le altre prostitute, che pure ora sono al sicuro, le quali hanno assistito all'aggressione e prestato i primi soccorsi, diventate testimoni-chiave della vicenda.
I militari hanno inoltre acquisito le immagini delle telecamere della zona: le più vicine non si troverebbero comunque sulla strada dove è avvenuta l'aggressione.

La vicenda ha scosso Roma e non solo.

Oggi il ministro per l'Integrazione e la Cooperazione Andrea Riccardi ha fatto visita alla giovane, ricoverata all'ospedale Sant'Eugenio.

«Sono venuto qui per testimoniare la presenza del governo e la mia personale condanna per questo gravissimo attentato alla vita e al corpo di una giovanissima ragazza straniera – ha spiegato Riccardi -. Dobbiamo dire basta a episodi come questo, che avvengono a Roma come in altre parti del Paese».

«Uomini senza scrupoli hanno giocato con il suo corpo e poi l'hanno bruciato come fosse non una persona ma una cosa.
È poco più di una bambina – ha detto il ministro uscendo dall'ospedale -, ha gli occhi grandi e gli atteggiamenti di una bimba».

Riccardi si è fermato a parlare con i medici a lungo, in particolare con il primario del Centro grandi ustionati dove è ricoverata la giovane.

Roma, sfruttamento della prostituzione: in manette 11 cittadini romeni


Pubblicato il 15 mag 2012 da Daniele Particelli
carabinieri_automobile



Undici cittadini romeni, otto uomini e tre donne, sono stati arrestati dai carabinieri di Tivoli con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata allo sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione, riduzione in schiavitù e tratta di giovani donne romene reclutate nei territori d’origine e avviate alla prostituzione sulle strade della Capitale.

La modalità di adescamento, confermano le autorità, era sempre la stessa: la banda attirava in Italia giovani connazionali con la promessa di un lavoro stabile e non appena la giovani arrivavano nel nostro Paese venivano loro confiscati i documenti. Era l’inizio dell’incubo.

Le giovani venivano private della loro libertà personale, ridotte in schiavitù e sottoposte a qualunque tipo di violenze, costrette a prostituirsi e a consegnare i guadagni ai loro aguzzini. Non solo: venivano scambiate e “rivendute” tra le varie organizzazioni, addirittura messe in palio come premi nei giochi d’azzardo. E, in almeno un caso, le violenze sono sfociate in una marchiatura a fuoco: una di loro, circa tre anni fa, è stata marchiata con le iniziali del suo aguzzino.

Foto | ©TMNews


mercoledì 19 settembre 2012

Schiave sessuali nella terra della libertà

INCHIESTA Più di 100 mila ragazzine rapite ogni anno nell'Europa dell'Est e in Messico vivono segregate in quartieri insospettabili di Los Angeles, Atlanta, Chicago. Così l'America scopre che il traffico di esseri umani ha messo radici nelle sue metropolidi Peter Landesman.

La casa al 1212 di West Front street, a Plainfield, New Jersey, è un classico degli anni Cinquanta, con il tetto in ardesia, le finiture bianche e lo stile vagamente vittoriano. Il quartiere pieno di alberi è simile a mille altri quartieri abitati dalla middle-class. Le bandiere a stelle e strisce del Columbus Day sventolano dalle finestre e fuori dai portici. L'edificio si trova fra due negozi di alimentari e una cartoleria. Sulla porta del Superior Foods è appeso un cartello della polizia di Plainfield: "I quartieri sicuri salvano vite". Il padrone del negozio, che vuole rimanere anonimo, racconta di non aver mai notato nulla di strano in quella casa. E di non aver mai sentito nulla. Dave Mirandi, il ragazzo che sta al bancone del West Side Convenience, sostiene invece di aver visto le ragazze, più o meno una volta alla settimana. Compravano bibite e caramelle e poi tornavano subito a casa. Erano sempre diverse, e molto giovani. Non hanno mai chiesto aiuto. C'erano macchine che si fermavano davanti alla casa, di giorno e di notte. Decine di uomini andavano e venivano. "Ma nessuno sapeva cosa stava succedendo là dentro", si giustifica Mirandi. E nessuno ha mai chiesto niente. Nel febbraio 2002, dopo una soffiata, gli agenti federali hanno fatto irruzione nella casa, aspettandosi di trovare immigrate clandestine ingaggiate come prostitute. Hanno trovato quattro ragazzine fra i 14 e i 17 anni. Tutte messicane e senza documenti. Ma non erano prostitute. Erano schiave del sesso. "Dopo essere stato nei Marines pensavo di aver visto di tutto", dice Mark J. Kelly, agente speciale dell'Immigration and Customs Enforcement (il braccio investigativo del Dipartimento di Sicurezza), "ma questa è stata un'esperienza allucinante". Kelly e gli altri agenti hanno paragonato quella squallida casa all'equivalente delle navi negriere del XIX secolo, con bagni lerci e senza porte, materassi putridi e bottiglie di plastica pieni di TK liquido: un pesticida che, ingerito, provoca un aborto spontaneo. Le ragazze erano pallidissime, esauste e malnutrite. Una di loro ha raccontato che gli agenti si erano appena persi "la notte giovane", con ragazzine dai 10 ai 13 anni. L'edificio al 1212 di West Front street è una delle decine di case e appartamenti nell'area metropolitana di New York (e Los Angeles, Atlanta e Chicago) dove minorenni e ragazze provenienti da decine di Paesi diversi, vengono vendute e tenute in cattività. La maggior parte di loro - partite dall'Europa dell'Est o dall'America Latina - vengono portate negli Stati Uniti passando dal Messico: i suoi confini spesso anarchici e "porosi" e le reti di trafficanti criminali, lo hanno trasformato infatti nel principale polo di smistamento di schiave sessuali destinate agli Stati Uniti. Le ragazze vengono "affittate" per fare sesso veloce, anche solo 15 minuti, dozzine di volte al giorno. A volte vengono vendute direttamente ad altri trafficanti o organizzazioni criminali. Non guadagnano un soldo, non c'è nulla di lontanamente volontario in quello che fanno, e se cercano di scappare, spesso finiscono per essere uccise. Non era esattamente quello che aveva in mente il presidente Bush quando, davanti all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il 23 settembre, ha accennato al traffico sessuale definendolo un "male terrificante, una vergogna di brutalità e paura che vale milioni di dollari", un flagello globale alla pari dell'Aids. Influenzata da una coalizione di organizzazioni religiose, dal nucleo evangelico dei suoi elettori e dalla convinzione dei suoi stessi membri, l'amministrazione Bush ha affermato che ogni governo dovrebbe partecipare alla lotta contro il commercio globale di schiavi sessuali. Ma se il Dipartimento di Stato dichiara che ogni anno sono 800.000 le persone costrette a oltrepassare i confini internazionali contro la propria volontà, gli esperti e i funzionari del governo sono convinti che sono molte di più. "Ci sono più persone ridotte in schiavitù oggi di quante non ne siano state portate via dall'Africa nei 350 anni di commercio degli schiavi", sostiene Kevin Bales, presidente di "Free the Slaves", la più grande organizzazione americana contro la schiavitù. E le vittime oggi sono per lo più donne e bambini, precisa, destinati al mercato del sesso. Seguono i percorsi più vari: le ragazze del sud-est asiatico alimentano i sex club giapponesi; le ucraine finiscono in Israele; le donne del blocco orientale foraggiano i locali ungheresi, francesi e inglesi. Negli Stati Uniti in base al Protect Act divenuto legge quest'anno, commette reato chiunque entri negli Stati Uniti, o chiunque si rechi all'estero, allo scopo di fare del turismo sessuale che coinvolga dei bambini. Le pene sono decisamente severe: fino a 30 anni per ciascun reato. Peccato che questa legge riguardi soprattutto quello che accade fuori dai confini Usa, mentre quasi in sordina gli Stati Uniti sono diventati uno dei principali Paesi importatori di schiavi sessuali. Nel 2001, la Cia ha calcolato un traffico annuale fra 50.000 e 100.000 donne, bambine e ragazzini introdotti illegalmente nel Paese e costretti a prostituirsi. Nel 2002, il Dipartimento di Stato ha ridotto il numero a 20.000. Ma secondo gli esperti la realtà è di gran lunga peggiore. "Dovevamo abbassare la cifra per non fare la figura dei cattivi", spiega Laura Lederer, consulente sui traffici sessuali del Dipartimento di Stato. Secondo lei e i suoi colleghi il dato reale è per lo meno di 100.000 persone all'anno, ma potrebbe arrivare anche a 200.000: cioè il quadruplo del traffico sessuale in Cambogia e paragonabile al flusso della Thailandia, i due Paesi più frequentemente associati allo sfruttamento sessuale. 
 
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domenica 29 gennaio 2012

Apple iPad: prodotti d'avanguardia, fabbriche da terzo mondo

Il New York Times ha pubblicato di recente un articolo sui drammatici costi umani che si nascondono dietro la sfavillante tecnologia degli iPad ed iPhone dell'Apple. Nella FoxConn, che produce computers per la Apple e per altre majors dell'informatica, campeggia un cartello dallo stile vagamente dantesco. Dice: «Lavorate duramente oggi o duramente trovatevi un altro lavoro domani». Il New York Times racconta di un'esplosione verificatasi alla FoxConn nel maggio 2011, nel settore dove si lavoravano i "gusci" in alluminio degli iPad: quattro morti e più di 20 feriti. La causa? Semplice: gli aspiratori per la polvere in alluminio delle lavorazioni dei gusci degli iPad non funzionavano bene, gli operai lavoravano letteralmente coperti dalla polvere di alluminio, e in certe condizioni questa polvere può esplodere. Una lavorazione non particolarmente sofisticata (gusci per computer in alluminio) svolta in condizioni da "terzo mondo", inimmaginabili in Italia.

Apple: prodotti da fantascienza, condizioni di lavoro da "terzo mondo". 

 

Appunti da: Corriere della Sera



Apple, la Cina e i costi umani per iPad e iPhone

Incidenti mortali, suicidi e turni di 24 ore sette giorni su sette nella fabbriche dove vengono prodotti tablet e telefono

Paolo Salom


 


PECHINO - Semplici eppure geniali. Oggetti di cui non si può più fare a meno: iPad, iPod, iPhone, per citare soltanto i più noti, i più apprezzati, i più rincorsi. Oggetti dalle linee pulite entrati nell’immaginario collettivo. Tecnologia cult che contribuisce a modificare il nostro stile di vita. Ma anche, come un moderno, perverso contrappasso, lo stile di vita chi li produce in conto terzi, ovvero milioni di lavoratori cinesi costretti a rispettare turni estenuanti in condizioni che nessuno, in Occidente, potrebbe nemmeno figurarsi, tanto meno accettare. È il New York Times a far cadere un velo che, per la verità, appare davvero sottile, su una realtà al limite dell’incredibile con una lunga e dettagliata inchiesta cui, finora, la Apple, principale committente di prodotti che ne hanno decretato l’inarrivabile successo degli ultimi dieci anni (utili a 13 miliardi di dollari), non ha voluto replicare ufficialmente.

L'INCHIESTA- Questa realtà parla di incidenti, spesso mortali, nelle differenti aziende che lavorano per il gigante americano dell’elettronica stilosa. Con un’attenzione particolare alla Foxconn, se non altro perché è la più grande fabbrica della Repubblica Popolare (un milione e 200 mila tra operai e addetti) che, oltre a quelli della Apple, assembla i prodotti di industrie come Amazon, Dell, Hewlett-Packard, Nintendo, Nokia e Samsung. La Foxconn, entrata nelle cronache per una «epidemia» di suicidi tra i suoi dipendenti, ha il suo centro nevralgico a Chengdu, metropoli di 12 milioni di abitanti nella provincia del Sichuan, ma ha fabbriche ovunque in Cina e, scrive il New York Times, dai suoi capannoni esce il 40% di tutti i prodotti di elettronica venduti nel mondo con svariati marchi.

TURNI MASSACRANTI- Ma i «gioielli» restano ovviamente i colorati oggetti partoriti dal genio del compianto Steve Jobs. Che probabilmente ignorava le condizioni in cui venivano realizzati se è vero che, in passato, aveva lodato la struttura produttiva cinese: «Le loro fabbriche hanno mense, cinema, piscine», aveva detto durante un convegno. Vero, verissimo. Soltanto che il prezzo pagato dai lavoratori è al di là di ogni immaginazione (occidentale). Basta leggere il cartello che mette in guardia gli operai, come una riedizione del dantesco «Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate». Dice: «Lavorate duramente oggi o duramente trovatevi un altro lavoro domani». Poi il New York Times elenca con precisione come lavorano i dipendenti: turni sulle 24 ore, sei giorni su sette, 12 ore per turno, senza potersi mai sedere, punizioni per i ritardatari, costretti a scrivere umilianti lettere di scuse, dormitori affollati all’inverosimile.

LA DIFESA- La Foxconn si difende negando di «maltrattare gli operai» e anzi affermando di «rispettare le leggi della Repubblica Popolare». D’altro canto, la Apple ha varato un codice di condotta aziendale che vieta di servirsi di fornitori che impongano condizioni disumane ai dipendenti. Evidentemente, fa capire il New York Times, non sempre queste condizioni vengono verificate puntualmente. Altrimenti la Foxconn non sarebbe tra i fornitori della Casa di Cupertino. Quando il britannico Mail on Sunday ha pubblicato un'inchiesta sui metodi impiegati in un impianto della Foxconn a Shenzhen (turni infiniti e persino punizioni fisiche, come l’obbligo di fare flessioni in stile caserma), alcuni dirigenti della Apple si sono detti «scioccati: non sapevamo che cosa succedesse davvero in Cina, tutto questo deve essere cambiato».

«APPLE NON SI PREOCCUPA» - Nella realtà, poco può essere modificato seguendo la logica del profitto imposta dall’industria fondata da Jobs. Perché i margini per il fornitore sono esigui e possono aumentare soltanto riducendo i costi di produzione. In Cina questo viene fatto a spese dei lavoratori, costretti a turni inaccettabili, a utilizzare prodotti chimici pericolosi, a subire soprusi per lavorare di più e meglio. «Una volta che la Apple ha scelto un fornitore - spiega al New York Times un anonimo (ex) manager - difficilmente si preoccupa se il codice di condotta è rispettato come garantito prima di firmare il contratto». Essenziale, prima di tutto, è che iPod e iPad siano a regola d’arte. O che gli iPhone piacciano al pubblico. Che nulla sa del sudore e della sofferenza nascosti nei circuiti interni.

Paolo Salom
 

Appunti da:

Corriere della Sera

New York Times


venerdì 27 gennaio 2012

martedì 29 novembre 2011

Gli schiavi del pc low cost




Un secondo per ogni pulsante, 3.250 volte l’ora, con turni di 12 ore, 7 giorni la settimana, a 64 centesimi di dollaro l’ora. Ecco come si lavora a Meitai, in Cina, per rifornire Ibm, Dell e altri clienti occidentali.

L’organizzazione statunitense National labor committee ha diffuso un rapporto sulle condizioni di lavoro nella fabbrica Meitai, a Dongguan, nella Cina meridionale, che produce tastiere e altre apparecchiature per computer, e che ha tra i propri clienti Hewlett-Packard, Dell, Lenovo, Microsoft e Ibm. I circa duemila operai, per i tre quarti donne giovani, sono istruiti dai capi ad «amare la compagnia come fosse la vostra casa», a «tendere sempre alla perfezione» e a controllarsi «attivamente l’un l’altro».

Davanti agli operai scorrono 500 tastiere l’ora e per ognuna di esse ciascun dipendente deve inserire sei-sette pulsanti. Il tempo per ogni pulsante è di 1,1 secondi, e l’operazione deve essere ripetuta, con un ritmo implacabile, 3.250 volte l’ora, 35.750 volte al giorno, 250.250 ogni settimana, oltre un milione di volte al mese. I turni sono di undici/dodici ore al giorno, sette giorni la settimana, con solo due giorni di pausa al mese. Gli straordinari sono obbligatori. Chi si prende una domenica di festa straordinaria si vede trattenere due giorni e mezzo di salario. La paga base è di 64 centesimi di dollaro l’ora, che si riducono a 41 centesimi una volta dedotte le spese di vitto in fabbrica.
Gli operai non possono parlare, ascoltare musica, neppure alzare la testa per guardarsi intorno. Devono tagliarsi periodicamente le unghie o vengono multati, non possono andare in bagno sino al momento della pausa, sono perquisiti all’uscita. Devono rimanere in fabbrica quattro giorni la settimana e non possono uscire neppure per una passeggiata. Dormono in letti a castello, in 10-12 per stanza, senza privacy. Per avere acqua calda devono fare diverse rampe di scale, riempiendo piccoli secchi di plastica.

Il National labor committee fa notare che la Cina sovvenziona generosamente i suoi esportatori, mentre il disavanzo commerciale degli Stati Uniti verso la Cina, nel settore dei prodotti di tecnologia avanzata, dovrebbe aver raggiunto, nel 2008, i 74 miliardi di dollari.
In America sono stati persi 1,4 milioni di posti di lavoro nel settore dell’assemblaggio elettronico, dove la paga è tra i 12,72 e i 14, 41 dollari l’ora e non è competitiva con i bassi salari e la repressione dei diritti dei lavoratori in Cina.
Charles Kernaghan, direttore dell’organizzazione autrice del rapporto su Meitai, sottolinea che «un personal computer a 200 dollari e una tastiera a 22,9 possono sembrare un grande affare, ma lo sono a un prezzo terribile».
Da parte loro, le aziende occidentali promettono di indagare sulle accuse contenute nel dossier e di effettuare ispezioni congiunte nella fabbrica di Meitai, per verificare la situazione.

di Beniamino Bonardi

27 febbraio 2009 

Fonte: Left