mercoledì 17 ottobre 2012

Anonymous e la lotta ai pedofili: giustizieri del web o vendicatori di abusi?

MINORI IN RETE

Da sempre gli hacker pubblicano i dati di pedofili, spesso sostituendosi alle autorità che faticano nella lotta ai pervertiti

 





Già perché non ci sono solo le banche, le multinazionali e il Vaticano a finire nel mirino dei vendicatori del web. Anzi, una delle prime operazioni degli hacktivist fu rivolta proprio contro i pervertiti della rete. Con DarkNet nel 2011 vennero oscurati 40 siti pedopornografici e vennero pubblicati i nomi di 1500 persone coinvolte nel traffico di materiale pedo-pornografico. Il sito Lolita City venne abbattuto e i 100 GB di disgustose immagini pedopornografiche vennero distrutte. Un successo enorme, che procurò ad Anonymous appoggio e simpatie da ogni parte della rete. L’attacco, annunciato e iniziato ufficialmente il 14 ottobre - e di fatto mai sospeso fino a oggi - ha visto sfoderare le armi più efficaci a disposizione degli hacker per “ripulire” la rete TOR (il sistema di comunicazione anonima) da questa piaga. 
DOVE FALLISCE L'FBI - I pedofili si muovono e agiscono soprattutto nel deep web (il web nascosto) e nella DarkNet, la rete segreta e illegale che gli hacker conoscono molto bene. Quella contro la pedofilia per gli hacktivist è dunque una missione che non è quasi mai stata accantonata: obiettivo sbattere fuori i criminali dalla rete legale e da quella illegale. Catturare i pedofili in rete infatti è molto difficile e spesso nemmeno gli esperti dell'Fbi ci riescono. Così gli Anonymous si sono autonominati giustizieri della rete e hanno scelto la strada di pubblicare nomi e cognomi su Pastebin, il sito utilizzato per i comunicati dai gruppi. 

#OPPEDOCHAT - Quest'estate Anonymous ha dichiarato di nuovo guerra alla pedofilia con #OpPedoChat con un video in cui veniva spiegato come l'obiettivo fosse «ridurre se non di eliminare questa piaga da Internet” e che “per il bene dei nostri seguaci, per il bene dell’umanità, e per la nostra soddisfazione personale si potrà espellere da Internet e distruggere sistematicamente tutti questi gruppi che continuano a operare. Anonymous riconosce la serietà di questo impegno e non si aspetta che sia completato in un breve periodo di tempo». Risultato, sono stati pubblicati, sul sito di riferimento PasteBin, dati che collegano indirizzi IP degli utenti dei forum pedofili incriminati con i loro indirizzi e-mail.

OPERAZIONE CAROLE - Anche le autorità ovviamente non rimangono con le mani in mano. Ma non sempre i governi dispongono di denaro a sufficienza per addestrare personale e aggiornarsi sugli ultimi sistemi di intercettazione in rete. Nonostante le difficoltà, sempre quest'estate la maxioperazione di polizia postale Carole condotta in 141 paesi ha portato all'arresto solo in Austria di 272 pedofili. Si tratta dalla più importante azione di polizia contro la pedofilia informatica mai condotta in Austria e nel mondo, è vero. In Italia sono state condotte 18 perquisizioni in varie città italiane. Le persone denunciate risultano 20, tre delle quali in stato di arresto in quanto in possesso di un ingente quantitativo di materiale pedopornografico. I soggetti dei video e delle immagini sequestrati riguardano per la maggior parte ragazzi in età adolescenziale e bambini piccolissimi, anche sotto i 5 anni, intenti a compiere atti sessuali espliciti con coetanei ed adulti. Le immagini sono per lo più prodotte in paesi dell’Est e del continente asiatico. Ma si tratta di gocce nel mare. Secondo i dati di telefono azzurro, sono 71.806 i siti segnalati nel 2011 in 37 paesi, con 9.433 segnalazioni in più rispetto all’anno precedente- E non solo. Il 40% dei bambini vittime ha meno di 5 anni Il 5% dei pedofili su internet è italiano. 

ANCHE SU TWITTER - E così in tanti decidono di farsi giustizia da sé. Pochi giorni fa anche utenti della rete meno esperti degli hacker hanno deciso di farsi giustizia da soli e hanno iniziato a denunciare su Twitter la presenza di pedofili, a partire dalla Gran Bretagna fino ad arrivare all'Italia. La causa a difesa dei bambini suscita, naturalmente, istintiva simpatia, anche se i metodi di denuncia sommari rischiano di mettere alla gogna anche persone innocenti. Resta da vedere infatti che cosa succederà dopo la denuncia dello stalker di Amanda T. e se le informazioni in possesso degli hactivist si riveleranno veritiere e utili per le indagini o meno.

Mezzo milione di euro a 67 medici: così azienda favoriva i propri farmaci

IL CASO

Indagine dei Nas contro decine di dottori, sia di strutture pubbliche che private, che ricevevano denaro, regali o a cui venivano pagati viaggi per far crescere le vendite di alcune classi di medicinale


E' un'operazione 'medici puliti': 67 dottori in 15 diverse regioni sono indagati per aver ricevuto da una azienda farmaceutica somme di denaro, viaggi all'estero e oggetti di valore con l'obiettivo di incrementare le vendite di alcune tipologie di farmaci.

I carabinieri del Nas stanno eseguendo 77 perquisizioni a carico degli indagati. L'indagine, condotta dal Nas di Bologna e coordinata dalle Procure della Repubblica di Rimini e Busto Arsizio (VA), ha scoperto l'esistenza di una collaudata rete di informatori scientifici di una nota casa farmaceutica che dava o comunque prometteva oggetti di valore a medici sia di strutture ospedaliere pubbliche che private, per un valore di oltre mezzo milione di euro.

Amanda T., Anonymous si fa giustizia: in Rete l'identità del presunto stalker

IL CASO

La ragazza si era suicidata dopo un lungo periodo di vessazione su internet. Secondo il collettivo il responsabile è un uomo di 32 anni di Vancouver, utente di siti pedopornografici. Gli hacker hanno pubblicato generalità e indirizzo dell'individuo, coinvolto in un altro caso di molestie sessuali

Il gruppo hacktivista Anonymous ha scoperto la presunta identità e ha diffuso le generalità dell'internauta responsabile della persecuzione di Amanda T. 1, la ragazza canadese 15enne che si è suicidata dopo tre anni di angherie e cyber-bullismo. Anonymous ha iniziato la caccia all'uomo dopo l'arrivo in Rete di immagini dell'autopsia della ragazza, in cui il corpo appariva nudo.

La ragazzina aveva diffuso un mese fa su Youtube un video nel quale raccontava i ricatti e le sofferenze subite da parte di questo anonimo stalker che l'aveva convinta, quando era dodicenne, a farsi riprendere a seno scoperto e poi aveva diffuso ripetutamente negli anni quelle immagini, tanto da umiliarla fino al suicidio, la scorsa settimana. L'uomo indicato da Anonymous, secondo le ricostruzioni, è lo stesso che lo scorso lunedì è comparso in un tribunale per rispondere dell'accusa di molestia sessuale in un caso non legato a quello di Amanda.

Secondo gli hacker si tratta di un uomo di 32 anni, residente a Vancouver, assiduo frequentatore di siti pedopornografici. Gli hacker nel loro messaggio video in rete forniscono il nome e cognome e anche l'indirizzo esatto del presunto stalker, tanto che la polizia canadese nutre timori per la sua sicurezza. Le generalità dell'uomo sono state pubblicate su Pastebin, e il presunto stalker viene descritto come "il pedofilo che ha estorto immagini private" ad Amanda.

Poco dopo sul web sono apparse immagini prese da Google Street View dell'indirizzo dell'uomo, screenshot del suo profilo Facebook, chat prese da un sito in cui, con un account presumibilmente a lui collegato, l'uomo adescava ragazze. 

Scrivono gli hacker in una lettera all'emittente canadese CTV: "Generalmente non amiamo avere a che fare con la polizia direttamente ma in questo caso ci siamo sentiti nell'obbligo di utilizzare le nostre capacità per proteggere i minori. Questa è una storia a cui non siamo indifferenti."
(16 ottobre 2012)

L'addio al mondo di Amanda T. 15 anni, vittima del cyber-bullismo

IL CASO

La ragazza si sarebbe uccisa in seguito a ripetuti episodi di violenza, tra cui la diffusione di immagini private online, insulti sui social network, inviti a farla finita, percosse. Due tentativi precedenti, e un video in cui la giovane racconta il suo tormento attraverso messaggi scritti. Che ora restano come potente atto di denuncia di TIZIANO TONIUTTI

AVEVA quindici anni Amanda T. Una ragazzina canadese come tante, visetto carino, sguardo vispo, e una vita connessa in Rete come la maggior parte degli adolescenti di oggi. Una vita che Amanda ha deciso di interrompere suicidandosi, con un gesto su cui gli inquirenti stanno cercando di fare luce.

Amanda si è tolta la vita perché a differenza della gran parte degli altri ragazzi della sua età, non era spensierata. Da quando aveva conosciuto "lui" su Facebook, la sua vita era cambiata. Esponendo al mondo il suo corpo ancora non da donna, in immagini scattate con la webcam durante un momento intimo. Un "flash", come dicono i ragazzi oggi, in cui la ragazza mostrava il seno allo sconosciuto dall'altra parte della connessione.

Lui era un cyber-bullo, ma Amanda non poteva saperlo. Da lì a poco, l'avrebbe minacciata di diffondere le immagini online, se lei non avesse acconsentito di "dare spettacolo" per lui. Finendo poi per pubblicarle comunque. Tanto che Amanda ha ricevuto la notizia dall'agente di polizia arrivato a casa sua, che le ha detto poche parole: "Le tue foto le hanno viste tutti".

Lo scorso 7 settembre, Amanda aveva deciso di raccontare la sua storia con un video, toccante, in cui fa scorrere una serie di cartelli che dipingono una discesa in un pozzo di incapacità di reagire a chi martoriava la sua sensibilità. Trasformando la gioia di ricevere complimenti in una finestrella di chat in attacchi di ansia, depressione, panico nella vita reale.  A quindici anni Amanda ha tentato di combattere contro il bullismo ai tempi di internet, e non ce l'ha fatta. La sua storia scorre su decine di biglietti sfogliati davanti alla telecamera, un sogno di ragazzina che diventa un inferno. A cui Amanda aveva provato a porre fine già altre due volte.

Alla scuola di Vancouver a cui Amanda era arrivata da qualche mese dicono di aver fatto "di tutto per aiutarla". Ma non è bastato. Perché dopo l'episodio delle foto, che aveva causato una serie di reazioni online, tra cui molte pesanti per la ragazza, c'era ancora violenza in attesa dietro l'angolo. Amanda era andata via, in un'altra scuola, in un'altra città. E là aveva incontrato un altro uomo, più grande, già in una relazione. La compagna dell'uomo l'ha cercata e l'ha picchiata, in pubblico, mentre chi assisteva alla scena incoraggiava il pestaggio. Ma non era il dolore causato dagli altri a ferire Amanda, più di quanto avesse deciso di fare lei: una volta rientrata con il papà, ha tentato di bere della candeggina, sopraffatta dal desiderio di morire. Una lavanda gastrica è stata sufficiente a riportarla a casa. Solo per aprire Facebook e trovare insulti, maledizioni e inviti a farla finita, a bere "il giusto tipo di solvente" per ammazzarsi.

"Non ho nessuno, ho bisogno di qualcuno", scrive Amanda con la sua calligrafia da ragazza. Negli ultimi fotogrammi del video, sulle sue braccia si vedono dei tagli. Non si sa se provocati da altri o da lei stessa, segni arrivati fino alla pelle dall'anima irreparabilmente danneggiata di un'adolescente. Le ferite di Amanda non si chiuderanno più, la sua storia diventerà una cicatrice come altre simili che vedono l'innocenza scontrarsi con la violenza. E quello scorrere di note, cartelli che raccontano il tormento della ragazza dall'inizio alla fine, sono ora il più potente viatico possibile contro l'alienazione umana, presente e agghiacciante anche nella cosiddetta epoca "social".
(12 ottobre 2012)

L'eroe qualunque, il ragazzo africano che si è ribellato ai "caporali" del Sud

IL PERSONAGGIO

Yvan Sagnet arriva dal Camerun anche grazie alla passione per il calcio. Ma scopre il lato peggiore dell'Italia. La sua storia è diventata un libro che racconta la rivolta contro lo sfruttamento dei migranti nelle campagne pugliesi
di ROBERTO SAVIANO

QUESTA è una storia d'amore nata per caso tra un bambino e un Paese, la racconta Yvan Sagnet nel suo libro Ama il tuo sogno (Fandango). Il bambino è Yvan che nel 1990 aveva 5 anni e il Paese è l'Italia. È una storia d'amore che parte dal calcio. Yvan è nato Douala, in Camerun, nel 1985 e nel 1990, come molti bambini camerunensi, visse la cavalcata trionfale dei Leoni d'Africa nel mondiale, dalla prima partita con l'Argentina di Maradona fino ai quarti di finale contro l'Inghilterra. Napoli, domenica primo luglio. Ancora oggi chi c'era ricorda i tifosi del Camerun, coloratissimi, sportivi e con l'espressione di chi non poteva credere a ciò che stava accadendo.

Essere arrivati fino a lì aveva del miracoloso: il Camerun era la prima squadra africana a raggiungere i quarti di finale in Coppa del Mondo. E Napoli, dove si svolse la partita, tifò con loro sperando nel miracolo. La partita fu incredibile, con il Camerun in vantaggio per 2-1 fino a otto minuti dal termine dei tempi regolamentari. Poi il primo rigore all'Inghilterra, i supplementari, il secondo rigore e la sconfitta. A Yvan quella partita ha cambiato la vita. Il ricordo del rientro in patria della nazionale, che pur non avendo vinto il mondiale aveva ottenuto il rispetto di tutto il mondo, per Yvan significava una sola cosa: un nuovo sguardo sul suo paese, maggiore attenzione su un Camerun in crisi economica e politica. E questo nuovo sguardo era stato possibile proprio grazie al mondiale e al paese che lo aveva ospitato: l'Italia. A scuola il
programma di economia dei licei camerunensi prevedeva lo studio del sistema economico francese, ma lui decise per conto suo di specializzarsi sull'economia italiana.

Dal calcio all'economia. Yvan impara l'italiano e con un permesso di studio si iscrive all'università di Torino perché vuole diventare ingegnere. Finalmente può conoscere dal vivo il calcio italiano che ha amato da bambino. Tifa Juventus ma la prima partita dal vivo della sua vita la vede di spalle, come steward, allo stadio. Sono i primi di luglio del 2011 e i soldi della borsa di studio non bastano. Alcuni amici di Torino gli dicono che al Sud si può andare a lavorare per la raccolta del pomodoro perché serve manodopera. Così Yvan decide di trasferirsi nelle campagne salentine, a Nardò, dove sa di una masseria che accoglie i braccianti che fanno la stagione, togliendoli dalla strada, dove spesso dormono accampati sotto gli alberi, dentro case di cartone, senza acqua né corrente elettrica. Eppure anche alla Masseria Boncuri, nonostante l'impegno di tante associazioni di volontariato, la longa manus dei caporali detta le sue leggi.

Appena arrivati, i caporali requisiscono i documenti ai braccianti e li usano per procurarsi altra mano d'opera, altri immigrati, ma clandestini. Il rischio che i documenti vadano persi è altissimo e quando accade i braccianti diventano schiavi. Le condizioni di lavoro sono agghiaccianti: diciotto ore consecutive, di cui molte sotto il sole cocente. Chi sviene non è assistito e se vuole raggiungere l'ospedale deve pagare il trasporto ai caporali. Il guadagno è di appena 3,5 euro a cassone, un cassone è da tre quintali e per riempirlo ci vuole molto tempo, ore. Si lavora con questi ritmi anche durante il Ramadan, quando molti lavoratori di religione islamica non bevono e non mangiano. In Italia la disoccupazione è una piaga che sembra insanabile. Eppure questi ragazzi trovano lavoro, trovano un lavoro a condizioni inaccettabili per quasi la totalità dei disoccupati italiani. Si crede che i ragazzi africani siano abituati a una vita di disumanità, sporcizia, alloggi immondi e quindi questa attitudine alla suburra la sopportino in Italia perché medesima nel loro paese.

Nulla di più falso. Yvan scrive: "Mentre nel mio paese la dignità è sacra, a tutti livelli della scala sociale, il sistema dei campi di lavoro (in Italia, ndr) è appositamente studiato per togliere ai braccianti anche l'ultimo scampolo di umanità". 

Ma accade qualcosa che i caporali non hanno previsto. I braccianti in genere strappano le piantine alla radice per batterle sulle cassette così che i pomodori cadono tutti. Ma quel giorno il caporale impone un altro metodo. Servono pomodori da vendere ai supermercati per le insalate, quindi devono essere presi e selezionati uno a uno. Si tratta di riempire gli stessi cassoni di sempre, ma selezionare i pomodori significa raddoppiare la fatica. Il caporale impone tutto questo lavoro allo stesso prezzo: Yvan e gli altri braccianti non trovano alternative, si sollevano. È l'inizio della rivolta e Masseria Boncuri ne diventerà il simbolo con l'enorme striscione "Ingaggiami contro il lavoro nero". Ma lo sciopero non è facile da gestire soprattutto perché è quasi impossibile comunicare tra i diversi gruppi etnici. Gli unici a esprimersi facilmente in italiano sono i tunisini; per altri (bukinabé, togolesi, ivoriani, ghanesi, nigeriani, etiopi, somali) è necessario parlare in inglese e francese; altri capiscono solo la lingua araba. Eppure, nonostante le diversità, lo sciopero continua: tante culture e tante visioni della lotta hanno finito per essere non la debolezza ma la forza della protesta, che a un anno e mezzo da quella di Rosarno, è più organizzata e riesce a guadagnare un'eco nazionale. Gli italiani sembrano prendere finalmente coscienza delle condizioni difficili di chi lavora nei campi e le istituzioni sono costrette ad ammettere che il problema caporalato esiste.

La magistratura trova la forza per continuare le indagini già in corso, spesso protette da omertà e scarsa collaborazione, e a maggio 2012 i carabinieri del Ros arrestano 16 persone  -  presunti caporali e imprenditori agricoli  -  nell'ambito dell'operazione "Sabr" che ha colpito un'organizzazione criminale attiva tra Rosarno, Nardò e altre città della Puglia. Ma la reazione alla rivolta, allo sciopero, al clamore mediatico, all'inchiesta della magistratura e agli arresti, non si fa attendere. Alessandro Leogrande (autore peraltro di un importante reportage Uomini e caporali sui desaparecidos polacchi nel triangolo del pomodoro vicino Foggia) nell'intervista finale che accompagna il libro di Yvan Sagnet, svela che c'è un piano per uccidere Yvan e lo hanno ordito alcuni caporali tunisini che ancora operano a Nardò. La vita del primo leader nero italiano è, oggi, seriamente in pericolo. Quello che sento di poter fare con queste righe è non lasciarlo solo. Senza il suo impegno, senza questo ragazzo africano e gli altri che hanno lottato con lui, non esisterebbe la legge contro il caporalato, eppure i caporali esistono al Sud da più di un secolo. La speranza del mezzogiorno italiano sta proprio in questa parte d'Africa che arrivata al Sud, trasforma il Sud e rimette in gioco interi territori, migliorandoli. Rischia la vita per una democrazia diversa, battaglia che molti italiani hanno rinunciato a combattere.
 (17 ottobre 2012)